Fede viva e cultura. La “baldanza ingenua” di “don Gius” e dei suoi ragazzi, oggi

Don Giussani verso Roma (e verso gli altari). Chiusa la fase diocesana del processo canonico

di
15 MAY 26
Immagine di Fede viva e cultura. La “baldanza ingenua” di “don Gius” e dei suoi ragazzi, oggi

Foto Lapresse

“Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”. E’ una frase piena di vita ed entusiasmo scritta nel diario di un “giessino” di 17 anni, Marco Gallo, morto in un incidente e per cui è iniziata la causa di beatificazione. Un figlio, anzi un nipotino di don Luigi Giussani, che non ha mai conosciuto di persona. Eppure quella frase, che sprizza la baldanza di un incontro pieno di fede, anche il “don Gius” l’avrebbe detta, con lo stesso entusiasmo. Perché, come ripeteva con un verso di Paul Claudel che amava molto, “santità non è baciare sulla bocca un lebbroso o morire in terra di paganìa, ma fare la volontà di Dio, prontamente”. Così prontamente da attirare con sé, nella stessa avventura umana e di fede, tante persone, di ogni età e ogni condizione. 
Non un progetto ma un dono di Dio, un “carisma” attraverso cui “il Gius” ha suscitato una storia, un movimento dentro la Chiesa. Era questa “la stoffa del santo” che piaceva a don Giussani. Ieri nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano così cara a Giussani, come caro gli era il Santo vescovo, guida sicura per il suo popolo, si è chiusa la Fase diocesana della “causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio monsignor Luigi Giussani”. Quella che ha raccolto le testimonianze di alcuni tra coloro che hanno conosciuto il sacerdote lombardo, iniziatore di Comunione e liberazione.
Monsignor Ennio Apeciti, responsabile del Servizio diocesano per le cause dei santi e delegato per la causa di beatificazione, due anni fa aveva spiegato che sarebbero stati ascoltati 50-60 testimoni. E “non solo persone di età, considerato che Giussani è morto nel 2005, ma anche giovani che possono dire come monsignor Giussani abbia indicato loro una via esemplare di testimonianza”. Insomma anche i tanti, come gli adolescenti di oggi, come le molte persone di paesi lontani, che “pur non avendolo visto” hanno incontrato la sua storia. E attraverso lui un cristianesimo vissuto. “Storia di Grazia”, ha detto con acutezza l’arcivescovo Mario Delpini, che ha presieduto la solenne cerimonia insieme religiosa (i primi Vespri dell’Ascensione) e di diritto canonico, con i plichi sigillati dalla ceralacca prima di esser spediti alla Congregazione delle cause dei santi a Roma. Delpini ha elencato i motivi di gratitudine di tutta la Chiesa per la storia di fede suscitata dall’opera di Giussani, ha ammonito con garbo i suoi figli sulle “tentazioni” da evitare, lasciar inaridire un “giacimento” di fede il “trionfalismo” che, a volte, può essere il vicino di casa dell’entusiasmo. Il resto, come ha ricordato mons. Apeciti, è nelle mani di Dio, al pari dei “miracoli” che solo la Chiesa saprà e potrà riconoscere.
Per una coincidenza, la cerimonia di ieri ha coinciso con la visita di Papa Leone all’Università La Sapienza, gesto (anche) riparatorio di quella porta che fu chiusa in faccia a Papa Benedetto, il Papa teologo con il quale don Giussani ebbe un rapporto molto stretto. Un rapporto in cui, oltre a una comune visione di un cristianesimo “creativo”, c’era la certezza del ruolo cruciale della cultura nella missione della Chiesa. Ieri alcuni brani del sacerdote ambrosiano letti in Sant’Ambrogio avevano il timbro di un pensiero non solo astrattamente “religioso” – “dobbiamo proporre il Dio vivo, non il Dio dei morti”, ripeteva – ma anche la capacità di incontrare la ricerca di tutti, di farsi compagni a tutti, di colmare quella “malinconia” dell’uomo moderno che anche Papa Leone ha spesso indicato. “Cos’è l’uomo, perché Tu te ne curi?”, è un versetto dei Salmi che Giussani ha sempre ripetuto, come autentica domanda esistenziale, uguale per tutti, nella propria vita.
Della beatificazione e della santità deciderà la Chiesa, ma ciò che è nato e vive grazie a don Giussani è una delle risposte evidenti e concrete alla domanda che oggi in tanti hanno cominciato a porsi nella nostra società occidentale così apparentemente secolarizzata: ma Dio non era morto, molto tempo fa? Finché ragazzi di 17 anni, e uomini e donne mature, sapranno dire “anche i sassi si sarebbero messi a saltellare” per spiegare la felicità dell’incontro con Gesù Cristo attraverso la sua Chiesa, la risposta può essere una sorpresa. Nei plichi sigillati ieri del processo per la beatificazione e canonizzazione di don Giussani ci sono pagine e pagine che raccontano quella sorpresa. E testimoniano di “quella baldanza ingenua che ci caratterizza”, per citare l’espressione che il Gius usò per definire il temperamento della compagnia cristiana che aveva per grazia di Dio generato.