Il cardinale George Pell

Strane coincidenze nella nuova strategia comunicativa del Vaticano

Maria Antonietta Calabrò
Far coincidere la prima delle audizioni del cardinale George Pell davanti alla Royal Commission australiana  con la notte degli Oscar in cui sicuramente il film “Il Caso Spotlight” avrebbe conquistato una statuetta non può essere considerata casuale.

Roma. Far coincidere la prima delle audizioni del cardinale George Pell davanti alla Royal Commission australiana (cioè la più alta istanza inquirente del Paese) con la notte degli Oscar in cui sicuramente il film “Il Caso Spotlight” avrebbe conquistato una statuetta (ha addirittura vinto quella di maggior prestigio come miglior film) non può essere considerata casuale. Pell doveva rendere la sua testimonianza già agli inizi di dicembre dell’anno scorso, poi ha chiesto di essere ascoltato in video streaming per problemi di salute relativi alla sua età e ai suoi disturbi cardiaci. La Commissione , che lo voleva interrogare di persona, ha chiesto un aggiornamento, al fine di accertare se le condizioni di salute fossero migliorate. Ciò non è avvento, e di rinvio in rinvio, di valutazione in valutazione, si è arrivati alla notte degli Oscar. Pura coincidenza o che altro? Forse strategia. Della Royal Commission o si tratta anche  di una nuova strategia comunicativa vaticana?

 

La tecnica è ben nota in termini di marketing e viene definita “cavalcare l’onda”. Non si tratta soltanto usare “il fuso”, cioè di far girare il filo della comunicazione, il famoso spin dello spin- doctor. Si tratta di qualcosa di più complesso e che funziona soprattutto quando arriva l’ondata, la marea montante negativa o quantomeno potenzialmente tale. E’ allora che si prende una tavola da surf e si passa di cresta in cresta, cavalcando l’onda. Questo il ragionamento: “Se a livello globale si riaccenderanno inevitabilmente i fari sulla pedofilia del clero, allora l’audizione di Pell diventerà l’occasione del mea culpa. Non solo quello del “ranger”, com’è soprannominato in Vaticano il porporato australiano (“la chiesa ha fatto degli errori enormi”, ha detto l’altra sera collegato dall’Hotel Quirinale), ma anche quello di molti altri esponenti della gerarchia, che effettivamente l’hanno praticato sui media. La tecnica è indicativa, forse, di una nuova e più sistematica strategia di comunicazione, che è andata progressivamente perfezionandosi, soprattutto negli ultimi mesi. Non è la prima volta che ciò accade. Lo stesso schema si è già visto, ad esempio, nel novembre 2015, quando l’uscita in libreria del libro “Avarizia” (quello sul presunto attico del cardinale Tarcisio Bertone) è coincisa con il cambio della governance della Fondazione dell’Ospedale Bambino Gesù. Oppure quando l’inizio del processo contro  gli imputati del cosiddetto processo Vatileaks 2 si è tenuto in contemporanea all’uscita in libreria di Avarizia e di Via Crucis, il volume scritto d negli stessi giorni della pubblicazione di entrambi i libri “Avarizia” e “Via Crucis”.

 

[**Video_box_2**]La strategia implica anche che saranno lasciati sul tappeto alcuni player (Pell, Bertone…) e ciò avverrà ad maiorem Dei gloriam, cioè a vantaggio dell’Istituzione e del suo capo, il Papa globale, Francesco. Per adesso questa strategia sembra funzionare. In fin dei conti non è stato inventato nulla di nuovo. Natura non nisi parendo, vincitur, non si è in grado di dominare gli avvenimenti se non se ne rispettano le leggi loro proprie. Resta da vedere se questo passare di cresta in cresta, di onda in onda sarà sufficiente e basterà alla missione della chiesa. Una pesante controindicazione di questa strategia è infatti quella di vivere nel “momento”, cioè di non tenere in adeguata considerazione quanto è stato fatto, della storia precedente. Un danno grave: perché qualsiasi lettore di giornali in questi giorni è legittimato a pensare che dai tempi dell’inchiesta del Boston Globe nulla è cambiato nella chiesa cattolica e in Vaticano. Eppure sono passati già quindici anni. E’ una tecnica che rende la chiesa stessa “prigioniera” mediatica dei suoi errori e “logora”  dall’interno la sua stessa buona prassi. Un antico proverbio cinese afferma: “Facile è cavalcare la tigre, difficile è scendere”.

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