Europa, radici cristiane, fede. L'esordio strong del nuovo arcivescovo di Praga

“Sono convinto che tornare alle radici cristiane e spirituali dell’Europa non significhi guardare a un museo o a un passato remoto, ma scendere in profondità, un passo che richiede coraggio". La prima omelia di mons. Stanislaw Pribyl dice molto anche sul pontificato di Leone XIV

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29 APR 26
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L'arcivescovo mons. Stanislav Pribyl

Roma. “Sono convinto che tornare alle radici cristiane e spirituali dell’Europa non significhi guardare a un museo o a un passato remoto, ma scendere in profondità, un passo che richiede coraggio. E’ stata la strada dei Padri fondatori dell’Europa moderna, la strada di sant’Adalberto quasi mille anni prima, e spero che sia anche la mia strada, la vostra strada, la nostra strada”. La prima omelia del nuovo arcivescovo di Praga, mons. Stanislav Pribyl, nominato all’inizio di febbraio da Papa Leone XIV, è significativa per due ordini di ragioni. Innanzitutto, il giovane presule (ha cinquantaquattro anni) recupera un lessico che per anni è stato considerato – anche da valenti personalità della cultura ecclesiastica – superato, ancorato a una situazione ormai non più attuale. Parlare di “radici cristiane e spirituali dell’Europa” andava di moda nell’ultimo scorcio del pontificato giovanpaolino, con l’appendice colta e teologica di ratzingeriana memoria. Poi, l’epicentro della riflessione si è spostato sulle periferie extraeuropee, ché la Chiesa è universale. 
In secondo luogo, Pribyl è uno dei primi vescovi nominati da Leone in una grande diocesi del Vecchio continente, benché capitale di uno dei paesi più atei d’Europa. Sant’Adalberto fa da guida al ragionamento di mons. Pribyl: un modello, “un’ispirazione” con tratti salienti. “Prima di tutto era un cristiano. “Fu battezzato e cresimato e visse la sua fede. Questa è una sfida per tutti noi. Il cristianesimo non è e non può essere solo un fatto culturale, ma dovrebbe fondarsi su una fede solida, cioè su un rapporto saldo dell’uomo con Cristo, un rapporto autentico che realmente guida e plasma la nostra vita. Qui non c’è spazio per mezze misure. I rapporti o ci sono o non ci sono; non possono esistere e non esistere allo stesso tempo. Essere cristiani non significa solo appartenere a qualcosa, ma vivere concretamente il rapporto tra uomo e Dio e tra uomo e uomo, un rapporto visibile, capace di irradiarsi all’esterno e di formare gli altri. Non in modo violento, ma comunque efficace”. E, ha aggiunto, “è importante la formazione”, anche per la missione. Compito difficile, soprattutto in Europa, “perché c’è il grande rischio di scivolare da una parte in un moralismo vuoto e nella condanna delle situazioni, e dall’altra nella superficialità, rinunciando a richiamare anche le esigenze della vita cristiana”. Sant’Adalberto, “non doveva andare lontano per essere missionario, così come noi oggi. Nel nostro continente, nel nostro paese, nelle nostre case, c’è di nuovo un campo di missione. Siamo una piccola minoranza di credenti. Esistono resti più o meno conservati del cristianesimo come fenomeno culturale. Ma essere missionari significa annunciare Cristo vivo e una relazione viva con Lui, non solo ricordare una gloria passata”. Farlo, possibilmente, nell’Europa secolarizzata: “E’ un errore continuare a cedere alla tentazione di dividerci in Europa, di opporci gli uni agli altri e di trarre vantaggi a scapito degli altri. Se l’Europa fosse solo un progetto economico e sociale, questo comportamento sarebbe comprensibile. Ma l’Europa ha, ha avuto e deve avere un’anima, formata da impulsi culturali e spirituali nei quali il cristianesimo ha avuto un ruolo fondamentale”.
Mons. Pribyl aveva già fatto capire quale fosse il punto essenziale del suo mandato appena nominato a Praga: “Spesso sembra che, quando arriviamo a un’idea, esaminiamo prima chi l’ha detta o scritta e poi valutiamo il contenuto di conseguenza. Tutto diventa troppo ad hominem. Cristo è al di sopra di tutte le bolle e gruppi di interesse, e solo in lui possiamo veramente essere uno”. Unità, dunque, e prossimità. Farsi missionari a casa nostra. Non guardando alle proprie nicchie ideologiche, ma all’universalità. Sembra uno spin-off del “programma” di governo di Leone XIV, la parafrasi del suo motto In illo uno, unum. Un programma che parte dalla consapevolezza che la gloriosa Cristianità è finita da un pezzo e che in un contesto di minoranza bisogna cercare ciò che unisce. E’ in quest’ottica che va letto il desiderio dell’arcivescovo ceco di allontanarsi dalla polarizzazione tra conservatori e liberal. Ed è in quest’ottica che va letta e contestualizzata anche la frase del Papa in aereo sull’ultima mossa del cardinale Reinhard Marx sulla benedizione delle coppie omosessuali: Leone ha prima chiarito che sarebbe opportuno non imbracciare i fucili per questioni legate alla sessualità, quindi ha ridotto a provocazioni inutili i via libera di qualche diocesi tedesca a una casistica che – tra l’altro – riguarderebbe ben poche persone. “Penso che l’argomento possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare modi per costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna”. A Praga hanno preso appunti.