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Quanto durerà la tregua tra Washington e il Vaticano
Più che Hormuz, bisogna guardare come evolverà la crisi a Cuba. È lì che la Santa Sede ha davvero la possibilità di agire e mediare. Nonostante Trump
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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 05:42 PM

Leone XIV e Marco Rubio
Roma. Scambiati i doni, fatte le foto di rito e stilati i comunicati d’ordinanza, la fragile tregua sarà messa alla prova dei fatti. I primi segnali non inducono all’ottimismo, visto che Donald Trump ha fatto subito trapelare di aver consegnato a Marco Rubio (che ha detto che forse in futuro ci si sarà una telefonata fra il presidente e Leone) una lista di cose da far sapere al Papa. A cominciare dal fatto che l’Iran non deve avere l’arma nucleare. Ma sui destini del conflitto nel vicino e medio oriente la Santa Sede può ben poco, al di là del generico e scontato appello al dialogo e alla pace. Il Papa può chiedere che le armi tacciano, come del resto fece un ventennio fa Giovanni Paolo II alla vigilia della guerra in Iraq, ma più di questo poco si può fare. E’ l’esercizio del ruolo spirituale, del richiamo evangelico, se si vuole pure ai princìpi del bene comune.
Che il Pontefice possa concretamente avere un ruolo pratico nel cinquantennale conflitto tra i pasdaran e Washington è una prospettiva irrealistica. Come del resto lo era il desiderio di Francesco di farsi mediatore tra russi e ucraini, al principio del conflitto scatenato da Vladimir Putin nel febbraio del 2022. Mosca non avrebbe mai potuto accettare che a gestire il tavolo dell’ipotetico negoziato fosse il Papa di Roma. Quello cui era – ed è, chissà fino a quando – vietato mettere piede sul suolo russo per diktat dell’ortodossia nazionalista moscovita. Per questo appare anche inutile indagare il ruolo che la Santa Sede può giocare sulle rive dello Stretto di Hormuz. Semplicemente perché non può esercitarne alcuno.
Dove invece Roma è centrale è nella partita di Cuba. Non è un caso che diverse fonti americane, poche ore dopo che Rubio aveva lasciato il Vaticano per fare rientro in hotel, facessero intendere che questo fosse stato il piatto forte del menù squadernato nelle udienze con il Papa e soprattutto con i vertici della Segreteria di stato. Cuba, ha fatto sapere Trump, sarà il prossimo obiettivo una volta conclusa in un modo o nell’altro la pratica iraniana. L’isola caraibica è senza petrolio e benzina (non c’è più Maduro a Caracas a rifornire le pompe cubane), medicinali e prodotti alimentari. Sempre più frequenti i blackout elettrici. La Santa Sede è divenuta il canale privilegiato del governo dell’Avana per mettere in risalto la propria situazione. Lo scorso marzo, il cardinale Pietro Parolin confermava che “abbiamo fatto ciò che dovevamo fare, abbiamo incontrato il ministro degli Esteri e abbiamo compiuto i passi necessari, sempre con l’obiettivo di una soluzione dialogata dei problemi esistenti”. Il governo faceva sapere di aver liberato cinquantuno prigionieri come gesto di buona volontà anche grazie agli “stretti e fluidi rapporti tra lo stato cubano e il Vaticano”. Dopotutto, a fine febbraio, il Papa – che all’Angelus aveva rivolto poche settimane più tardi un pensiero al “caro popolo cubano” – dava udienza a Bruno Rodríguez Parrilla, inviato speciale del presidente Miguel Díaz-Canel e, di concerto, Parolin riceveva l’ambasciatore americano all’Avana Mike Hammer. Se si cercava però un canale dialogante e di moderazione con Rubio su questo dossier, le speranze sono andate immediatamente deluse. Proprio in concomitanza con la visita del segretario di stato Oltretevere, Washington annunciava un inasprimento delle sanzioni, colpendo questa volta il Grupo de Administración Empresarial e la società Moa Nickel, attiva nell’estrazione di minerali strategici.
Leone XIV, intanto, oggi era a Pompei e Napoli. Nell’omelia pronunciata davanti al santuario mariano ha ricordato che “esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa”. “Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo – ha aggiunto – chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono”. Successivamente si è spostato nel capoluogo campano, dove ha incontrato la cittadinanza in piazza del Plebiscito.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.