A destra si teme quel che farà la Chiesa in vista delle Politiche

I vescovi pronti a scendere in campo discutendo sui "temi". Da Gaza all'immigrazione, dall'autonomia al premierato, non si prospettano mesi facili per la maggioranza di centrodestra. Ma prima, fra un anno, si eleggerà il presidente della Cei

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12 MAY 26
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Il presidente della Cei, Matteo Zuppi

Roma. Ancor prima che si celebrasse il referendum sulla giustizia, negli ambienti della maggioranza di governo ci si domandava come si sarebbe comportata la Chiesa il prossimo anno, quando sarebbe iniziata la campagna elettorale per le Politiche. Se i vescovi si sono messi pancia a terra contro il doppio Csm e la separazione delle carriere, chissà cosa accadrà quando in ballo ci sarà Palazzo Chigi, si diceva con un mezzo sorriso. Nonostante infatti le rassicurazioni giunte da più parti e le precisazioni del cardinale presidente della Conferenza episcopale, Matteo Zuppi, su una neutralità granitica di fronte all’alternativa Sì o No dello scorso marzo, la sensazione ai piani alti (e anche medio-bassi) del centrodestra era quella di una sorta di accerchiamento come non si vedeva da parecchio tempo. A smentire tale sensazione non aveva contribuito l’annunciata – e poi cancellata – partecipazione del vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino, al convegno organizzato da Magistratura democratica a pochi giorni dall’apertura delle urne (avrebbe dovuto partecipare al panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo”). A nulla potevano poi i comunicati ufficiali che richiamavano la terzietà dell’episcopato. Però, insomma: la cronaca era quella di oratori e sale parrocchiali da un capo all’altro d’Italia attivissimi nell’organizzare eventi per il No, inviti a magistrati (attivi o in pensione) perlopiù schierati contro la riforma. E i vescovi a favore del Sì – che c’erano – convinti che fosse meglio non uscire allo scoperto, trincerandosi dietro il fatto che il voto è segreto e che era preferibile non farsi strumentalizzare.
Ma cosa accadrà tra un anno? Se, come qualche vescovo sostiene, la Chiesa farà sentire la propria voce sui “temi” che interessano i cittadini, le tensioni sono scontate. Si pensi solo ai centri per migranti in Albania, punto d’orgoglio per il governo Meloni, che l’arcivescovo di Ferrara, mons. Gian Carlo Perego, ha definito “prigioni a cielo aperto”. Aggiunse, il presidente della Fondazione Migrantes che “le soluzioni devono essere dunque realistiche e oneste intellettualmente. Ditemi voi se sia tale la soluzione all’irregolarità nel nostro paese – dove si stimano tra 300 e i 400 mila irregolari – quella dei mille posti totali dei centri in Albania. Si era detto che la strada migliore fossero i rimpatri assistiti, piuttosto che rinchiudere una persona per diciotto mesi che poi ritorna fuori, perché il cinquanta per cento di chi viene recluso nei Cpr, ritorna indietro”. E lo stesso Perego parlò di “subdole manovre per allontanare il dramma di migranti in fuga dai nostri occhi e dalla nostra responsabilità costituzionale”. Considerazioni che portarono la premier Giorgia Meloni a respingere “con fermezza le accuse di monsignor Perego e consiglio di avere maggiore prudenza nell’uso delle parole”.
Il punto è che Perego non è una voce isolata: con lui c’è buona parte della nuova generazione di vescovi italiani, nominati negli anni del pontificato di Francesco, i “pastori con l’odore delle pecore” che non paiono proprio allineati con l’attuale governo. Si tratta di personalità molto attive sul campo sociale e meno su questioni di morale e dottrina. Dopotutto, ricorda un vescovo, “Papa Francesco i teologi li voleva mandare su un’isola deserta”. Nel centrodestra si è faticato parecchio a capire come stesse cambiando la geografia episcopale della Cei.
Una parte non indifferente del cattolicesimo ruotante attorno all’attuale governo tratteggiava scenari pensando che lo zoccolo duro fosse ancora, non si sa come, quello ruiniano. A giustificare tale idea venivano squadernati i voti ottenuti quattro anni fa alle elezioni per la presidenza della Cei da mons. Antonino Raspanti, capace di piazzarsi terzo dietro Zuppi e Lojudice nonostante Francesco avesse fatto sapere ai vescovi che lui voleva che votassero un cardinale. Altro errore di valutazione apparso in tutta la sua evidenza quando sono iniziati gli scontri sulla destinazione dell’otto per mille: la scelta dell’esecutivo di aggiungere alla disciplina vigente per l’utilizzazione della quota dell’Irpef devoluta allo stato un’ulteriore possibilità, cioè il recupero dalle tossicodipendenze e dalle altre dipendenze patologiche, non è piaciuta ai quartieri generali dei vescovi. Questa possibilità (ne avevano aggiunte anche i governi di Giuseppe Conte e di Mario Draghi, senza troppi clamori) andava ad aumentare la discrezionalità del contribuente. Una misura che alla Cei non è andata giù e non ha fatto nulla per celare il disappunto.
E’ da quel momento che i vertici della Conferenza episcopale sono stati ritenuti, se non ostili, quantomeno poco amici. E questo nonostante dal governo si facesse sapere quanti provvedimenti fossero stati adottati proprio per venire incontro alle istanze della Chiesa italiana (ad esempio, l’intesa sul concorso per i docenti di religione, misura attesa da decenni). Non a caso, c’è chi collegò la manifesta contrarietà della Cei alle proposte di legge sul premierato alle divergenze in materia fiscale.
Se i “temi” saranno l’oggetto delle prese di posizione episcopali, per Palazzo Chigi si mette male. Su Gaza, ad esempio, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, fin da subito diede esplicito appoggio alla Flotilla diretta nella Striscia, paventando anche il desiderio di imbarcarsi lui stesso: “Sono convinto infatti che l’unica via umana ed evangelica per contrastare la guerra in maniera non violenta sia la contrapposizione, lo schieramento di corpi inermi sul fronte dei belligeranti. Di fronte a tutto questo credo che siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito ma come uomini e donne che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. E’ l’umanità a essere in gioco, simbolicamente a Gaza: quell’umanità che pare sparire dall’orizzonte della politica contemporanea”.
Per non parlare dell’autonomia differenziata: non appena la Lega riproporrà la questione, intere conferenze episcopali regionali – come già accaduto non troppo tempo fa – sono pronte a pubblicare comunicati e dichiarazioni e, sussurra qualcuno, a organizzare manifestazioni di piazza. Che subito saranno cavalcate dalle opposizioni, a cominciare da quel Movimento 5 stelle che – a cominciare dal suo leader Giuseppe Conte, assai vicino agli ambienti di Villa Nazareth, cioè del nucleo pensante della dottrina casaroliana – ha più volte rimarcato una certa affinità con i punti salienti della dottrina sociale della Chiesa, come la lotta alla povertà e il sostegno ai più deboli.
Il tutto si inserisce nella partita che fra un anno vedrà i vescovi eleggere il loro nuovo presidente, dopo il quinquennio del cardinale Zuppi. Lo Statuto della Cei prevede che il plenum episcopale elegga a maggioranza assoluta una terna da cui poi il Papa può (ovviamente non è obbligato a farlo) scegliere il presidente. Quattro anni fa, però, Francesco fece sapere di volere un cardinale con meno di 75 anni, l’età canonica della pensione per i vescovi. Zuppi nel maggio del 2027 avrà 71 anni e mezzo. Confermarlo non sarebbe insomma un problema, considerando anche che il Papa ha già detto pubblicamente che un biennio in più può essere concesso ai cardinali. Alle sue spalle, però, c’è chi lavora a candidature alternative, non sapendo quale sia l’orientamento di Leone XIV, primate d’Italia. Particolare non irrilevante. La pensa come il predecessore o lascerà totalmente liberi i vescovi di fare le loro scelte? Il governo guarda interessato senza esporsi più di tanto: aver fatto trapelare un anno fa che il papabile preferito era il cardinale Pietro Parolin è stato quantomeno imprudente. Se non, peggio, un errore di valutazione su reale peso dei “candidati” al Soglio.