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A un mese dalla morte

Alla fine, Ratzinger la pensava come Péguy: basta lagne, siamo cristiani

Ubaldo Casotto

Il primo compito di Benedetto XVI fu mostrare al mondo che cosa significa oggi essere credenti. Dove la fede è attiva, vitale e gioiosa, essa trova nuove forme: la chiesa può essere viva anche in mezzo ai mali del mondo

Un mese fa moriva Benedetto XVI. Sono stati trenta giorni di polemiche, tra libri pubblicati, interviste e voci dal sen fuggite. Esattamente il contrario di ciò che Benedetto stesso auspicava quando, scrivendo a Elio Guerriero, curatore del suo libro postumo, chiedeva che il frutto del suo lavoro teologico dopo la rinuncia del 2013 diventasse pubblico solo dopo la sua morte, proprio per risparmiare “a me stesso e alla cristianità” il “vociare assassino” di certi circoli intellettuali. Chi, alimentando le polemiche, pensava di difenderne la memoria, non gli ha reso un buon servizio. In questo mese io – scusate l’intrusione dell’elemento personale, ma a parlar di certe cose è difficile tenerlo da parte – tutti i giorni ho ripensato alle sue ultime parole: “Signore ti amo”.

 

Insegnava il mio professore di tesi che per capire il pensiero di un filosofo bisogna conoscere e comprendere la domanda a cui intende rispondere. Ed è singolare che, tra gli innumerevoli commentatori affacciatisi sui media, l’unico che abbia collegato quella frase alla domanda a cui risponde sia stato un gendarme. La cosa, a pensarci bene, non deve stupire, non è la prima volta che un soldato intuisce in un istante di fronte a ciò che vede e sente ciò che scribi e intellettuali faticano a comprendere. “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39) esclamò il centurione di guardia alla croce vedendolo morire in quel modo. Bene, l’unico che si sia fatto una domanda ragionevole, o che almeno l’abbia esternata, sulle ultime parole di Benedetto XVI è stato l’ex capo della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani, il quale, intervistato dal Corriere della sera il 4 gennaio 2023, ha detto: “Ho letto che le sue ultime parole sono state: Signore, ti amo. Mi ha commosso. È come nel Vangelo, la domanda di Gesù: Pietro, tu mi ami? Non poteva che concludere così, un uomo che ha donato tutta la sua vita alla Chiesa e a Dio”.

 

L’osservazione del dottor Giani ci obbliga a rimettere al centro – se non vogliamo buttare via Benedetto con l’acqua sporca, la tanta acqua torbida del vociare inutile tra sedicenti progressisti e sedicenti conservatori di queste settimane – “la” questione che ha occupato tutta la vita del professor Joseph Ratzinger, del cardinale prefetto della dottrina, del Papa Benedetto XVI, prima regnante e poi emerito, come documenta fin nel titolo il suo libro postumo: “Che cos’è il cristianesimo”. La domanda di Gesù a Pietro è la domanda della fede, variamente formulata nel corso dei suoi tre anni di vita pubblica: “Volete andarvene anche voi?”, “E voi chi dite che io sia?”, fino all’esplicito inconfutabile: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”. La fede. Cioè?

 

Fedor Dostoevskij inquadrava così il problema: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?”. E per aiutarci a capire la drammaticità e la concretezza della questione, faceva dire a un personaggio de I demoni: “Se Dio non c’è, sono ancora capitano io?”. Il teologo protestante americano Reinhold Niebuhr dice che “niente è tanto incredibile quanto la risposta a un problema che non si pone”. Che dipenda da questo la poca credibilità di una folla di chierici che si azzuffa su tutto tranne che industriarsi su come rendere vivibile oggi la fede? “Chi oggi tenti di parlare della fede cristiana – scriveva Ratzinger in Introduzione al cristianesimo (1968) rischia di fare la figura del clown del villaggio in fiamme dell’apologo di Kierkegaard, che lancia l’allarme ma a cui nessuno crede. Cambi il costume – dicono alcuni – si ripulisca la faccia, si inizi un “aggiornamento”. Ma – ribatte Ratzinger – basta davvero “ripulirci la faccia, indossare l’abito borghese di un linguaggio secolare o di un cristianesimo a-religioso perché gli uomini accorrano con gioia e collaborino a spegnere l’incendio?”. Dove l’incendio è quello di un’umanità che brucia sé stessa sino a misconosce il valore e la dignità della persona. Perché è questa. Per Benedetto, la ragion d’essere della fede: “Il vero cristiano non è colui che appartiene allo stesso nostro gruppo confessionale, bensì colui che, attraverso il suo essere cristiano, è divenuto veramente umano”.

 

Unico intento di quel libro di cinquantacinque anni fa era allora “aiutare a far comprendere in maniera nuova la fede, quale possibilità di umanità autentica, interpretandola, senza degradarne il valore a chiacchiera che solo con fatica maschera un totale vuoto spirituale”. “Perché la fede cristiana non è idea ma vita, non è spirito a sé stante bensì incarnazione”. E anche “il principio ‘amore’, e vuole essere autentico, include ovviamente la fede. […] Perché senza la fede l’amore diventa un agire di propria iniziativa”. In Ultime conversazioni (2016) Peter Seewald, parlando dell’elezione di Benedetto XVI; scrive: “I problemi della Chiesa, tiene a precisare il nuovo Pontefice, non consistono nel calo dei fedeli e delle vocazioni, ma nel calo della fede. E’ lo spegnersi della coscienza cristiana la causa della crisi”. Il mio compito? Si chiede il Papa ormai emerito: “Dovevo anzitutto cercare di mostrare che cosa significa la fede nel mondo di oggi […]. Fede e ragione sono i valori in cui ho riconosciuto la mia missione”. E, commentando la sua prima omelia da Pontefice, che viene normalmente catalogata come il discorso programmatico del pontificato, aggiunge: C’era innanzitutto quello che volevo fare: mettere al centro il tema di Dio e la fede”.

 

Quando Seewald gli ricorda che “uno dei rimproveri che le è stato mosso è che lei sia stato poco disposto ai grandi cambiamenti” risponde duro: “Grandi cambiamenti. Di cosa si starebbe parlando? L’importante è preservare la fede oggi. Io considero questo il nostro compito centrale. Tutto il resto sono questioni amministrative che non dovevano essere risolte quando è stato il mio momento”. Seewald insiste e chiede se non vedeva la necessità di dare un impulso alla modernizzazione della Chiesa cattolica. “Dipende da cosa s’intende per impulso alla modernizzazione. La questione non è cosa è moderno e chi. L’importante è in realtà che noi annunciamo la fede non solo in forme belle e autentiche, ma che impariamo a comprenderle e a esprimerle in un modo nuovo per il presente, e così si formi un nuovo stile di vita: “Se, per esempio, faccio un paragone tra le suore che abbiamo qui nel Monastero, le Memores, e le religiose di una volta, riconosco un grande impulso alla modernizzazione. In parole povere: là dove la fede è attiva e vitale, dove non vive nella negazione ma nella gioia, essa trova anche nuove forme”.

 

Per fugare ogni ulteriore possibile equivoco Seewald fa la domanda diretta: Quale ritiene sia il segno distintivo del suo pontificato? “Direi che è ben espresso dall’Anno della fede: un rinnovato incoraggiamento a credere, a vivere una vita a partire dal centro, dal dinamismo della fede, a riscoprire Dio, a riscoprire Cristo, dunque a riscoprire la centralità della fede”. Richiesto di indicare l’enciclica preferita delle tre che ha scritto, Benedetto risponde: La prima, Deus Caritas est, dove si trova questa definizione della fede: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”, ça suffit direbbero i francesi. Tanto ci basti. Ora torniamo pure a parlare di schieramenti che si preparano al prossimo conclave, non che non lo si debba fare, ma qual è il criterio, la prospettiva e l’orizzonte con cui li valutiamo?

 

Torniamo a quelle che Charles Péguy chiamava le lagne dei chierici sulla cattiveria del mondo (“non smettono di lamentarsi e di blaterare. Lamentarsi e blaterare è il loro forte”). Lucido nella sua profezia sul destino di minoranza della Chiesa, Benedetto non se ne è mai lagnato, anzi, vedeva in queste minoranze creative il segno di una “Chiesa viva” in una situazione diversa dal passato perché “la società occidentale, quindi, in ogni caso in Europa, non sarà una società cristiana. (…) Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità locali. Avranno una maggiore responsabilità”. Oso pensare che Benedetto sarebbe d’accordo con Péguy: “C’erano i mali dei tempi anche sotto i Romani. Gesù non si rifugiò dietro i mali dei tempi. Gesù doveva fare tre anni, non li usò per frignare… tagliò corto, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo”.
Non so se sia un atteggiamento conservatore. Certo sarebbe un bel progresso.