Il presidente Recep Tayyip Erdogan e il Pontefice durante l'incontro dello scorso novembre

Ankara contro il Papa

La Ratisbona di Francesco

Matteo Matzuzzi
Sul genocidio armeno Ankara accusa il Papa di sostenere “tesi senza fondamento ispirate da lobby politiche”. Le ritorsioni sono solo all’inizio. Perfino un gentiluomo come il professor Ahmet Davutoglu ha osservato che quanto detto dal Pontefice non fa altro che “dar credito al crescente razzismo e all’approccio anti turco in Europa”.

Roma. La reazione di Ankara alle frasi del Papa sul genocidio armeno è solo l’antipasto di quel che avverrà nei prossimi giorni, fanno sapere i giornali turchi. Le elezioni politiche sono dietro l’angolo, e il partito del presidente Recep Tayyip Erdogan cerca in ogni modo di risalire i sondaggi che lo danno in flessione. Niente di meglio, dunque, che cavalcare l’orgoglio ottomano ferito dalle frasi di Francesco pronunziate domenica in San Pietro. Per l’ambasciata presso la Santa Sede è questione di diritto internazionale: “Il genocidio è un concetto giuridico e se le rivendicazioni non soddisfano i requisiti di legge, restano calunnie”. La legge scritta a Istanbul riconosce solo che ci fu qualche vittima nel corso “di un processo di delocalizzazione” degli armeni (così l’agenzia ufficiale Anadolu) avviato dall’Impero ottomano ormai in decomposizione. Perfino un gentiluomo come il professor Ahmet Davutoglu, teorico massimo del neottomanesimo, già titolare degli Esteri e ora primo ministro, ha osservato che quanto detto dal Pontefice non fa altro che “dar credito al crescente razzismo e all’approccio anti turco in Europa”. Tra l’altro, ha aggiunto il premier, “sottolineare le sofferenze di una sola parte, in tempo di guerra, non è cosa appropriata per un Papa e per l’autorità che detiene”. Il resto sono bordate contro Francesco, le cui parole sarebbero state “vuote”, “inappropriate”, “inaccettabili”, “false”.

 

Dal Vaticano nessun commento. Dopotutto, il testo ufficiale del discorso papale è chiaro, quella frase sul genocidio è presa dalla dichiarazione firmata nel 2001 da Giovanni Paolo II e il Catholicos Karekin II. Se la reazione turca allora fu diversa, lo si deve al fatto che quindici anni fa in Anatolia il kemalismo reggeva ancora bene all’urto del revanscismo ottomano. E comunque, ha sottolineato ieri mattina a Santa Marta il Papa, “il cammino della chiesa è quello della franchezza, dire le cose con libertà”.

 

Il primo grave incidente diplomatico dell’èra Francesco ha squarciato il velo su una certa ipocrisia che ammantava i rapporti tra la Santa Sede e la Turchia. Relazioni tese da tempo, che di certo un viaggio novembrino tra Ankara e Istanbul, condensato in poco gradite visite al nuovissimo Serraglio dalle mille e più stanze di Erdogan e in lunghe conversazioni con il responsabile per gli Affari religiosi turco, Mehmet Görmez, non hanno migliorato. Come non poteva essere considerato un punto di svolta il via libera alla costruzione di una chiesa cristiana (dopo novant’anni di divieti) nell’estrema periferia di Istanbul, non troppo distante dalle piste dell’aeroporto Atatürk.

 

[**Video_box_2**]Görmez, poi – uomo con fama di moderato e illuminato, ça vans dire – è colui che la scorsa estate invitò il Pontefice a denunciare pubblicamente gli attacchi alle moschee in Europa: “Non basta lavare i piedi di una giovane donna né organizzare una partita di calcio religiosa. Bisogna prevenire le azioni discriminatorie che hanno per bersaglio chi fa parte di una religione sacra come quella islamica”. Ieri, ha accusato il vescovo di Roma di sostenere “tesi senza fondamento ispirate da lobby politiche e società di pubbliche relazioni”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.