E venne il regno di Erode

Angiolo Bandinelli

L’avviso dei Magi: è arrivato il Messia. I tormenti del re di Giudea. Un racconto evangelico, o quasi

Si aggirava per le vaste stanze, i lunghi corridoi, i saloni rivestiti di marmi preziosi o decorati da stucchi e affreschi di paesaggi, di uccelli, di ghirlande di fiori colorati; era ansioso e preoccupato, una smorfia gli attraversava il volto sofferente: si affacciava a un’ampia finestra, cercando aria fresca e un cielo azzurro che lo ristorassero… ma il cuore cominciava a battergli forte e disordinato, gli sembrò d’un tratto che i cespugli, i rovi, la macchia dei cactus, i ciuffi degli ulivi degradanti a valle si muovessero, avanzando verso il suo palazzo con movimenti coordinati e misurati; lui si strofinava gli occhi, a scacciare, allontanare l’orribile visione… perché subitamente, come obbedendo a un ordine, quei cespugli, quei rami, i ciuffi argentati degli ulivi si sollevavano su se stessi, si trasformavano, erano soldati dagli occhi di fuoco, arcieri Parti, i suoi nemici di sempre, pronti a scoccare le loro frecce… ecco che lo scorgevano, lo fissavano, puntavano contro di lui i loro grandi archi…

 

Erode si svegliò di colpo. Era coperto di sudore freddo, madido, i denti gli scrocchiavano. Non era una novità, del resto, da tempo passava le notti così, tra insonnie e incubi: inquieto, agitato, ossessionato da allucinazioni, da presentimenti oscuri, strani. Strani? No, i soliti, quelli che lo attanagliavano ormai quotidianamente, di giorno non meno che di notte, lasciandolo sospeso e stremato, sempre in allarme, sempre sospettoso. Si sentiva circondato da nemici pronti a scannarlo, non si fidava più di nessuno, nemmeno di quelli della sua famiglia, nemmeno dei figli. Era convinto che la sua vita fosse in pericolo. Eppure, aveva sempre cercato di darle un senso, alla sua spericolata vita, un senso riparatore delle terribili vicende che via via aveva dovuto affrontare per giungere dove era, potente e riverito Re di Giudea. Giustamente era chiamato “il Grande”. Chi se non lui aveva risanato e fatto rinascere Sebaste e l’antica città di Straton caduta in rovina, chiamandola Cesarea in onore del Princeps romano, l’imperatore Augusto, suo protettore? Chi aveva costruito, spendendovi montagne d’oro, la grande fortezza di Masada, templi e palazzi nella Giudea come in ciascuna delle regioni del suo vasto regno, la Samaria e l’Idumea, la Galilea e tutte le altre, Perea, Gaulanitide, Traconitide, Batanea, Auranitide e Iturea?… persino nella lontana Atene, splendore di Grecia, gli edifici da lui eretti gareggiavano con i più belli della città. Poteva giustamente vantarsi di essere il più munifico di tutti i regnanti della regione, temuto e invidiato anche dalla perfida e avida regina d’Egitto, quella Cleopatra che aveva tentato di sottrargli le terre di Gerico, le più ricche del regno.

 

Aveva coltivato con passione il culto della bellezza, con uno spirito che nemmeno un greco – un greco dei suoi tempi, almeno – poteva vantare. Più si guardava indietro, più si convinceva di aver speso bene la sua vita, di aver bene impiegato il potere che prima lo sfortunato Marco Antonio, poi l’invitto Augusto gli avevano posto nelle mani nominandolo Re di Giudea e facendolo salire al loro fianco sulla vetta del Campidoglio. Nemmeno si pentiva dei capitoli ed episodi più difficili e inenarrabili della sua vita. Sì, aveva mandato a morte più di un uomo, e anche qualche donna… ma si trattava di suoi nemici, sempre pronti a cospirare, per tradirlo, per ucciderlo, per spodestarlo e rubargli il regno. Stavano anche per riuscirvi, quella volta che un gruppo di congiurati lo aveva aggredito e circondato, brandendo lunghi pugnali, mentre stava entrando nella sala del Consiglio reale. L’aveva scampata per miracolo, e li aveva fatti scannare tutti. Sospettandone la complicità aveva anche mandato a morte il figlio Aristobulo… Ma sentiva che il pericolo era sempre incombente sulla sua testa. Fino ad ora aveva preceduto gli avversari con la forza ma soprattutto con la sua ben nota astuzia, li avea neutralizzati, li aveva battuti, molti ne aveva anche uccisi. Aveva esercitato in pieno il suo potere. E che altro è il potere?

 

Aveva coltivato con passione il culto della bellezza, con uno spirito che nemmeno un greco poteva vantare. L'ambizione del potere

Il potere cui lui, da sempre, ingordamente ambiva, forse per riscattare le sue origini, come figlio di un padre, Erode Antipatro l’edomita, un popolo che si vantava di discendere da Esaù, il fratello di Giacobbe, ma che aveva guerreggiato con gli israeliti finché con la forza Giovanni Ircano I non li convertì alla religione ebraica. Pur considerati di nazione giudaica, gli edomiti erano tenuti come inferiori, disprezzati e descritti come «razza turbolenta e disordinata, sempre pronta a sommosse e cupida di rivolgimenti”. Oh, lui sapeva bene quanto gli ebrei fossero insofferenti del suo regno, che essi consideravano usurpato, e come i loro sacerdoti, i farisei, tramassero contro di lui. Più volte lui li aveva ammoniti, e molti ne aveva fatti giustiziare, ma non era servito a domare la potente casta sacerdotale.

 

Aggirandosi per le sale dell’Herodium, il magnifico palazzo che si era fatto costruire a Gerusalemme, la diffidenza gli rodeva continuamente il cervello e le viscere, il solo scricchiolare di una porta alle sue spalle gli faceva battere tumultuosamente il cuore. Specie dopo che aveva fatto uccIdere Mariamne, la seconda moglie. Il misfatto aveva cambiato la sua vita. Lui non avrebbe voluto ucciderla, vi era stato istigato dalla torbida Alessandra, la cognata. Resosi conto dell’inganno, aveva fatto giustiziare la delatrice e ora si ritrovava a chiamare ad alta voce, nella disperazione, la moglie perduta, nell’incubo ricorrente delle notti ma anche, da sveglio, in un mare di sudore e di angoscia.

 

Negli ultimi tempi, poi, tutto si era fatto più difficile, una strana malattia lo stava sfiancando, usciva solo di rado. E quella mattina gli cadde sulle spalle un motivo in più di preoccupazione. Come ogni giorno, all’ora stabilita, puntuale, il comandante della sua Guardia era venuto a leggergli un rapporto sulla situazione del paese. Quasi ogni giorno c‘era un problema da affrontare risolutamente: risse sanguinose, ruberie, sommovimenti e turbolenze popolari, notizie di insidiose guerre ai confini della Giudea portate da mercanti e spie – sempre c’era bisogno di un suo intervento, un ordine o almeno uno scaltro, efficace suggerimento. Ma quella mattina il comandante delle Guardie gli aveva segnalato l’arrivo in città di una strana carovana: di Re, addirittura, anzi Re Magi, che avevano chiesto notizie della nascita di un Re dei Giudei, avvenuta dalle parti di Gerusalemme, nel paesino di Betlemme… “Re dei Giudei”? Lui, Erode, era saltato dallo sgabello. “Il re dei Giudei sono io, e dopo di me lo sarà uno dei miei figli. Chi afferma altro è un mentitore! Guai a lui!” ll comandante lo rassicurò che il re dei giudei era certamente e solamente lui ma, stringendosi nelle spalle, non aveva potuto che confermare la notizia dell’arrivo dei tre Re e di quella loro strana ricerca. Lui aveva ordinato al Comandante dii portargli subito davanti i tre mistificatori e ora li stava appunto aspettando.

 

Maria si sollevò sul gomito. Il bimbo Gesù dormiva ancora placidamente, con i piccoli pugni stretti, le palpebre un po' aggrottate

Arrivarono, infatti, i tre. Erano maestosi, imponenti, nei loro ricchi abiti esotici. Uno era di pelle olivastra, giovane e ben rasato, gli altri due sfoggiavano barbe fluenti, curate e ricciolute.

 

I tre avanzarono verso Erode, assiso sul trono e circondato dalle sue guardie più fedeli. Erano alti, avvolti in mantelli preziosi, vennero avanti camminando lentamente, con sovrana dignità. Quando furono davanti a Erode si inchinarono rispettosamente. Erode li osservò ben bene, poi chiese loro chi fossero: la notizia del loro arrivo era giunta alle sue orecchie, e lui si sentiva onorato di poterli ricevere.

 

Parlò uno dei tre, certo il più autorevole, lisciandosi la barba: “Mio signore, sì, siamo tre Re, Re Magi, veniamo da lontani paesi d’oriente… Siamo esperti di ogni arte magica, conoscitori del moto degli astri e del sole, interpreti del loro linguaggio. Abbiamo fatto il lungo e difficile viaggio perché abbiamo letto negli astri una notizia portentosa. Una notizia che, se vera, muterebbe il corso delle vicende umane. Noi siamo venuti a cercare e onorare colui che porterà la salvezza del mondo, il Re e Messia dei Giudei e non solo dei Giudei”.

 

“Io vi onoro, sapienti re quali siete, ma non capisco di cosa parlate. Spiegatevi meglio, se potete, voi mi dite di uno, un uomo, che dovrebbe divenire Re di Giudea e portare la salute del mondo… Ma non sapete che il mondo, o questa parte del mondo non ha bisogno di salvezza? La Giudea, l’intera Palestina, non hanno bisogno di essere salvate. Io regno su queste terre, e il mio è un grande regno, pacifico e ordinato, ricco anche, benedetto da Dio…”.

 

I tre ascoltarono, deferenti, ma confermarono più volte quel che avevano loro detto gli astri, che non mentono mai…

 

“Comandante! Guardie! I miei migliori soldati! Vadano subito a Betlemme, quel nido di serpi velenose! Battano tutto il suo territorio, palmo a palmo, entrino e ispezionino, armi alla mano, tutte le case, tutti gli ostelli, ma anche le capanne dei pastori, e le grotte delle loro capre. A una a una. Devono scovare dove si nasconde l’usurpatore, il maledetto che vorrebbe buttarmi giù dal trono, indossare le mie vesti regali, impugnare il mio scettro, e infine uccidermi. Non succederà, i miei soldati lo infilzeranno con le loro lance, lo squarteranno con le loro spade, ad uno ad uno, tutti i nati a Betlemme che siano di pochi giorni o di due – sì – due anni, tutti i maschi dovranno essere uccisi, trucidati… nessuna pietà per le lacrime delle madri e le suppliche dei padri, nessun rimorso! Il loro sangue non mi fa paura, potrà ricadere su di me, ma io resterò Re di Giudea, io e i miei figli, la mia stirpe. Non ci saranno salvatori del mondo. E anche l’Augusto, da Roma, dovrà ringraziarmi. Anche lui è minacciato da questo pretendente, che vuole imporsi come Re dei Re. Soldati, obbedirete a questo mio ordine, il mio destino, il destino della Giudea e di Roma è nelle vostre mani, nessuno trasgredisca al mio ordine, nessuno tradisca. Il sole dovrà splendere in eterno su questi miei palazzi, sul grande tempio di Gerusalemme, al quale ho affidato la mia gloria, la mia memoria, la gloria e la memoria di Erode Ascalonita, figlio di Erode Antipatro, io, il circonciso edomita ma anche discendente da eroi, io, Erode il Grande…”.

 

L’alba si levava dal suo giaciglio dietro l’orizzonte, e tingeva di un lieve color rosato le colline su cui si stendeva Betlemme. Tra i cespugli di mirto e di ginestra, sotto i ginepri e i fichi d’india o, più in là, tra i solenni cedri e le fronde argentate degli ulivi negli orti, si sentiva cantare il merlo e rispondergli l’assiolo, poi il passero e la messaggera del mattino, l’allodola spirito di gioia: la vita si risvegliava nelle sue infinite mobili forme. Tutto era, altrimenti, pace.

 

Una pallida luce era appena filtrata nella grotta, scavata nella pendice rugginosa e brulla di una collina solitaria, ma una qualche pigra ombra si nascondeva ancora nei suoi recessi. Il bue alla mangiatoia muggì leggermente, aspettava l’acqua della prima abbeverata, l’asinello legato alla breve cavezza si agitò un poco. Intorno si spandeva un silenzioso tepore. Maria si sollevò sul gomito. Il bimbo Gesù dormiva ancora placidamente, con i piccoli pugni stretti, le palpebre un po’ aggrottate. Maria si scoprì il seno turgido e sollevò pianamente il piccolo, che aprì gli occhi e subito si attaccò al capezzolo. Con l’occhio cercò il volto della madre, per un secondo smise di succhiare e le fece un sorriso, il suo primo sorriso. Al riflesso di un lucernetta di terracotta, accesa dal solerte Giuseppe e rimasta fiocamente splendente tutta la notte, come un nimbo di luce avvolse la sua testina.

 

Ma anche Giuseppe si era svegliato. Osservò un istante il quadretto familiare, poi posò la mano, cautamente, sulle spalle della moglie: “Maria – sussurrò – preparati, appena possibile dobbiamo partire, andare via. Sei in pericolo. E’ venuto in sogno un angelo che con la mano mi indicava risolutamente una strada, una lunga strada e mi ingiungeva di prendere la via per l’Egitto, la via più sicura per l’Egitto, che fu anche terra dei nostri padri. Lì sarai, lì saremo – mi diceva – al sicuro. Io gli credo, dobbiamo subito andar via di qui”.

 

Maria lo ascoltava, mentre continuava ad allattare il suo piccolo. Lo cingeva con il braccio protettivo. Non sapeva che nei secoli a venire, decine e decine di artisti l’avrebbero ritratta così, umilmente raccolta nel suo gesto materno.

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