Vescovi divisi sulla messa in latino. Qualcuno vieta le tovaglie di lino sull'altare: "Antiche"

Due erano le strade che si ponevano davanti al Papa: dialogare e tentare di ricucire o imporre manu militari una dichiarazione di fedeltà. A differenza di quel che accadeva un tempo, si è scelta la seconda via. Con tutto quel che ne conseguirà
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20 JUL 21
Ultimo aggiornamento: 04:00 AM
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Se davvero l’obiettivo del motu proprio Traditionis custodes era quello di favorire l’unità della Chiesa, dopo tre giorni si può affermare che il risultato è l’opposto. Come prevedibile, del resto. Anche perché l’adesione al Concilio Vaticano II imposta per decreto ai diffidenti non può funzionare. Tre giorni in cui, legittimamente e stando all’articolato del motu proprio papale, i vescovi di tutto il globo hanno comunicato via Twitter se nelle rispettive diocesi sarebbe cambiato qualcosa o no. Così, se gli ultraconservatori hanno subito chiarito che a casa loro il Summorum Pontificum resta in vigore tale e quale e con tutti i permessi del caso, il liberal vescovo di Mayagüez (Porto Rico) non solo ha vietato da subito le messe in latino ma – facendosi prendere la mano – ha pure proibito pianete, dalmatiche, berrette e tutto il corredo per così dire antico che però nessuno si è sognato di consegnare ai musei. Tantomeno il Papa. Il cardinale Robert Sarah, non proprio un parvenu, visto che fino a pochi mesi fa era prefetto del Culto divino e della disciplina dei sacramenti, ha twittato minaccioso che il 7 luglio del 2007 Benedetto XVI aveva detto che “ciò che le generazioni precedenti ritenevano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso”. Allora, che si fa? Resta sacro o è da relegare ai libri di storia? Che può pensare il povero fedele?
A ogni modo, quel che deriva non è esattamente l’immagine di quell’unità tanto invocata da Francesco e da chi materialmente ha steso il documento che non brilla certo per spirito dialogante. Tutt’altro. Scorrendo le disposizioni previste, è lecita la domanda: davvero si cerca l’unità? Per quale motivo viene impedito l’uso delle chiese parrocchiali ai fedeli al rito previsto da Benedetto XVI, quando le stesse chiese parrocchiali sono concesse anche a eventi che di liturgico o spirituale hanno poco o nulla a che fare, tra concerti, recital, conferenze, dibattiti e perfino preghiere di qualche imam? E a chi vuole pregare secondo il rito di Pio V, no? Come previsto, la galassia tradizionalista è in fermento, c’è chi invoca una sorta di guerra santa contro il Vaticano, chi giura che si rifugerà dai lefebvriani di Ecône, chi si autodefinisce martire e assicura comunque preghiere per il Pontefice regnante. Il problema è, ancora una volta, il Vaticano II: è vero che in alcune realtà – soprattutto americane – dietro al paravento della messa in vetus ordo si nascondono sedevacantisti, anticonciliaristi e settari. Altrettanto vero, però, è che non è così in tutto il mondo. Due erano le strade che si ponevano davanti al Papa: dialogare e tentare di ricucire o imporre manu militari una dichiarazione di fedeltà. A differenza di quel che accadeva un tempo, si è scelta la seconda via. Con tutto quel che ne conseguirà.
Forse, è la lettura alternativa, si è cercata chiarezza. Non è più tempo di trattative e tentennamenti: si obbedisce. I fedeli al rito antico sono di fatto emarginati in nome dell’opera di bonifica dei settori non allineati e – in qualche caso – oppositori interni alla Chiesa conciliare. E’ arduo ritenere che un provvedimento come quello pubblicato venerdì riporterà il sereno in una Chiesa che apre nuovi fronti un giorno sì e l’altro pure: il Sinodo tedesco, i muri statunitensi, la Cina, i processi con i cardinali indagati. Ci mancava solo la messa in latino.