Il dibattito americano sulla famiglia è un vivace affare socio-economico

Già prima della rivoluzione sessuale, il sinodo laico americano era sostanzialmente un affare per sociologi, la famiglia un mattone dell’edificio della società ereditata da una tradizione millenaria – civile e religiosa – da giudicare rigorosamente secondo la sua performance, valutando il contributo al benessere generale e alla pace sociale.

New York. L’antropologo americano Oscar Lewis già nel 1950 notava che gli studi sulla famiglia “sono identificati con i sociologi” e anche fra i sociologi “sono visti talvolta come il campo specializzato dei problemi pratici della sociologia applicata, invece che quello più generale e teoretico delle dinamiche culturali”. Gli antropologi, concludeva dolente, “hanno disertato gli studi sulla famiglia”. Già prima della rivoluzione sessuale, il sinodo laico americano era sostanzialmente un affare per sociologi, la famiglia un mattone dell’edificio della società ereditata da una tradizione millenaria – civile e religiosa – da giudicare rigorosamente secondo la sua performance, valutando il contributo al benessere generale e alla pace sociale. Nulla di intrinseco o essenziale, s’intende, ma puro test dell’efficienza della forma organizzativa della società fin a quel punto acriticamente accettata come verità self-evident. Il dibattito laico sulla famiglia in America ha sviluppato un filone vivacissimo, ma fondamentalmente confinato nella sfera indicata da Lewis. Le riflessioni intorno ai significati ulteriori del matrimonio sono state volentieri concesse in esclusiva ad antropologi e filosofi di ambientazione cristiana, certi che avrebbero prodotto idee avvincenti e inutili.

 

Ad alimentare l’interesse laico della famiglia c’è anche la centralità, consapevole o inconsapevolmente ereditata, della comunità domestica nel gran disegno del sogno americano. E i dubbi sulla tenuta di quella promessa di vita sono stati accompagnati da una pletora di studi sulla famiglia e la sua disgregazione, i quali solitamente mettono in guardia da una società instabile, atomizzata, incapace di prendere impegni a lungo termine, una società dove gli individui “giocano a bowling da soli”, come dice il titolo del più importante studio del sociologo Robert Putnam. Per Putnam la corrosione della famiglia, fenomeno potente soprattutto nel terzo più povero della popolazione, è l’effetto di un cocktail di politiche scellerate, dalla “war on drugs” all’introduzione dei minimi di pena per i reati non violenti, unite a “cambiamenti nelle norme e nella cultura” che hanno portato a una crescita delle famiglie con un genitore soltanto. A questo fenomeno sono associate tendenze preoccupanti in termini di povertà, di livelli di educazione che ristagnano, tassi di criminalità che salgono e via dicendo. Leggere Putnam oppure un altro sociologo come Charles Murray è un modo per dissolvere i dubbi intorno all’efficienza di altri modelli organizzativi dell’umanità: la famiglia dà stabilità sociale e promuove lo sviluppo economico. In una parola, funziona. Non è un caso che da tempo, sull’onda di studi della Heritage Foundation sul rapporto fra povertà e disgregazione familiare, i politici conservatori propongano il sostegno delle politiche familiari come vero antidoto alla povertà, risposta virtuosa alla fallimentare “war on poverty” di Lyndon Johnson.

 

[**Video_box_2**]Una famiglia così qualificata, cioè un’alleanza per il sostegno economico e sociale di sé e delle generazioni a venire, è quella che mette d’accordo Barack Obama e il turboliberista Arthur Brooks, che qualche mese fa si sono trovati sullo stesso palco a dibattere di povertà. Questo, naturalmente, è soltanto un pezzo della storia. Il funzionamento di una cellula non necessariamente dice qualcosa intorno alla natura dell’organismo, e questo secondo, più profondo livello di lettura tende a sfuggire anche dal rumoroso sinodo laico americano. Lo ha osservato tempo fa il columnist del New York Times Ross Douthat: “La confusione sul tema riflette il fatto che i conservatori, o almeno i conservatori sociali, hanno una prospettiva di primo piano una di secondo piano sul perché il declino del matrimonio è un problema per la società. La prima prospettiva è la convinzione che il rapido declino della famiglia con due genitori è di per sé una crisi sociale, indipendentemente dagli effetti misurabili che ne conseguono, perché la famiglia è un’istituzione umana basilare senza la quale i beni umani fondamentali non possono essere sperimentati. Sulla famiglia come luogo dell’artistotelica “vita buona”, a prescindere dagli effetti sociologicamente rilevabili, il sinodo laico è già meno vibrante. Ha provato di recente ad animarlo, con scarsi successi, l’intellettuale David Brooks, che ha scritto sul New York Times della “necessità di recuperare un vocabolario morale” per poter parlare adeguatamente delle norme sociali che evolvono, innanzitutto i legami famigliari. La concezione relativista intorno al bene e alla vita buona, conclude Brooks, rende complicato parlare dei cambiamenti sociali senza finire in una dialettica dell’efficienza.

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