No, il pacifismo non salverà la chiesa
Un’enciclica e un Sinodo sulla non violenza? La richiesta sul tavolo del Papa (che però pensa sia lecito fermare l’aggressore ingiusto). “Ma Cristo non era il capo di una ong umanitaria”, dicono in America.
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4 AUG 20

Roma. “Il pacifismo non funziona”, titola a tutta pagina il Catholic Herald nel suo ultimo numero, da oggi disponibile. Il messaggio ha come destinatario la Santa Sede, a quanto pare decisa a ribaltare i presupposti della plurisecolare dottrina della guerra giusta, magari anche con un Sinodo ad hoc – così si dice – sulla pace nel mondo. Il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace, ha definito “plausibile” l’ipotesi che il Papa scriva un’enciclica sulla non violenza che ridefinisca limiti e condizioni per l’applicabilità della dottrina della guerra giusta. Era stato il movimento internazionale Pax Christi, nel corso d’un recente convegno ospitato in Vaticano (e da quest’ultimo benedetto), a perorare la richiesta, che in realtà si spingeva ben più in là, chiedendo esplicitamente al Pontefice di dichiarare inammissibile qualunque tipo di conflitto: secondo il dettato evangelico – è la tesi – il confronto bellico non può mai essere giustificato. William Doino, sulla rivista americana cattolica First Things, scrive che “la tentazione pacifista è stata a lungo rigettata dalla chiesa cattolica, per tante valide ragioni tratte dall’insegnamento cristiano sulla misericordia, la compassione, il bene comune e la pace autentica. In un mondo dove i cristiani sono torturati, crocifissi e decapitati, la chiesa non dovrebbe soccombere, adesso, a questa tentazione”.
C’è un punto in particolare della dichiarazione di Pax Christi che ha lasciato perplesso Doino, ed è quello in cui si afferma che “recenti ricerche accademiche hanno confermato che le strategie di resistenza non violenta hanno avuto efficacia doppia rispetto a quelle violente”. Eppure, osserva First Things, “non c’è una nota a piè di pagina che rimandi a qualche ricerca accademica in grado di mostrare come i pacifisti sconfiggeranno lo Stato islamico o come avrebbero potuto demolire il Terzo Reich, se solo a essi fosse stata data una possibilità”. Il problema, prosegue l’autore del saggio, “è che ci sono stati moderni studiosi pacifisti che – citando selettivamente le Scritture – invocano Cristo per la loro causa e dipingono tutti i primi cristiani come pacifisti (presumibilmente fino a quando la chiesa si è messa sulla ‘cattiva’ strada, accettando cioè la guerra). Ma queste affermazioni sono state più volte confutate; teologi e filosofi come Reinhold Niebhur ed Elizabeth Anscombe hanno criticato in modo chiaro i presupposti pacifisti”.
Di certo, aggiunge Linker, “spero che Papa Francesco porti la chiesa a distanziarsi dai peggiori aspetti della teoria della guerra giusta. Ma sostituirla con il pacifismo significherebbe rendere la chiesa politicamente irresponsabile e irrilevante”. Anche perché, ed è un dettaglio non da poco, “Cristo non era il capo della prima ong umanitaria al mondo che suggerì un metodo infallibile per la risoluzione dei conflitti. Stava diffondendo – continua Linker – un vangelo di amore incondizionato. Un cristiano devoto segue l’esempio di non violenza offerto da Cristo non perché ‘funziona’, ma perché crede che quello è il modo in cui Dio vuole che noi viviamo, a prescindere dalle conseguenze presenti nel mondo reale”. Come poi si possano conciliare gli auspici irenisti che ammiccano più ai fiori da mettere nei cannoni che alle argomentazioni di sant’Agostino sul bellum iustum con la posizione papale secondo cui “dove c’è una aggressione ingiusta, è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, forse neppure un Sinodo potrà chiarirlo.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.