Parrocchie aperte

A due anni dall’appello del Papa per l’accoglienza dei migranti, la chiesa italiana s’è mossa. Con qualche difficoltà

Matteo Matzuzzi

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21 Dicembre 2017 alle 06:00

Parrocchie aperte

Dialogo con i migranti dell'Arcivescovo Angelo Scola nella chiesa di Santo Stefano (foto LaPresse)

Roma. Era il 6 settembre 2015, l’Europa si dibatteva tra chi era per l’apertura dei confini alle masse di profughi in fuga dall’Africa e dal vicino oriente e chi puntava a innalzare muri, e il Papa all’Angelus chiese che ogni parrocchia, comunità religiosa, monastero e santuario di tutta Europa esprimesse “la concretezza del Vangelo” accogliendo una famiglia di profughi. “Incominciando dalla mia diocesi di Roma”, aggiunse per rendere chiaro che si aspettava segnali chiari e immediati. Francesco avrebbe poi aperto il Vaticano a qualche famiglia di migranti e tornando dal viaggio lampo a Lesbo, nella primavera del 2016, portò con sé 12 profughi, affidati alla comunità di Sant’Egidio. Da quell’appello lanciato dalla finestra del Palazzo apostolico, la capillare struttura della chiesa italiana s’è data da fare, chi più chi meno, tra le resistenze di laici e di qualche sacerdote – “Piuttosto di ospitare un profugo nella mia canonica, le do fuoco”, disse l’allora parroco di Onzo (diocesi di Albenga), spiegando che sì, “evangelicamente bisognerebbe accogliere, ma i problemi concreti nei paesi sono altri”. Diversi sindaci hanno fatto di tale affermazione un motto, arrivando a minacciare sanzioni (pecuniarie) per quei concittadini che avessero ospitato dei profughi.

    

A poco più di due anni dall’appello di Francesco, i numeri raccontano che molto s’è mosso, anche se a macchia di leopardo, con fatica e con qualche distinguo – anche se non ai livelli sperimentati in altri contesti europei, soprattutto a est. Pochi mesi fa è stato diffuso il rapporto sul sistema di protezione internazionale in Italia redatto da Anci, Sprar, Caritas italiana e Fondazione Migrantes in collaborazione con l’Unhcr, che ben fotografa la situazione sul campo. Le diocesi coinvolte nell’accoglienza sono risultate 139 su 220 (63 per cento), le quali hanno accolto 23.300 richiedenti asilo o titolari di una forma di protezione. Un valore – si legge nel report – “pressoché identico a quello emerso nel monitoraggio dell’anno precedente”. Non ci sono solo le parrocchie, però. Su tutte le forme d’accoglienza sperimentate, infatti, prevale quella nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), con il 60,7 per cento. A seguire, il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) con il 16,4 per cento. Quindi le parrocchie (12,4 per cento), le strutture ecclesiali (9,1 per cento) e l’accoglienza nelle famiglie (383 persone a febbraio 2017). Il rapporto, poi, evidenzia come siano le regioni del nord a essere più organizzate nell’accoglienza: la Lombardia (anche grazie alla capacità organizzativa della Caritas ambrosiana) è in testa con 5.500 accolti, quindi il Triveneto con 2.700). Terza la Sicilia con duemila. A livello diocesano, le realtà più coinvolte sono Bergamo – che con le sue 2.200 accoglienze rappresenta il dieci per cento del totale nazionale – e Milano. Roma accoglie circa 480 persone nelle strutture della diocesi (6,4 persone per struttura), Milano in ogni struttura diocesana ne ha tra le 10 e le 11. Ma accoglienza non significa solo dare un posto letto in canonica.

  

Non solo canoniche

Le forme di assistenza sono tante, dalle mense che offrono ogni giorno centinaia di migliaia di pasti ai centri d’ascolto disseminati nelle parrocchie. Il più delle volte non limitandosi a “ospitare”, ma cercando di integrare per quanto possibile nella vita comunitaria. E’ in quest’ottica che va letta la sperimentazione del progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia”, che consiste nella sperimentazione di nuove forme di accoglienza e integrazione di cittadini stranieri all’interno di nuclei famigliari o in strutture parrocchiali in cui sia garantito un tutoraggio e accompagnamento della persona accolta. I numeri sono qui ancora limitati, le diocesi coinvolte sono 76 (il 35 per cento del totale) e le persone accolte sono 551, la maggior parte delle quali ospitate nelle parrocchie, quindi in appartamenti e – nel 21 per cento dei casi – direttamente da famiglie volontarie.

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