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    <title>Il Foglio RSS</title>
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    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Sat, 14 Mar 2026 04:46:08 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
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      <title>Il vicepresidente della Cei salta il convegno di Magistratura democratica e si fa partigiano</title>
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      <description>&lt;p&gt;Il vicepresidente della Cei, mons. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/francesco-savino/"&gt;Francesco Savino&lt;/a&gt;, era atteso ieri al convegno di Magistratura democratica. Avrebbe dovuto intervenire ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Mar 2026 04:46:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
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      <title>Leone XIV inizia a ridisegnare la curia</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; Leone XIV inizia a ridisegnare la curia romana. Se la nomina del prefetto del dicastero per i Vescovi era uno “stato di necessità” (la carica era rimasta vacante perché il titolare e... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Fri, 13 Mar 2026 05:06:00 GMT</pubDate>
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      <title>Agli ayatollah non piace il Leone prudente</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; Fin dalle ore successive all’attacco israelo-americano, &amp;nbsp;&lt;strong&gt;dall’Iran si è cercata una sponda con il Vaticano&lt;/strong&gt;. Il primo a parlare era stato l’ambasciatore presso l... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Thu, 12 Mar 2026 04:37:00 GMT</pubDate>
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      <title>"L'attacco all'Iran non risponde al criterio della guerra giusta", dice il cardinale di Washington</title>
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      <description>&lt;p&gt;Che la confusione regni sovrana in questi tempi liquidi (chissà cosa direbbe Zygmunt Bauman se fosse ancora tra noi), lo dimostrano le reazioni interne alla Chiesa sul conflitto israelo-americano s... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 05:07:00 GMT</pubDate>
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      <title>Il cardinale di Chicago attacca Trump, ma in America aspettano che parli il Papa</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/10/news/il-cardinale-di-chicago-attacca-trump-ma-in-america-aspettano-che-parli-il-papa-8765027/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; Avrà molto da fare il nuovo nunzio negli Stati Uniti nominato sabato scorso. &lt;strong&gt;Mons. Gabriele Caccia&lt;/strong&gt;, diplomatico tra i più esperti, vivrà sulla propria pelle una fase... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 05:07:00 GMT</pubDate>
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      <title>Il Papa e l'ayatollah: la sacra (e strana) alleanza</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/07/news/il-papa-e-l-ayatollah-la-sacra-e-strana-alleanza-8755085/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Una condanna esplicita della Santa Sede all’attacco americano e israeliano contro l’Iran, magari proprio alla fine d’un Angelus quaresimale, &amp;nbsp;non sarebbe stata impossibile, confinata n... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:47:00 GMT</pubDate>
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      <title>Il lungo inverno della Chiesa incolore nata sulle macerie del 1968</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/07/news/il-lungo-inverno-della-chiesa-incolore-nata-sulle-macerie-del-1968-8755530/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Si terrà oggi a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11) il convegno inaugurale del Center for the Study Luigi Giussani, nuovo centro di ricerca internazionale fondato dalla Fraternità di Comunione ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 04:57:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Tracey Rowland</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-07T04:57:00Z</dc:date>
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      <title>Gesuiti per il Sì al referendum sulla giustizia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/07/news/gesuiti-per-il-si--8756970/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Non è un Sì esplicito alla riforma Nordio che sarà sottoposta a referendum fra un paio di settimane, ma poco ci manca&lt;/strong&gt;. Sull’ultimo numero della &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/civilt%C3%A0-cattolica/"&gt;Civiltà Cattolica&lt;/a&gt;, la storica rivista dei gesuiti pubblicata previo imprimatur della Segreteria di stato vaticana, Giovanni Cucci e &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/author/Michele%20Faioli"&gt;Michele Faioli&lt;/a&gt; hanno scritto un articolo che inquadra il tema del contendere, sottolineando che la questione “tocca uno dei punti centrali della democrazia italiana”. Civiltà Cattolica non pubblica mai endorsement, illustra linee di pensiero (sempre argomentate) e lascia alla coscienza del lettore valutare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Di certo, la posizione presentata non è quella dei “confratelli” gesuiti di Aggiornamenti sociali, contrari alla riforma. Sulla rivista romana, invece, dopo aver presentato le ragioni dei favorevoli e dei contrari e descritto cosa accadrebbe se il referendum desse il via libera alla riforma, si arriva al cuore della faccenda: &lt;strong&gt;“La riforma Nordio sposta il baricentro della magistratura da un modello corporativo-elettivo a un modello procedurale, volto a separare nettamente le carriere dei giudici da quelle dei pm”&lt;/strong&gt;. La riforma, prosegue il testo, “va contestualizzata all’interno di un percorso storico-legislativo che dura da quasi quarant’anni, le cui radici affondano nella transizione dal modello inquisitorio a quello accusatorio e nei successivi, ripetuti tentativi di riequilibrare i poteri costituzionali tra accusa e difesa. Anzi, per essere più precisi, la riforma andrebbe inquadrata in una transizione che si radica nella distinzione tra modello ‘inquisitorio’ e ‘accusatorio’”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Faioli e Cucci scrivono quindi che “il vero antecedente logico della riforma attuale è il Codice di procedura penale del 1988, che porta la firma del giurista e partigiano Giuliano Vassalli. Con quel testo, l’Italia abbandonò il modello ‘misto’ (di derivazione napoleonica e, in parte, fascista), per adottare un sistema accusatorio di tipo anglosassone, basato sulla dialettica tra le parti e sulla formazione della prova in dibattimento”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Tuttavia, notano gli autori, “la Riforma Vassalli introdusse un modello processuale accusatorio in un quadro ordinamentale che restava, di fatto, unitario. Molti processualisti dell’epoca – tra cui lo stesso Vassalli, Franco Cordero e Giovanni Conso – avvertirono che un processo di parti senza la separazione delle carriere sarebbe rimasto un’opera incompiuta: un impianto accusatorio a metà, si sosteneva allora. Se il pubblico ministero e il giudice continuavano a condividere carriere, formazione e organo di autogoverno (il &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/csm/"&gt;Csm&lt;/a&gt;), la parità delle parti prevista dal codice rischiava di essere vanificata da una ‘comunanza di visione’ professionale”. &lt;strong&gt;Ergo, “la proposta del ministro Nordio si inserisce quindi in una scia di tentativi falliti o parziali che hanno segnato la Seconda Repubblica”&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Insomma, è la conclusione, “il referendum del 2026 rappresenta un passaggio importante per l’ordinamento italiano, ponendo i cittadini di fronte alla scelta tra il completamento del modello accusatorio, attraverso la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, e la difesa dell’unità, anche culturale, della magistratura”. E i principali pericoli, quali sono? Per Civiltà Cattolica, i timori sono relativi a “un possibile isolamento del pubblico ministero e un indebolimento dell’autorevolezza degli organi di autogoverno”. &lt;strong&gt;Niente di drammatico, insomma: nessun ritorno al Ventennio di sciagurata memoria&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 04:25:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-03-07T04:25:00Z</dc:date>
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      <title>Il Papa: "Jimmy Lai? Non posso commentare"</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/05/news/il-papa-jimmy-lai-non-posso-commentare--8744209/</link>
      <description>&lt;p&gt;Jimmy Lai? “Non posso commentare”. &lt;strong&gt;E’ stata la risposta, secca, che il Papa ha dato martedì sera ai giornalisti che l’attendevano a Castel Gandolfo&lt;/strong&gt;. La domanda era riferita alla co... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Thu, 05 Mar 2026 04:45:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-03-05T04:45:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Eh no, Parolin. Le gru sono solo a Teheran</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/05/news/eh-no-parolin-le-gru-sono-solo-a-teheran-8744377/</link>
      <description>&lt;p&gt;In una lunga intervista concessa ai media vaticani, il segretario di stato &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pietro-parolin/"&gt;&lt;strong&gt;Pietro Parolin&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; ha detto molte cose giuste. Inta... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Thu, 05 Mar 2026 04:25:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-05T04:25:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Narcotraffico, corruzione, repressione brutale. Ecco cos'era il Venezuela di Maduro</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/05/news/narcotraffico-corruzione-repressione-brutale-ecco-cos-era-il-venezuela-di-maduro-8743661/</link>
      <description>&lt;p&gt;Ringrazio l’interesse dell’Alleanza Cattolica nell’affrontare il tema della storia della crisi vissuta in Venezuela e per la fiducia che oggi si intravede nella rinascita del paese. Credo sia importante partire da un punto: la crisi vista dall’Europa presenta caratteristiche diverse rispetto a come l’abbiamo vissuta dall’interno del paese. La ragione è molto semplice: il protagonista principale di questa fase è il governo degli Stati Uniti, o meglio la persona del Presidente Trump, e &lt;strong&gt;conosciamo le difficoltà che esistono in ambito europeo nel comprendere la politica nordamericana, non solo nei confronti dell’Europa ma del mondo intero&lt;/strong&gt;. Tuttavia, la realtà che viviamo è che la dipendenza del continente americano dalla potenza del Nord è un dato di fatto, direi quasi necessario.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La posizione assunta dal regime venezuelano, soprattutto negli ultimi anni sotto la presidenza di Maduro, è stata quella di cercare un maggiore appoggio presso altre potenze – Russia, Cina, Turchia, Iran – e non presso gli Stati Uniti. Questo ha generato, tra le altre cose, una crisi che ha innanzitutto una radice di illegittimità: Maduro non è stato un presidente legittimo, ma si è appropriato del potere, disconoscendo il risultato di elezioni che aveva perso. A ciò si aggiunge il fatto che il regime venezuelano si è trasformato in una base fondamentale per il narcotraffico e per il terrorismo nel nostro continente, soprattutto verso il nord, accompagnando tutto questo con una politica di repressione brutale, in cui i diritti umani sono praticamente scomparsi. &lt;strong&gt;Negli ultimi 27 anni in Venezuela non vi è stata divisione dei poteri: tutto è dipeso esclusivamente dall’Esecutivo, che ha dominato e controllato attraverso la paura, la repressione e forme di tortura impensabili nella nostra società.&lt;/strong&gt; Questo contesto, insieme alla nuova fase della politica di Trump nel suo secondo mandato – che rompe con l’assetto geopolitico successivo alla Seconda guerra mondiale, così come lo hanno fatto Putin con la guerra tra Russia e Ucraina e le tensioni in Medio oriente – ha determinato un indebolimento delle istituzioni internazionali che avrebbero dovuto garantire l’equilibrio mondiale. L’Onu e molti organismi internazionali si sono dimostrati, per usare un eufemismo, incapaci di gestire la situazione. Viviamo dunque un momento di riassetto della geopolitica mondiale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il Venezuela svolge un ruolo importante, in primo luogo per la sua posizione geografica; in secondo luogo per le ingenti risorse di cui dispone; e in terzo luogo perché i regimi di Chávez e di Maduro hanno cercato, per così dire, di sfidare e di danneggiare l’impero, in particolare quello nordamericano, attraverso la corruzione, l’introduzione e il consolidamento non solo del narcotraffico, ma anche di diverse forme di sostegno a gruppi paramilitari, come quello noto qui come “Tren de Aragua”, che non è stato altro che un apparato diretto dallo Stato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La caratteristica principale del regime venezuelano in questo periodo è che si è trasformato in un regime in cui lo Stato stesso è parte integrante di tali dinamiche, a differenza, ad esempio, della situazione esistente in Messico, dove i cartelli che conosciamo sono gruppi privati, gruppi paramilitari o comunque organizzazioni criminali che, pur esercitando un grande potere, non dispongono dell’autorità che deriva dal controllo di uno Stato o di una nazione. Uno Stato può infatti utilizzare la diplomazia, disporre di basi militari e aeree e di una serie di strumenti che nessun cartello – sia esso quello di Sinaloa o qualsiasi altro – possiede nella stessa misura. Per questo motivo il regime venezuelano è stato definito un regime narcoterrorista e identificato con il cosiddetto “Cartello dei Soli”, espressione con cui si indica un gruppo di generali e figure vicine al governo che hanno gestito in modo totalmente illegittimo e illegale la conduzione del paese. Questa modalità di gestione del paese ha fatto sì che la popolazione venezuelana non disponesse di alcuna reale libertà: non vi è libertà di espressione, né libertà di comunicazione, né libertà di opinione. &lt;strong&gt;La repressione e l’uso delle forze armate e delle forze di sicurezza – che dovrebbero essere al servizio della popolazione – sono stati posti al servizio di un ristretto gruppo che ha amministrato enormi quantità di denaro, senza alcun beneficio sociale per il paese.&lt;/strong&gt; Tutto ciò ha portato, per ragioni che vanno oltre quanto possiamo qui analizzare, il Presidente Trump a imporre un cerchio militare attorno al Mar dei Caraibi, con l’intento di intimidire e indurre il regime venezuelano a cambiare posizione. Il regime si era sentito particolarmente forte grazie all’appoggio di altri governi extra-continentali e riteneva che gli Stati Uniti non sarebbero mai arrivati a compiere quanto accaduto a partire dal 3 gennaio, con l’operazione armata che si è conclusa con la detenzione della coppia presidenziale. &lt;strong&gt;Da quel momento si è aperta una fase diversa nel paese.&lt;/strong&gt; Si possono fare molte analisi al riguardo – senza che ciò significhi giustificare in alcun modo la posizione del governo nordamericano – ma è innegabile che si sia generata una situazione impensabile solo due o tre mesi prima. Ci troviamo certamente sotto una forma di tutela. Non siamo ancora in un processo di transizione, bensì in una fase di grande incertezza, nella quale tuttavia si aprono alcune piccole brecce.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Queste brecce hanno permesso la liberazione di alcune persone che erano detenute con accuse di reati politici, sulla base di leggi che qualificavano come “odio alla patria”, “terrorismo” o altre fattispecie simili condotte che in molti casi riguardavano persone innocenti. A ciò si aggiungono i milioni di venezuelani costretti a emigrare, lo smantellamento generale delle istituzioni, l’aumento della povertà, il crollo del sistema sanitario ed educativo, la mancanza di opportunità lavorative. Per questo, come Episcopato venezuelano, e in modo particolare io stesso, vi invito a rileggere l’Esortazione pastorale dell’Episcopato venezuelano del gennaio 2022, in occasione del bicentenario della battaglia di Carabobo, che due secoli fa sancì l’indipendenza definitiva del paese. In quel documento si affermava qualcosa di assolutamente necessario anche oggi: la rifondazione della nazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma si tratta di rifondarla a partire dalla cittadinanza, recuperando e affrontando una serie di situazioni che, per chi osserva dall’esterno, possono risultare talvolta impensabili: l’emergere di nuove varianti in un contesto di emergenza sanitaria, ciò che ha significato la pandemia, lo smantellamento di tutte le istituzioni democratiche e delle imprese statali, il drammatico esodo causato dalla mancanza di opportunità, la povertà che colpisce la grande maggioranza della popolazione, i danni psicologici, morali e spirituali sofferti dai venezuelani. A tutto questo si aggiunge la contraddizione sul piano economico: un’economia venezuelana segnata da gravi carenze strutturali, nella quale gli investimenti presenti nel paese sono accessibili soltanto a una piccola parte della popolazione, senza che tali benefici raggiungano la maggioranza dei venezuelani.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Tutto questo ci porta a constatare che ci troviamo in un paese in cui lo Stato è divenuto uno Stato fallito&lt;/strong&gt;, poiché la funzione primaria di qualunque Stato e di qualunque governo dovrebbe essere il benessere della popolazione. In Venezuela, invece, abbiamo assistito a un arretramento in tutti gli ambiti della vita nazionale. Ciò ha ampliato sempre più la distanza tra quanto esprimono da anni i sondaggi d’opinione e la realtà del potere: il regime si è mantenuto fondamentalmente attraverso la forza e la repressione. Se in passato godeva dell’appoggio di una parte significativa della popolazione, oggi, nel migliore dei casi, tale consenso si aggira attorno al 15 per cento. La restante maggioranza, pur collocandosi nell’area dell’opposizione, non dispone della forza necessaria per smantellare, in primo luogo, il controllo militare e le sue conseguenze. Non vi è dubbio che il momento che stiamo vivendo imponga di guardare al futuro, ponendo al centro il rispetto dei diritti umani e di un minimo di libertà indispensabili in ogni società che voglia dirsi democratica. Ciò comporta uno smantellamento quasi totale dell’attuale quadro giuridico del paese e un’attenzione prioritaria ai bisogni fondamentali della popolazione: la sanità, l’educazione, il lavoro, e la necessità di arrestare l’esodo massiccio.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La tutela in cui ci troviamo, determinata dalle condizioni imposte dagli Stati Uniti, può consentire una fase di stabilizzazione economica; ma tale stabilizzazione implica anche lo smantellamento del controllo militare e armato, affinché la popolazione possa avere voce e possibilità di iniziativa. La posizione della Chiesa è stata chiara: insistere sul rispetto dei diritti umani e sulla ricostruzione di un’istituzionalità e di uno Stato di diritto oggi di fatto inesistenti, poiché lo Stato stesso non ha rispettato la propria Costituzione né le istituzioni, lasciando tutto alla discrezionalità di chi detiene il potere. Rifondare la nazione significa includere i poveri e i bisognosi come soggetti del proprio sviluppo; recuperare una convivenza fraterna attraverso la promozione costante ed effettiva di un dialogo sincero – parola che in Venezuela suona difficile, perché spesso il dialogo è stato usato per rinviare le decisioni e mantenere lo status quo –; promuovere la famiglia e l’educazione; rinnovare i partiti politici e le leadership, molte delle quali sono in esilio, nascoste o neutralizzate dall’apparato governativo. E' necessario cercare vie non violente e non armate, pur consapevoli che si tratta di un cammino complesso. Dobbiamo comprendere la nostra situazione dall’interno, cogliendo le piccole brecce che si aprono e che permettono di esprimerci, sebbene non senza timore, poiché le istituzioni non garantiscono la tutela delle persone ma restano al servizio di una causa. E' un processo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ricordiamo che si tratta ormai di 27 anni di essere sottoposti a un disconoscimento totale del valore delle persone, in funzione di un’ideologia che non è più né comunista né socialista, ma un’ideologia in cui l’unico dio è il potere che la governa; e per questo non contano né il senso della vita, né il rispetto delle persone e delle istituzioni. Tuttavia, in questo cammino esiste anche, dall’altra parte, un forte sentimento nella nostra popolazione: la volontà di trovare vie di pace, vie di comprensione, che non sono affatto facili e che devono passare attraverso il superamento delle situazioni che stiamo vivendo, e anche attraverso passi non facili da comprendere, come la legge di amnistia. Perché&lt;strong&gt; non può esserci una legge di amnistia fatta da un governo dittatoriale o totalitario&lt;/strong&gt;, che evidentemente non permetterà di mettersi il cappio al collo; eppure, essa ha consentito di conoscere, poco a poco, la realtà brutale di coloro che sono stati dietro le sbarre, in condizioni e sotto torture inimmaginabili. E tuttavia la speranza è molto più grande. La capacità di intraprendere e la ricerca di soluzioni sono anche nelle mani della popolazione, che ha cominciato a prendere in mano la situazione. E soprattutto, non è facile da capire come, in Venezuela, per ragioni che vanno oltre questo momento, le due istituzioni che continuano a godere di una certa dose di credibilità e di fiducia siano la Chiesa cattolica e il mondo giovanile, il mondo universitario. E naturalmente, pur non avendo né il potere né le armi, abbiamo la ragione e abbiamo la ricerca di una verità e di un’uguaglianza, che sono le uniche che possono condurci alla pace. E' in questo che crediamo, e speriamo che dall’esterno non solo si comprenda la nostra situazione, ma che esistano anche molti modi per sostenere le piccole iniziative che si stanno portando avanti, affinché possiamo avviarci verso un vero cammino di transizione, verso una società più giusta e più libera.&amp;nbsp;Grazie.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;* Il testo è stato tradotto da&amp;nbsp;Marinellys Tremamunno&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 05 Mar 2026 04:16:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Baltazar Porras</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-05T04:16:00Z</dc:date>
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      <title>La cautela di Leone XIV sull'escalation in Iran</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/03/02/news/la-cautela-di-leone-xiv-sull-escalation-in-iran-8731930/</link>
      <description>&lt;p&gt;Le possibilità per la Santa Sede di mediare nel contesto mediorientale sono sempre state scarse o nulle, a seconda delle sfumature rappresentate dal caso specifico. Dopo l’attacco all’Iran di sabat... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Mon, 02 Mar 2026 16:12:00 GMT</pubDate>
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      <title>I vescovi alla Corte suprema: “Fermate l’ordine esecutivo di Trump sui migranti, è immorale”</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/28/news/i-vescovi-alla-corte-suprema-fermate-l-ordine-esecutivo-di-trump-sui-migranti-e-immorale--8716089/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; La Conferenza episcopale statunitense va alla Corte suprema e chiede che sia respinto l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump appena rientrato alla Casa Bianca che negava la cittadinanza statunitense ai figli di migranti irregolari. Lo fa con un &lt;em&gt;amicus curiae&lt;/em&gt; di sei pagine, &lt;strong&gt;una sorta di “consulenza” tecnica &lt;/strong&gt;depositata un mese prima che i giudici – sei su nove sono cattolici, a cominciare dal presidente John G. Roberts – procedano all’ascolto delle argomentazioni orali sui limiti proposti dall’Amministrazione in tema di concessione della cittadinanza. Nel documento si legge che l’ordine esecutivo “pretende di negare la cittadinanza ai bambini la cui madre sia presente illegalmente o abbia uno status temporaneo e il cui padre non sia cittadino statunitense o residente permanente legale”. Ancora, “gli effetti intenzionali e non intenzionali dell’ordine esecutivo sono immorali e contrari ai princìpi fondamentali e agli insegnamenti della Chiesa cattolica riguardo alla vita e alla dignità delle persone umane, al trattamento delle persone vulnerabili – particolarmente migranti e bambini – e all’unità familiare”. I vescovi si dicono &lt;strong&gt;“addolorati per il clima di paura e ansia e per la vilificazione degli immigrati che è fin troppo comune nella retorica relativa alla politica sull’immigrazione”&lt;/strong&gt;. La posizione è netta, perché “porre fine alla cittadinanza per nascita manca di fondamento storico, giuridico e morale. Il principio della cittadinanza per nascita è saldamente radicato nella tradizione giuridica occidentale, consacrato dal Quattordicesimo emendamento e riaffermato dalla giurisprudenza di questa Corte”. Principio che “trova uguale fondamento negli insegnamenti della Chiesa, che affermano la dignità intrinseca di ogni persona umana, in particolare del bambino innocente. Come cattolici, la nostra fede ci impone di protestare contro leggi che negano la dignità della persona umana e danneggiano bambini innocenti, specialmente quando tali leggi risuscitano le ingiustizie che il Quattordicesimo emendamento era stato emanato per respingere”. Questo caso, sottolineano i presuli, “non riguarda unicamente lo status di cittadinanza o il Quattordicesimo emendamento. Si tratta di una questione di principio: se la legge affermerà o negherà il valore uguale di coloro che nascono all’interno della nostra comunità comune – se la legge proteggerà la dignità umana di tutti i figli di Dio”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;E’ un rapporto, quello tra la Conferenza episcopale americana e l’Amministrazione guidata da Donald Trump, che si fa via via più complesso&lt;/strong&gt;, a riprova che il “problema” nei rapporti fra il Vaticano e gli Stati Uniti non era rappresentato solo dal pontificato di Francesco. Poche ore prima che il presidente tenesse il discorso sullo stato dell’Unione, un gruppo di diciotto vescovi provenienti da varie parti del paese, ha pubblicato una dichiarazione in cui chiede al Congresso di lavorare per garantire agli immigrati maggiori diritti: “Pur riconoscendo il diritto e il dovere di una nazione sovrana di far rispettare le proprie leggi, crediamo anche che tali leggi debbano essere applicate in modo da proteggere la dignità e i diritti umani, donati da Dio, della persona umana”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 04:55:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-28T04:55:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Colto e molto sinodale. Chi è il nuovo capo dei vescovi tedeschi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/25/news/colto-e-molto-sinodale-chi-e-il-nuovo-capo-dei-vescovi-tedeschi-8699775/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; I vescovi tedeschi riuniti in assemblea a Würzburg hanno eletto il vescovo di Hildesheim, mons. Heiner Wilmer, nuovo presidente della Conferenza episcopale. Rimarrà in carica sei anni. Sessantacinquenne tra poche settimane, teologo con dottorato a Friburgo (tesi sul misticismo nella filosofia di Maurice Blondel), dehoniano – è stato superiore generale dell’ordine per un triennio – è&lt;strong&gt; considerato una delle punte di diamante della dottrina à la tedesca oggi di moda: riformismo spinto, sinodalità tout-court, possibilista sul celibato facoltativo, convinto che ci sia bisogno di un ruolo maggiore per le donne nella Chiesa.&lt;/strong&gt; Nulla di nuovo, è il refrain che da anni si sente ripetere alla stregua d’un disco che non si ferma mai, soprattutto a nord delle Alpi. Mons. Wilmer era considerato tra i favoriti, anche se gli osservatori più attenti delle questioni tedesche sostenevano che il frontrunner era l’arcivescovo di Paderborn, mons. Udo Markus Bentz, riformista ma moderato e decisamente ostile a ingaggiare nuove battaglie con la curia romana. L’altro presule dato tra i favoriti era il vescovo di Essen, mons. Franz-Josef Overbeck: espertissimo della macchina sinodale ma poco propenso a firmare compromessi con Roma. In mezzo, appunto, Wilmer.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Che pur apprezzando il Synodale Weg, non ha lesinato perplessità circa una mancanza di attenzione agli aspetti spirituali&lt;/strong&gt;, lasciando troppo spazio a questioni meramente politiche o socio-politiche. Però, se in Vaticano qualcuno sperava in un allentamento del piano di battaglia tedesco dopo i complicati anni a guida Bätzing, la speranza è andata sparendo. Il nuovo presidente sostiene che l’abuso di potere sia nel Dna stesso della Chiesa, è un convinto sostenitore di una “svolta” nell’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, è favorevole alla benedizione di coppie formate da persone dello stesso sesso. Ma è anche uno tra i pochi che hanno denunciato l’eccessiva polarizzazione del dibattito sinodale e che fin dal principio ha detto che la Chiesa è una e che non si può prendere una strada alternativa a quella di Roma. Rispetto al Cammino sinodale, ha lamentato – e qui paradossalmente c’è condivisione con uno dei punti più cari alla minoranza – un dibattito che ha trascurato il popolo fedele. Resta il fatto che è uno dei vescovi più “progressisti” di Germania. Anni fa, per settimane circolò il suo nome come candidato forte alla carica di prefetto per la Dottrina della fede al posto del cardinale Luis Ladaria. Poi Francesco scelse Víctor Manuel Fernández.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ma era ipotizzabile una soluzione alternativa? No.&lt;/strong&gt; Dei cinquantasei aventi diritto al voto, i “conservatori” erano tre. Si trattava solo di capire, insomma, quanto riformista sarebbe stato l’eletto. Mons. Wilmer ha il vantaggio di conoscere l’italiano, il che gioverà nelle trattative con la curia sul via libera agli statuti. Nella sua prima conferenza stampa ha detto che “l’ascolto comune è decisivo. La sinodalità rimane un atteggiamento spirituale: viaggiare insieme, condividere la responsabilità, prendere decisioni insieme. Cristo è al centro; da questo centro cresce la fiducia e la fiducia crea il futuro”. Ha ammesso che la Chiesa in Germania ha vissuto “un periodo difficile”. La dottrina sociale cattolica è una voce profetica per tutti gli esseri umani. Questa voce deve diventare più forte”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Intanto, ieri l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha annunciato che il Papa ha respinto l’intenzione manifestata dal presule lo scorso gennaio di lasciare la guida della diocesi ambrosiana a luglio, al compimento del settantacinquesimo anno d’età.&lt;/strong&gt; &amp;nbsp;Leone XIV “ha ascoltato con attenzione e benevolenza queste mie riflessioni e ha concluso esprimendo l’orientamento a non accettare subito le mie dimissioni. Devo quindi prevedere che continuerò a esercitare il mio ministero di arcivescovo di Milano per qualche tempo. Per quanto io sia piuttosto fanatico delle scadenze e abbia esposto le buone ragioni per essere rapidamente sostituito, accetto volentieri l’indicazione ufficiosa. &amp;nbsp;Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Resto volentieri perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa diocesi e tra voi, preti e diaconi, esemplari nella dedizione, capaci di servire veramente le comunità”, ha detto Delpini ieri mattina al termine della celebrazione penitenziale per il clero diocesano.&lt;br&gt; Matteo Matzuzzi&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:10:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-25T04:10:00Z</dc:date>
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      <title>La Chiesa all'assalto del governo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/23/news/la-chiesa-all-assalto-del-governo-8693032/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; Se il segretario di stato vaticano esprime “perplessità” sulla scelta del governo italiano di entrare nel Board per Gaza sotto l’egida di Donald Trump e se il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, mons. Francesco Savino, parteciperà a un &lt;strong&gt;evento di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia del &amp;nbsp;22 e 23 marzo&lt;/strong&gt;, altri vescovi attaccano sul fronte della lotta all’immigrazione. Non è una delle fasi migliori, questa, per i rapporti tra il governo e la Chiesa. Ha usato toni durissimi, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice. In un messaggio inviato a Mediterranea Saving Humans, parlando dei recenti naufragi – “l’ennesima strage, non è una tragedia!, consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche” – il presule ha scritto che “queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia”.&amp;nbsp;&amp;nbsp;Scelte, ha aggiunto l’arcivescovo palermitano, “capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come ‘pescatori di uomini e &amp;nbsp;di donne’ in balìa delle onde. &amp;nbsp;Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica &amp;nbsp;il risultato della riduzione degli sbarchi”. Mons. Lorefice, che ha anche ricordato “la strage in atto della Striscia di Gaza!”, ha sostenuto che “è l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i princìpi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori”. A poca distanza, &lt;strong&gt;la Conferenza episcopale calabrese ha pubblicato una dichiarazione&lt;/strong&gt; che, sebbene più sfumata nei toni, quanto a contenuto è un fac simile: “Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria”. “Chiediamo – si legge nel documento – che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Sul fronte migratorio, dopotutto, che i toni siano aspri non è una novità.&lt;/strong&gt; Fu l’arcivescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, presidente di Migrantes, a “condannare” l’apertura dei centri in Albania, parlando di inutile spreco di denaro pubblico. Pochi giorni fa, poi, ha rincarato la dose commentando il ddl Sicurezza: l’idea di fondo “è prima i confini e poi le persone, prima la tutela dei confini e poi la tutela delle persone”. Un testo che, a giudizio del vescovo, è “in contraddizione con l’articolo 10 della Costituzione che dice che lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Qui, “non si pone l’attenzione sullo straniero che deve essere garantito e che ha diritto d’asilo, e questo è gravemente lesivo e, oltre che essere anticostituzionale, è certamente immorale”. Il tutto s’inserisce nella scelta altamente simbolica del Papa di recarsi a Lampedusa il prossimo 4 luglio, Independence Day e festa nazionale negli Stati Uniti: anziché alle parate trumpiane, Leone XIV, il Pontefice di Chicago, sarà con i migranti dell’isola siciliana, primo approdo europeo per chi giunge dall’Africa. Una risposta chiara alle politiche dell’attuale Amministrazione su quelle che Francesco, un anno fa, definì “deportazioni”. E proprio oggi, il País ha rivelato che lo scorso novembre, ricevendo i vescovi spagnoli in udienza, &lt;strong&gt;il Papa avrebbe indicato che la sua maggiore preoccupazione in Spagna è “l’ideologia di ultradestra”&lt;/strong&gt; che tenta “di strumentalizzare la Chiesa”, per “guadagnare il voto cattolico”. Nel mirino di Prevost, secondo il quotidiano di Madrid, c’era in particolare Vox, il partito di Santiago Abascal assai amico di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 23 Feb 2026 17:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-23T17:36:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Cari lefebvriani, al Papa si obbedisce. Fermatevi, prima che sia troppo tardi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/23/news/cari-lefebvriani-al-papa-si-obbedisce-fermatevi-prima-che-sia-troppo-tardi-8691267/</link>
      <description>&lt;p&gt;“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16). Con queste parole, Pietro, interrogato insieme agli altri discepoli dal Maestro sulla fede che ha in Lui, esprime in sintesi il patrimonio che la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette da duemila anni. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore”.&amp;nbsp;Queste parole così chiare e potenti di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/20/news/da-lampedusa-al-meeting-di-rimini-leone-il-papa-globetrotter-8682213/"&gt;Papa Leone XIV&lt;/a&gt;, sulla fede di Pietro, il giorno dopo la sua elezione, risuonano ancora nella mia anima. Il Santo Padre riassume così il mistero della fede che i vescovi, successori degli apostoli, non devono cessare di proclamare e di ricordare. Cristo è non solo il nostro unico Salvatore, ma la nostra unica salvezza. Il suo nome è l’unico mediante il quale possiamo essere salvati.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Ma dove possiamo trovare Gesù Cristo, l’unico Redentore? Sant’Agostino ci risponde con chiarezza: “Dove è la Chiesa, là è Cristo”.&lt;/strong&gt; Per questo la nostra preoccupazione per la salvezza delle anime si traduce nella nostra incessante sollecitudine a condurle all’unica fonte che è Cristo, che si dona nella Chiesa e attraverso di essa. La Chiesa è la sola via ordinaria di salvezza; essa è dunque il luogo della fede, il luogo della trasmissione della fede e il luogo in cui, mediante il battesimo, si è immersi nel mistero pasquale della Passione, della Morte e della Risurrezione di Cristo, che ci libera dalla prigione del peccato e da tutte le nostre divisioni e ci introduce nella comunione del Dio Uno e Trino.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nell’unica Chiesa c’è un centro, un punto di riferimento obbligato: la Chiesa di Roma, governata dal Successore di Pietro, “il primo dei Dodici”.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il Concilio Vaticano II, nella sua costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, afferma: “Predicando ovunque il Vangelo (cf. Mc 16,20), accolto da coloro che lo ascoltano per opera dello Spirito Santo, gli Apostoli radunano la Chiesa universale che il Signore ha fondato sui suoi Apostoli ed edificato sul beato Pietro, loro capo, essendo Cristo Gesù stesso la suprema pietra angolare (cf. Ap 21,14; Mt 16,18; Ef 2,20)” (LG 19). La formula traduce direttamente il pensiero di Gesù, inciso per così dire nei nomi stessi di “Cefa” e dei Dodici, considerata la profondità della loro risonanza biblica. Simon Pietro, che già nel Vangelo occupa una posizione predominante tra i Dodici, porta al Risorto i pesci della sua rete. Gesù gli affida allora solennemente il compito di pascere il suo gregge. La Chiesa è una. E’ quella che Cristo ha affidato a Pietro e ai Dodici. Infatti la Chiesa è fondamentalmente, secondo l’espressione di Marco e Luca, “Pietro e quelli che sono con lui” (Mc 1,36; Lc 9,32). Il primato è dunque dato a Pietro, e così si può vedere una sola Chiesa e una sola cattedra… Chi abbandona la Cattedra di Pietro può forse vantarsi di essere ancora pienamente nella Chiesa di Cristo? &lt;strong&gt;Perciò voglio esprimere la mia viva preoccupazione e la mia profonda tristezza nell’apprendere l’annuncio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Marcel Lefebvre, di procedere a ordinazioni episcopali senza mandato pontificio.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Ci viene detto che questa decisione di disobbedire alla legge della Chiesa sarebbe motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum. Ma la salvezza è Cristo, ed Egli si dona solo nella Chiesa. Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza per altre vie rispetto a quelle che Egli stesso ci ha indicato? Desiderare veramente la salvezza delle anime significa lacerare il Corpo mistico di Cristo in modo forse irreversibile? Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova lacerazione nella tunica della Chiesa? Ci viene detto che questo atto vuole essere una difesa della Tradizione e dell’integrità del deposito della fede. So fin troppo bene quanto il deposito della fede sia talvolta disprezzato da coloro che hanno la missione di difenderlo. Certamente oggi dovremmo avere una più viva coscienza che esiste una catena ininterrotta della vita della Chiesa, dell’annuncio di Dio, della celebrazione dei sacramenti che giunge fino a noi e che chiamiamo Tradizione. Essa ci dà la garanzia che ciò in cui crediamo è il messaggio originale di Cristo predicato dagli Apostoli. Il nucleo dell’annuncio primordiale è l’evento della Passione, della Morte e della Risurrezione del Signore Gesù, da cui scaturisce tutto il patrimonio della fede. Così, se la Sacra Scrittura contiene la Parola di Dio, la Tradizione della Chiesa la conserva e la trasmette fedelmente e integralmente, affinché gli uomini di ogni epoca possano accedere alle sue immense ricchezze e arricchirsi dei suoi tesori. In tal modo la Chiesa “perpetua nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto e trasmette a ogni generazione tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede” (Dei Verbum, n. 8).&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Ma so anche, e credo fermamente, che al cuore della fede cattolica vi è la nostra missione di seguire Cristo che si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce.&lt;/strong&gt; Si può davvero fare a meno di seguire Cristo nella sua umiltà fino alla Croce? Non è forse un tradimento della Tradizione rifugiarsi in mezzi umani per mantenere le nostre opere, per quanto buone che siano?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; La nostra fede soprannaturale nell’indefettibilità della Chiesa può portarci a dire con Cristo: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,38), vedendo i tradimenti e la codardia di un numero sempre crescente di prelati di alto livello che insegnano non il deposito della fede, ma le loro opinioni e la loro visione personale in materia di dottrina e morale. Ma non può mai portarci a rinunciare all’obbedienza alla Chiesa. Santa Caterina da Siena, che non esitava a rimproverare cardinali e perfino il Papa, esclamava: “Obbedite sempre al pastore della Chiesa, perché egli è la guida che Cristo ha stabilito per condurre le anime a Lui”. Il bene delle anime non può mai passare attraverso la disobbedienza deliberata, perché il bene delle anime è una realtà soprannaturale. &lt;strong&gt;Non riduciamo la salvezza a un gioco mondano di pressione mediatica! Chi ci darà la certezza di essere realmente a contatto con la fonte della salvezza? Chi ci garantirà che non abbiamo scambiato la nostra opinione per la verità?&lt;/strong&gt; Chi ci preserverà dal soggettivismo? Chi ci garantirà di essere ancora irrigati dall’unica Tradizione che ci viene da Cristo? Chi ci garantirà che non precediamo la Provvidenza, ma la seguiamo lasciandoci guidare dalle sue indicazioni? A queste domande angoscianti vi è una sola risposta, data da Cristo agli apostoli: “Chi ascolta voi ascolta me. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Lc 10,16; Gv 20,23). Come possiamo assumerci la responsabilità di allontanarci da questa unica certezza? Ci viene detto che è per fedeltà al Magistero precedente, ma chi può garantirlo se non il successore di Pietro stesso? Qui si tratta di una questione di fede. Essa si pone per tutti coloro che contestano i dogmi e la morale in nome delle ideologie alla moda. Si pone anche per coloro che dicono di difendere la Tradizione. “Colui che obbedirà al Papa, rappresentante di Cristo sulla terra, non parteciperà al sangue del Figlio di Dio”, diceva ancora santa Caterina da Siena. Non si tratta di una fedeltà mondana e ideologica a un uomo e alle sue idee personali. Non si tratta di essere seguaci di un uomo. Non si tratta di papolatria o di culto della personalità attorno al Papa. Non si tratta di obbedire al Papa quando esprime le sue idee o opinioni personali o posizioni ideologiche su gravi questioni dottrinali e morali. Si tratta di obbedire al Papa che dice, come Gesù: “La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato” (Gv 7,16). Si tratta di uno sguardo soprannaturale sull’obbedienza canonica che garantisce il nostro legame con Cristo stesso. E’ l’unica garanzia che la nostra battaglia per la fede, la morale cattolica e la tradizione liturgica non degeneri nell’ideologia. Cristo non ci ha dato alcun altro segno certo. Lasciare la barca di Pietro e organizzarsi in modo autonomo e chiuso, come una setta, significa consegnarsi alle onde della tempesta. So bene che spesso, nella Chiesa stessa, vi sono lupi travestiti da agnelli. Non ci ha forse avvertito Cristo stesso? Ma la migliore protezione contro l’errore e l’eresia resta il nostro attaccamento soprannaturale e canonico al Successore di Pietro. “Se alcuni pastori o capi sono cattivi, non rigettate la Chiesa: essa è quella che Cristo ha fondato e non la lascerà mai perire. E’ Cristo stesso che vuole che restiamo nell’unità e che, anche feriti dagli scandali dei cattivi pastori, non abbandoniamo la Chiesa”, ci dice sant’Agostino.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Vorrei concludere ricordando la sofferenza di Cristo nell’orto degli ulivi, il suo grido di sete sulla croce. Come restare insensibili alla preghiera piena di angoscia di Gesù: “Padre, che siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola” (Gv 17,22)? Come non essere toccati da questo grido di Gesù che desidera la nostra unità, e continuare a lacerare il suo Corpo con il pretesto di salvare le anime? Non è forse Lui, Gesù, che salva? Siamo noi e le nostre strutture a salvare le anime? Non è forse attraverso la nostra unità che il mondo crederà e sarà salvato? Questa unità è anzitutto quella della fede cattolica; è anche quella della carità; è infine quella dell’obbedienza. Vorrei ricordare che Padre Pio da Pietrelcina durante la sua vita fu ingiustamente condannato da uomini di Chiesa. Per dodici anni gli fu proibito di confessare. Mentre Dio gli aveva dato una grazia speciale per aiutare le anime dei peccatori, gli fu vietato di confessare! Che cosa fece? Disobbedì forse in nome della salvezza delle anime? Si ribellò in nome della fedeltà a Dio? No, tacque. Entrò nell’obbedienza crocifiggente, certo che la sua umiltà sarebbe stata più feconda della sua rivolta. Scriveva: “Il buon Dio mi ha fatto comprendere che l’obbedienza è l’unica cosa che gli piace, e per me l’unico mezzo per sperare la salvezza e cantare vittoria”.&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Allora possiamo anche noi affermare che il modo migliore per difendere la fede, la tradizione, l’autentica liturgia sarà sempre seguire Cristo obbediente. &lt;/strong&gt;Cristo non ci comanderà mai di spezzare l’unità della Chiesa. Come dice san Giovanni Crisostomo: “L’unità della Chiesa, custodita dallo Spirito Santo, è più preziosa di tutte le ricchezze di questo mondo”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Robert Sarah, Cardinale, prefetto emerito del dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 23 Feb 2026 09:20:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Robert Sarah</dc:creator>
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      <title>Da Lampedusa al Meeting di Rimini. Leone, il Papa globetrotter</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/20/news/da-lampedusa-al-meeting-di-rimini-leone-il-papa-globetrotter-8682213/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma. &lt;/em&gt;Non sapendo nulla di Robert Francis Prevost, nei giorni immediatamente successivi all’elezione a Pontefice si diceva “è uno che viaggia molto”. Lo raccontavano i confratelli agostiniani, che ricordano il giro del mondo fatto dall’allora priore durante i suoi due mandati consecutivi alla guida dell’ordine. Nove mesi dopo, stando alla brochure diffusa ieri dalla Prefettura della Casa Pontificia, si può dire che tale informazione era corretta. Non confermati ancora i viaggi internazionali in Africa (in lizza quattro paesi, a cominciare dall’Algeria), Spagna e America latina, ecco che da maggio ad agosto il menù presenta un Papa globetrotter. Quasi giovanpaolino, si potrebbe dire senza timore d’essere smentiti, data la propensione a viaggiare. &lt;strong&gt;Primo appuntamento in agenda, l’8 maggio, anniversario dell’elezione: Leone XIV sarà a Pompei per la Supplica alla Madonna. Celebrerà la messa e dopo pranzo si sposterà a Napoli.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;In cattedrale incontrerà il clero e i religiosi, mentre in piazza Plebiscito la cittadinanza. In Campania tornerà il 23 maggio, ad Acerra, dove incontrerà i fedeli della Terra dei fuochi. Il giorno dopo sarà l’anniversario – l’undicesimo – dalla promulgazione dell’enciclica &lt;em&gt;Laudato Si’&lt;/em&gt;. Sabato 20 giugno si recherà a Pavia, dove sono custodite le spoglie di sant’Agostino. Nel 2007, da priore, accolse egli stesso Benedetto XVI, giunto lì in visita. Il 4 luglio, tredici anni dopo Francesco, sarà a Lampedusa, porta d’Europa e prima meta dei migranti che dall’Africa cercano di giungere nel Vecchio continente. Giovedì 6 agosto sarà ad Assisi, dove incontrerà i giovani riuniti nell’ottavo centenario del Transito di san Francesco. &lt;strong&gt;Infine, il 22 agosto, partirà alla volta di Rimini, dove parteciperà al Meeting e celebrerà la messa per i fedeli della diocesi. &lt;/strong&gt;Quest’ultimo appuntamento è rilevante: l’unico Papa a recarsi al Meeting &amp;nbsp;era stato, nel lontano 1982, Giovanni Paolo II. Il presidente della Fraternità di Cl, Davide Prosperi ha detto che “la presenza di Papa Leone XIV al prossimo Meeting di Rimini è motivo di grande gioia per tutto il movimento di Comunione e liberazione, all’interno della cui storia l’esperienza del Meeting è nata e si è sviluppata. Siamo profondamente grati al Santo Padre per aver accolto il nostro invito: la sua partecipazione rappresenta per noi un segno di affetto molto desiderato”. Bernhard Scholz, presidente &amp;nbsp;della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ha sottolineato che “la sua visita ci rende ancora più consapevoli e responsabili di ciò che il Meeting, come luogo di incontro e di sincero dialogo alla ricerca del vero, del bello e del giusto, rappresenta per le centinaia di migliaia di visitatori e per i volontari e i collaboratori che vi partecipano”. &lt;strong&gt;L’annuncio della visita è giunto poche ore prima di quello dato dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini: il 14 maggio sarà dichiarata conclusa la causa di beatificazione &amp;nbsp;di &amp;nbsp;don Luigi Giussani.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Mentre il Papa preparava l’agenda per le uscite dei prossimi mesi, &lt;strong&gt;dai lefebvriani arrivava la risposta alle aperture del cardinale Fernández&lt;/strong&gt; formulate nel corso dell’incontro con il superiore generale della Fraternità San Pio X avvenuto il 12 febbraio: nonostante l’apprezzamento per la disponibilità mostrata dal Vaticano, le annunciate ordinazioni episcopali non saranno sospese. Il problema, si legge nel comunicato diffuso dalla Fraternità, è sempre lo stesso: “Non possiamo metterci d’accordo sul piano dottrinale, in particolare riguardo agli orientamenti fondamentali assunti a partire dal Concilio Vaticano II”. Roma aveva avvertito: se andrete avanti con le ordinazioni (le prime dal 1988), arriveranno i provvedimenti previsti: la scomunica.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 20 Feb 2026 04:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-20T04:36:00Z</dc:date>
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      <title>L'irrituale stoccata del Vaticano al governo italiano</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/19/news/l-irrituale-stoccata-del-vaticano-al-governo-italiano-8677309/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Roma.&lt;/em&gt; “Abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore. Evidentemente ci sono punti che lasciano un po’ perplessi, alcuni punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni. L’importante è che si sia tentato di dare una risposta, però ci sono alcune criticità che dovrebbero essere risolte”. Solitamente prudentissimo, stavolta il cardinale Pietro Parolin ha voluto rimarcare una certa distanza dalla linea di politica estera assunta a Palazzo Chigi sul vicino oriente. Non è usuale che la Segreteria di stato vaticana sia così esplicita nel mostrare “perplessità” sulle mosse del governo italiano. &lt;strong&gt;Di solito, infatti, si preferisce soprassedere evitando commenti&lt;/strong&gt;, data la vicinanza. La notizia infatti non è l’assenza – scontata – della Santa Sede dal Board di Gaza. Parolin, settimane fa, aveva detto di aver ricevuto l’invito e di essere intento a valutare la faccenda. Ma che il Papa partecipasse a quella che il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, aveva definito “un’operazione colonialista”, non era nell’ordine delle cose. Anche perché avrebbe significato schierare la Sede apostolica con quelli che, più o meno esplicitamente, vogliono mettere da parte l’Onu, che &lt;strong&gt;per il Vaticano resta invece un presidio irrinunciabile di pace e giustizia&lt;/strong&gt;. Meglio restarne fuori, se non altro per non intaccare la “terzietà” rispetto ai contendenti, evitando al contempo di farsi trascinare in polemiche la cui gestione sarebbe delicata.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il punto rilevante è invece la tirata d’orecchi al governo. &lt;/strong&gt;Era finita la cerimonia annuale per l’anniversario dei Patti lateranensi, il segretario di stato aveva ringraziato l’esecutivo per la collaborazione e i provvedimenti adottati in vari campi &amp;nbsp;– famiglia, occupazione, disabilità e &amp;nbsp;carceri – ed ecco la stoccata. Che tra l’altro rovina l’immagine, da tempo à la page dalle parti di Chigi e più in generale della maggioranza – di una sorta di rapporto stretto con la Segreteria di stato tale da bypassare una Cei ostile e schierata &amp;nbsp; all’opposizione. &amp;nbsp;Un anno fa, di questi tempi, poco prudenti &amp;nbsp;frequentatori di Montecitorio e Palazzo Madama confidavano, tra buvette e bar del centro di Roma, che &lt;strong&gt;Parolin sarebbe stato il Papa perfetto&lt;/strong&gt;, sempre attento alle istanze della maggioranza a differenza di una Conferenza episcopale sovente identificata con il Pd. Che poi Parolin fosse identificato come il Papa migliore anche dai Cinque stelle, che ricordavano un giorno sì e l’altro pure che Giuseppe Conte è un figlio di &lt;strong&gt;Villa Nazareth&lt;/strong&gt;, il cui presidente è proprio il segretario di stato, non scalfiva le certezze. In tutto questo, c’è il “problema” di capire quanto affine alle posizioni italiane sia Leone XIV, ammesso che tra i mille e più dossier che affollano la sua scrivania ci sia anche la politica estera del governo. Di certo, al di là della normale cortesia e del plauso vaticano per la gestione del Giubileo in un anno complesso, tra la premier e il Pontefice non c’è il medesimo feeling stabilito con il predecessore Francesco, al punto da consentire a Giorgia Meloni di mostrare un legame affettuoso e ricambiato &amp;nbsp;che non pochi esponenti del centrodestra usavano per superare polemiche e incomprensioni con una parte &amp;nbsp;dell’episcopato italiano. &lt;strong&gt;La stessa parte che nell’ultimo biennio alzava la voce per protestare contro la politica migratoria, la destinazione dell’otto per mille, premierato e autonomia differenziata&lt;/strong&gt;. Venuto meno Francesco, traballa anche l’appiglio in Segreteria di stato.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 19 Feb 2026 04:58:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-19T04:58:00Z</dc:date>
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      <title>Come sarà la Chiesa nel XXI secolo? Ratzinger lo predisse alla perfezione</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/18/news/come-sara-la-chiesa-nel-xxi-secolo-ratzinger-lo-predisse-alla-perfezione-8672840/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Pubblichiamo un ampio stralcio della conferenza radiofonica del 1969 che Joseph Ratzinger tenne per la Hessischer Rudfunk. Il testo è contenuto nel volume “La fede del futuro. Il futuro della Chiesa” edito da Cantagalli (176 pp., 18 euro).&amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;  
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il teologo non è un indovino. E non è neppure un futurologo che fa calcoli sul futuro partendo da fattori calcolabili del presente. Il suo mestiere lo tiene abbastanza lontano dal calcolo; solo in minima parte, dunque, esso potrebbe diventare oggetto della futurologia, che non è neppure arte divinatoria, ma stabilisce appunto ciò che è calcolabile e deve lasciare aperto ciò che calcolabile non è. Siccome la fede e la Chiesa raggiungono quelle profondità dell’uomo dalle quali continuamente proviene ciò che è creativamente nuovo, inatteso e non pianificato, ne risulta che il loro futuro a noi rimane nascosto anche nell’epoca della futurologia. Chi avrebbe potuto predire alla morte di Pio XII il Concilio Vaticano II o, ancor più, gli sviluppi postconciliari? O chi avrebbe osato predire il Concilio Vaticano I, quando Pio VI, deportato dalle truppe della giovane Repubblica francese, morì prigioniero a Valence nel 1799?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Già tre anni prima uno dei dirigenti della Repubblica aveva scritto: “Questo vecchio idolo sarà distrutto. Così vuole la libertà e la filosofia. […] E’ auspicabile che Pio VI viva ancora per due anni, affinché la filosofia abbia il tempo di completare la sua opera e di lasciare questo ‘Lama’ dell’Europa senza successori”. E sembrava che fosse così, fino al punto che furono tenute orazioni funebri sul papato, che si dava ormai per definitivamente estinto. Siamo dunque cauti con le prognosi. E’ ancora valida la parola di Agostino, secondo la quale l’uomo è un abisso; nessuno può in antecedenza abbracciare con lo sguardo ciò che sale da questo abisso. E chi crede che la Chiesa non solo è segnata da quell’abisso che è l’uomo, ma si spinge fino all’abisso più grande e infinito che è Dio, ha motivi a sufficienza per trattenersi dal far previsioni, l’ingenuo “voler essere informati a ogni costo” sulle quali potrebbe rivelare soltanto una mancanza di fiuto storico. Ma allora ha senso il nostro tema? Lo può avere, se si è consapevoli dei suoi limiti. Proprio in tempi di grandi sconvolgimenti storici, nei quali tutto quel che è accaduto fin qui sembra dileguarsi e aprirsi a ciò che è completamente nuovo, l’uomo ha bisogno di riflettere sulla storia, la quale riporta alle sue giuste proporzioni l’attimo ingigantito in modo irreale inquadrandolo in un avvenimento che non si ripete mai, ma che neanche perde mai la sua unità e il suo contesto. Potreste dire: abbiamo sentito bene? Riflettere sulla storia? Ma questo significa guardare al passato, mentre noi ci attendevamo uno sguardo sul futuro. Sì, avete sentito bene. Ma io ritengo che riflettere sulla storia, quando questo s’intenda correttamente, comporta l’una e l’altra cosa: uno sguardo retrospettivo su ciò che è già accaduto e, da qui, la riflessione sulle possibilità e sui compiti rispetto a ciò che deve venire; possibilità e compiti che possono chiarirsi solo se si abbraccia con lo sguardo un tratto abbastanza ampio di strada e non ci si chiude ingenuamente nell’oggi. Neanche lo sguardo retrospettivo permette predizioni del futuro, ma limita l’illusione dell’assoluta straordinarietà e mostra come anche in passato c’è stato qualche cosa non di uguale, ma di paragonabile. In ciò che c’è di disuguale tra ieri e oggi si fonda l’incertezza delle nostre asserzioni e la novità dei nostri compiti; in ciò che c’è di uguale, si fonda la possibilità di un orientamento e di una correzione. Alla nostra odierna situazione ecclesiale è paragonabile in linea generale innanzitutto il periodo del cosiddetto modernismo degli inizi del secolo e inoltre la fine del rococò, il sorgere definitivo dell’epoca moderna con l’illuminismo e con la Rivoluzione francese. La crisi del modernismo non è stata portata completamente a termine, è stata interrotta anzitempo dalle misure di Pio X e dalla mutata situazione spirituale dopo la Prima guerra mondiale; la crisi attuale è solo la ripresa, a lungo differita, di ciò che è iniziato allora. Così, come analogia, ci resta la storia della Chiesa e della teologia dell’illuminismo. Chi osserva meglio rimane sorpreso dal grado di somiglianza tra ciò che accadde un tempo e oggi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’“illuminismo”, come epoca storica, non gode oggi di buona fama; anche chi si mette decisamente sulle orme del passato non vuol passare tuttavia per illuminista, ma si distanzia dal razionalismo troppo semplicistico, così ritiene, di quel tempo, in quanto si prende la briga in genere di ricordare la storia avvenuta. Ora, qui ci sarebbe già una prima analogia: il distacco risoluto dalla storia, considerata solo come il ripostiglio delle cose di ieri, che non potrebbero più essere utilizzate per un oggi completamente nuovo; la certezza, sicura di vincere, che oggi non si debba più agire secondo la tradizione, ma solo in modo razionale; il ruolo in genere di parole come “razionale”, “afferrabile” e simili. Allora come oggi, tutto questo è sorprendentemente uguale. (…) Per la questione dove si trovino gli elementi forieri del futuro e dove no, a me sembra che la cosa più istruttiva sia quella di riflettere sulle persone e sui tratti caratteristici di ogni epoca che in esse si rivelano. Ovviamente possiamo scegliere soltanto qualche esempio caratteristico, in cui si vede l’ampiezza delle possibilità di allora e, nello stesso tempo, la sbalorditiva analogia con il nostro tempo. C’è il progressista estremista, esemplificato dalla tragica figura dell’arcivescovo di Parigi Gobel, sempre zelante nel correr dietro al progresso del suo tempo. In un primo momento egli fu per una Chiesa nazionale costituzionale; poi, come se ciò non bastasse, rinunciò solennemente al sacerdozio, dichiarando che, con il felice esito della Rivoluzione, non vi era più alcun bisogno di un altro culto nazionale, diverso da quello della libertà e dell’eguaglianza. Partecipò all’adorazione della dea ragione in Notre-Dame, ma alla fine il progresso scavalcò anche lui: con Robespierre l’ateismo diventò di nuovo improvvisamente un crimine, e così l’ex arcivescovo fu condotto alla ghigliottina come ateo, e giustiziato. In Germania la situazione si presentava più tranquilla: qui, ad esempio, ci sarebbe da ricordare, come un progressista classico, il direttore del Georgianum di Monaco, Matthias Fingerlos. Nella sua opera Wozu sind Geistliche da? [Perché ci sono i sacerdoti?] egli spiega che il prete dev’essere innanzitutto un maestro del popolo, che istruisce il popolo sulla coltivazione dei campi, sull’allevamento del bestiame, sulla frutticultura, sui parafulmini, ma anche sulla musica e sull’arte. Si direbbe oggi: il prete dev’essere innanzitutto un assistente sociale e dev’essere al servizio della costruzione di una società razionale, purificata dagli irrazionalismi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Al centro, come progressista moderato, si potrebbe collocare la figura del già ricordato vicario generale di Costanza Wessenberg, che in nessun modo avrebbe collaborato a una semplice riduzione della fede all’attività sociale, ma che, d’altra parte, mostrava troppa poca sensibilità per ciò che è organico, per ciò che è vivo e si sottrae alle pure costruzioni della ragione. Un ordine di grandezza totalmente diverso lo incontriamo nella figura, posteriore in ordine di tempo, del vescovo di Regensburg Johann Michael Sailer. E’ difficile classificarlo. Le categorie usuali di progressismo e conservatorismo falliscono se applicate a lui, come mostra già il suo stesso curriculum vitae: nel 1794 gli fu tolta la cattedra a Dillingen con l’accusa di illuminismo; nel 1819 naufragava la sua nomina a vescovo di Ausburg, tra l’altro per l’opposizione di Clemens Maria Hofbauer, più tardi innalzato all’onore degli altari, e che ha sempre visto in lui un illuminista; d’altro canto, già nel 1806, il suo discepolo Zimmer fu allontanato dall’università di Landshut perché accusato di essere reazionario, provvedimento con il quale si voleva colpire Sailer e la sua cerchia come i veri oppositori dell’illuminismo: lo stesso uomo, che Hofbauer ha sempre ritenuto un illuminista, fu visto dai veri rappresentanti dell’illuminismo come il più pericoloso avversario di esso. Avevano ragione. Da quest’uomo e dalla sua grande cerchia di amici e discepoli ha preso avvio un movimento che aveva più futuro in sé che non la tronfia presunzione degli illuministi puri. Il futuro della Chiesa può venire e anche oggi verrà solo dalla forza di coloro che hanno profonde radici e vivono della limpida pienezza della loro fede. Non verrà da coloro che prescrivono soltanto ricette. Non verrà da coloro che si adeguano alla situazione del momento. Non verrà da coloro che criticano gli altri, ma che ritengono se stessi una misura infallibile. E neppure verrà da coloro che scelgono solo il cammino più comodo, che evitano la passione della fede e dichiarano falso e sorpassato, tirannia e legalismo, tutto ciò che è esigente, che fa fatica all’uomo e lo obbliga ad abbandonare se stesso. Diciamo questo in forma positiva: anche questa volta, come sempre, il futuro della Chiesa verrà fuori dai santi. Da uomini, cioè, la cui capacità di percezione va al di là delle parole e che proprio per questo sono moderni. Da uomini, perciò, che sanno vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. L’altruismo, che rende l’uomo libero, si acquista solo nella pazienza delle piccole rinunce quotidiane a se stessi. In questa passione quotidiana, che sola permette all’uomo di sperimentare quanto sia vincolato dal suo io, in questa passione quotidiana, e solo in essa, l’uomo progressivamente si apre. Egli vede soltanto nella misura in cui ha amato e sofferto. Se oggi ci è difficile percepire ancora Dio, questo dipende dal fatto che è diventato troppo facile eludere noi stessi e rifuggire dalla profondità della nostra esistenza nello stordimento di ogni genere di comodità. Se è vero che si vede bene solo con il cuore, come siamo tutti ciechi! &amp;nbsp;Che cosa significa questo per la nostra questione? Significa che le grandi parole di quelli che ci profetizzano una Chiesa senza Dio e senza fede sono vuota chiacchiera. Una Chiesa che celebra il culto dell’azione in “preghiere” politiche non ci serve. E’ del tutto superflua.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E per questo tramonterà da sé. Rimarrà la Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa che crede nel Dio che si è fatto uomo e che ci promette la vita oltre la morte. Parimenti, il prete che sia un mero funzionario sociale può essere sostituito da psicoterapeuti e da altri specialisti. Il prete che non è specialista, però, che non si tiene fuori dal gioco offrendo consulenze professionali, ma che in nome di Dio si mette a disposizione gioia, nella loro speranza e nella loro angoscia, sarà ancora necessario. Procediamo oltre. Dalla crisi di oggi, verrà fuori, anche questa volta, una Chiesa che avrà perduto molto. Essa diventerà piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Non potrà più riempire molti degli edifici che aveva eretto in tempi di congiuntura favorevole. Insieme a un bel numero di aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società. Si presenterà, molto più nettamente rispetto a prima, come comunità cui si aderisce liberamente, cui si può accedere solo in base a una decisione. Come piccola comunità solleciterà molto più decisamente l’iniziativa dei suoi singoli membri. Certamente conoscerà anche nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati che esercitano una professione: in molte comunità più piccole e in gruppi sociali omogenei la normale cura d’anime sarà esercitata così. Con accanto, indispensabilmente un prete a capo, come è stato finora. Ma, in mezzo a tutti questi presumibili cambiamenti, di nuovo e con ogni risolutezza la Chiesa troverà ciò che le è essenziale in quello che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio unitrino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Essa riconoscerà di nuovo nella fede e nella preghiera il suo vero centro e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino, non come problema di attivismo liturgico. Sarà una Chiesa rientrata in se stessa, raccolta interiormente, che non si fa forte del suo mandato politico e non flirta né con la sinistra né con la destra. Essa farà questo con fatica. Infatti, il processo di cristallizzazione e di chiarificazione le costerà anche molte energie. La renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli. Il processo sarà tanto più difficile, in quanto, da una parte, dovrà essere abbandonata una mentalità settaria, dall’altra, un tronfio arbitrio. Si può prevedere che tutto questo richiederà del tempo. Il processo sarà lungo e faticoso, proprio come fu molto lungo il cammino che portò dai falsi progressismi alla vigilia della Rivoluzione francese – quando anche per i vescovi era diventato di moda mettere in ridicolo i dogmi e magari lasciar intendere perfino che non si riteneva sicura neppure l’esistenza di Dio – fino al rinnovamento del XIX secolo. Ma, dopo la prova di queste decurtazioni, da una Chiesa rientrata in se stessa, raccolta interiormente e semplificata, uscirà una grande forza. In un mondo totalmente pianificato, infatti, gli uomini saranno indicibilmente soli. Essi sperimenteranno, quando Dio sarà interamente sparito dal loro orizzonte, la loro totale e paurosa povertà. Ed essi scopriranno, allora, la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: come una speranza che li riguarda, come una risposta a quel che di nascosto sempre si sono chiesti. A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma sono anche certissimo di ciò che alla fine resterà: non la Chiesa del culto politico, che ha fatto fallimento già con Gobel, ma la Chiesa della fede. Certo, essa non sarà mai più la forza dominante della società nella misura in cui lo è stata fino a poco tempo fa. Ma conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria che dà loro vita e speranza oltre la morte.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:53:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Joseph Ratzinger</dc:creator>
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      <title>"Sul referendum la Chiesa non si schieri, non c'è di mezzo l'etica"</title>
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      <description>&lt;p&gt;“Come pastore e come credente ho il dovere e il diritto di esprimere la mia opinione, che per un cristiano deve dipendere dalla parola della fede e della dottrina. Perciò, di fronte al pronunciamento di una sentenza della Corte costituzionale, se un cristiano constata che quanto stabilito è contrario ai princìpi della legge naturale o ai princìpi della legge di Dio rivelata, non deve accettarla”. &lt;strong&gt;Mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo&lt;/strong&gt;, parla con il Foglio ed è chiaro nel respingere la tesi &amp;nbsp;secondo cui, siccome la Consulta si è espressa riguardo al fine vita, è necessario fare al più presto una legge per contrastare il “far west” in cui ogni regione legifera a modo suo, come detto dal (favorevole al provvedimento) vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino. “Come cittadino mi domando – prosegue mons. Suetta – quali compiti abbia la Corte costituzionale”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;“Di certo – prosegue il vescovo – non quello di legiferare, perché a legiferare ci pensa il Parlamento. Non mi si può dire che la Consulta interviene laddove c’è carenza di normativa, perché qui non c’è alcuna carenza: la legge italiana condanna il suicidio e punisce chi vi coopera. La legge, poi, garantisce o dovrebbe garantire il ricorso per tutti alle cure palliative. Dov’è il vuoto normativo?”. Allora perché la posizione della Cei pare essere favorevole a seguire le indicazioni della Corte? “&lt;strong&gt;Non parlerei di Cei, perché della Cei faccio parte anche io. Al suo interno non abbiamo deciso di sostenere una legge di questo tipo. &lt;/strong&gt;Abbiamo parlato tante volte di questo argomento e sono stati messi sul tavolo molti aspetti di carattere sanitario, sociale, politico. Ciò appartiene alla libera discussione. Quando il discorso ha toccato la sua vera competenza, &amp;nbsp;la Cei ha sempre ribadito che la vita umana è sacra dal suo concepimento al suo naturale spegnersi”. I pareri personali non son quelli della Conferenza? “Esatto. Capisco che possa esserci preoccupazione. Siamo in una congiuntura in cui si dice che sicuramente, prima o poi, in un modo o nell’altro, una legge verrà fatta. E quindi, anziché restarne fuori, è meglio coinvolgersi e mettere dei paletti. Questa potrebbe essere una ragione comprensibile, collocandola nella sfera delle buone intenzioni. Io non la condivido, perché non possiamo oltrepassare il confine di ciò che è stabilito dalla legge naturale, andando in un campo negativo, quello di accondiscendere al suicidio assistito dicendo che ‘però mettiamo dei paletti’. Noi dobbiamo rimanere in una zona chiara”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Perché allora &amp;nbsp;si sostiene che la legge non è più rimandabile? “Il perché non lo so. Credo ci sia una forma di resa rispetto all’impatto che ha la cosiddetta opinione pubblica o, più puntualmente, il pensiero dominante. Quando la questione è presentata entro determinati contorni che corrispondono ai più diffusi cliché, facilmente l’opinione pubblica si rivela incline a essere favorevole alla garanzia di alcuni cosiddetti diritti. Non sono però convinto che, a fronte di una più accurata informazione, l’opinione pubblica vada verso un allargamento delle maglie. Perché anche la ragione banale che molti hanno in mente – ‘io non lo farei, ma non voglio impedire a chi desidera farlo di procedere’ – è un’argomentazione debole che può e deve essere meglio chiarita. Penso che talvolta in molti di noi, persone di Chiesa, ci sia una lettura nella prospettiva dell’inesorabilità di certi processi. Io ritengo perciò che questi processi siano processi di decadenza e la Chiesa e i credenti abbiano la grave responsabilità e il gioioso compito di illuminare le coscienze e la società con la luce del Vangelo e con la dottrina cattolica”. Ad esempio? “In tanti processi, non escluso il processo sinodale che abbiamo vissuto in Italia, noi parliamo di maggioranza. Ma questa è sempre relativa: è la maggioranza di chi è stato o si è coinvolto. In ogni caso,&lt;strong&gt; la maggioranza, nella vita della Chiesa &amp;nbsp;non ha alcun peso, visto che la Chiesa non regola i suoi aspetti essenziali con i princìpi democratici”&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sul referendum relativo alla &lt;strong&gt;riforma Nordio&lt;/strong&gt; si è assistito nelle scorse settimane a un fenomeno curioso: gli stessi commentatori che “condannavano” l’ingerenza dei vescovi sui temi etici, hanno plaudito a una mal compresa dichiarazione del presidente Zuppi secondo cui la Cei avrebbe assunto una posizione contraria (il Consiglio permanente ha solo invitato a un voto consapevole). Dice mons. Suetta, che per l’iniziativa da lui lanciata di suonare ogni sera la campana della curia di San Remo per i bambini non nati è stato accusato di ingerenza e contrasto alla legge che permette l’aborto: “Rispedisco al mittente ogni accusa di ingerenza. Noi dobbiamo essere ingerenti. Intanto, io come pastore debbo parlare ai fedeli, non imponendo il mio pensiero. E ho il diritto di dire la mia, come prevede la Costituzione dello stato di cui sono cittadino. Se mi si dice che faccio ingerenza in temi che sono etici, ben venga l’ingerenza”. E sul referendum di marzo? “&lt;strong&gt;Preferisco rimanere fuori dal dibattito, perché troppo facilmente si viene classificati come filodestra o filosinistra.&lt;/strong&gt; Di certo non è una questione etica che possa portare un vescovo a dire che una delle due posizioni è assolutamente quella giusta. Io so chiaramente come voterò, ma evito di dirlo per evitare che qualcuno affermi che il vescovo ordina di votare in un certo modo. Credo sia indebito schierarsi pubblicamente da una parte o dall’altra: non ci sono questioni oggettive per cui la Chiesa debba dire di votare in un determinato modo”.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 17 Feb 2026 05:00:00 GMT</pubDate>
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