All'improvviso arrivano in faccia le ciabatte ormonali, oppure i treni

Annalena Benini e Chiara Gamberale

Siracusa, 2 maggio 2018, alba

  

Cara Annalena, a Siracusa, a Siracusa. Come sai, contavo i giorni perché arrivasse quello della partenza per la Sicilia. Sai anche che la città mi opprime, Roma mi dà poco e mi toglie troppo, e che per impostare un nuovo romanzo ho sempre sentito il bisogno di andare lontano, possibilmente su un’isola, dove non ho mai capito perché – saranno i confini che non devo prendermi io la responsabilità di stabilire o immaginare, perché ci pensa il mare? forse… – ma tutto quello che di solito mi viene difficilissimo, come dormire o concentrarmi o non avere paura, mi viene all’improvviso naturale. Mi basta lasciarmi alle spalle quel flusso malefico che a Roma mi inghiotte e in un paio di giorni se ne vanno le opinioni, mie e degli altri, che mi intasano la testa, e arrivano le idee, che liberano il cuore e sciolgono l’ispirazione. Ma stavolta è tutto diverso. Stavolta c’è Vita con me.

    

Niente Africa, naturalmente, e nemmeno Grecia, ora come ora c’è troppo vento per lei: la campagna di Siracusa, dove ero stata solo di sfuggita, mi è sembrata un bel compromesso fra il mio bisogno di isola e i suoi cinque mesi.

  

Così, appunto, contavo i giorni. Finché una settimana fa è arrivato quello della partenza, ed eccomi qui: con Vita e Tolep, sempre più vecchio e scemo ma che, proprio come me, sembra rinascere solo in queste trasferte e infatti, mentre ti scrivo, sta rotolandosi beato nel fango del giardino della casa che ho preso in affitto… Ieri ha piovuto e c’è un profumo di limoni così intenso nell’aria, il mare lo vedo da lontano – siamo proprio sulla cima di un promontorio – stamattina è verdissimo, lucido e incazzato, la padrona di casa ci ha appena portato delle carote dal suo orto, perché Vita ha appena cominciato lo svezzamento ed è arrivato il momento del brodo, oltre che dell’ineffabile crema alla tapioca… Insomma, potrebbe essere tutto dolce, dovrebbe essere tutto buono. Lo è: Vita ride, dorme, canta a modo suo, guarda, non ha pianto nemmeno mentre l’aereo decollava, già intravedo in lei quel vizio di famiglia per cui qualsiasi cosa è meravigliosa, purché sia una novità. Eppure nello stesso tempo niente è buono e niente è dolce: perché giorno dopo giorno, in questi cinque mesi, evidentemente avevo esaurito le energie e mentre credevo di attingere alla mia forza, in realtà da un certo punto in poi ho attinto solo all’amore, così, appena è arrivato il momento in cui finalmente avrei potuto rallentare, godermi Vita per un mese in un posto che sembra inventato per noi, ritagliarmi uno spazio non solo per lavorare alle mie rubriche, ma anche per rimettermi al nuovo romanzo, sono crollata. La ciavatta ormonale, l’aveva chiamata così l’ostetrica, il giorno del parto: occhio che finito l’effetto sorpresa prima o poi arriva per tutte dritta in faccia la ciavatta ormonale, mi aveva predetto. Amica mia, a te era arrivata? Quando e come? Mi sa che a me è arrivata adesso. Lì a Siracusa, dove tutto è a misura tua e potevi finalmente smetterla di trattenere il fiato? Qui. Chissà, magari è proprio la possibilità di rallentare che mi frega, e anziché un’occasione diventa una minaccia, mi impone un faccia a faccia con questioni che mentre attraverso Roma isterica, spingendo il passeggino, e poi lo trascino ogni giorno su e giù, per cinque maledetti piani, perché nell’ascensore c’entrano solo due persone alla volta, posso evitare. Mentre adesso no, non le posso evitare. Sono qui, tutte davanti a me. Ci sono le amiche che consideravo le sorelle che non ho avuto ma che, da quando è nata Vita, mi saranno venute a trovare una, al massimo due volte, e non sanno niente di che cosa mi sta succedendo, di come si sono trasformati il mio dire sì, il dire no, la domenica e la pancia: io non ho le parole per raccontarlo o loro non hanno voglia di ascoltare? Non lo so. Poi. Ci sono gli amici che sapevano sempre come farmi ridere e non mi fanno ridere più – e qui invece mi è chiarissimo che loro sono rimasti gli stessi, è questo che mi mette a disagio, mentre io sono cambiata, e questo mette a disagio loro. Ci sono i libri che non riesco a leggere, i film che non riesco a vedere. I viaggi improvvisati che per anni sono stati la mia unica direzione e che ora non riesco nemmeno a immaginare. Mio padre che sapeva tutte le risposte e di colpo non capisce neanche le domande che mi faccio. Ci sono scelte decisive da fare, non c’è più tempo per aspettare. E l’amore? Certo che c’è, c’è “quel disperato bisogno di felicità: credi che passerà, che svanirà col tempo?”, scrive la Némirovski. Credi che potrà avere a che fare con il bisogno disperato della serenità di Vita che mentre mi riempie rischia di annientarmi? Ti chiedo io. E lo so, lo so che verranno nuove amiche, che già ci sono, so che verrà un modo nuovo per fare domande, ricevere risposte e ridere, so che tutto quello che non ci sarà più non mi mancherà così tanto, perché resterà, come sempre dopo le grandi rivoluzioni, solo quello che era davvero importante. So che torneranno i libri e i film. So che magari è solo la stanchezza che mi offusca la vista.

Ma la ciavatta ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E questa terra di mezzo fra la libertà incondizionata e l’incondizionata dedizione, fra una fricchettona egoriferita e una mamma innamorata pazza, non somiglia per niente a un’isola.

Oggi mi pare una sabbia mobile. Con la crema alla tapioca al posto della sabbia.

  

Tua

Chiara

  

Roma, 2 maggio 2018, notte

  

Carissima Chiara, ogni volta che dici tapioca devo aprire la finestra perché mi sento male. Ma è successo anche a me. La tua ostetrica la chiama “ciavatta”, ed è una cosa violenta: io infatti sono quasi morta. Ho anche fatto delle promesse mentre morivo e so di non averne mantenuta nessuna.

  

Giulio aveva nove mesi e Benedetta aveva tre anni. Io sono lenta e tutte le cose mi succedono con un po’ di ritardo. Giulio aveva nove mesi e noi avevamo appena traslocato, vuotato scatoloni, io avevo ricominciato a lavorare subito, ma allattavo e correvo avanti e indietro tra la redazione e questa casa piena di scatoloni, quattro volte al giorno, a novembre, a dicembre, a gennaio senza mai la sciarpa perché le sciarpe erano in qualche scatolone e comunque io dovevo ribellarmi a mia madre che per tutta la vita mi ha detto: mettiti la sciarpa. Anche a luglio, non ce l’hai una sciarpa? Mettiti la sciarpa, mettiti la canottiera, asciugati bene i capelli. Quindi io non ho una canottiera, odio le sciarpe, esco con i capelli bagnati d’estate e d’inverno. Mia madre aggiungeva anche, ogni volta, anche in agosto: ti verrà la polmonite. Ecco, io sono quasi morta di polmonite. Andavo avanti e indietro e tossivo. Vuotavo scatoloni e tossivo. Non potevo ridere perché tossivo. Una sera sono uscita a cena con Mattia, la prima cena fuori dopo mesi, l’ultima cena prima di morire, e tossivo soltanto. Quel posto si chiamava “Trattoria Monti” e non ci sono voluta tornare mai più: mi sentivo strana, quasi euforica, ma avevo freddo e anche il coniglio alla cacciatora aveva lo stesso sapore della crema alla tapioca. Ho passato la notte a tossire e ad allattare, la mattina ho scritto una rubrica e l’ho mandata per email, tremando, poi mi sono misurata la febbre con il termometro dei bambini e avevo 40. Un po’ ho anche esultato, una bella influenza, adesso mi riposo. Sono andata a letto, sono stata a letto per tre giorni e ogni giorno stavo un po’ peggio ma non lo capivo.

  

Non è niente, dicevo. Non sarà la polmonite della canottiera? diceva mia madre al telefono. E io allora recuperavo le forze e mi incazzavo e le dicevo che no, era solo influenza, ce l’avevano tutti, doveva solo passare. Ma te la metti la canottiera? No. E la sciarpa? Non la trovo. Poi non riuscivo più a rispondere al telefono, ed era anche impossibile allattare. A un certo punto però mi sono alzata dal letto, mi sentivo molto meglio perché avevo solo 39 di febbre, ho fatto una doccia, mi sono lavata i capelli, me li sono asciugati male e al massimo del delirio mi sono fatta una tisana al limone e ho preso gocce di propoli sopra un cucchiaino di miele, abbastanza certa che così sarei guarita in un attimo: con una tisana e con il propoli. Stavo in un film horror in cui la protagonista accetta solo cose naturali perché è invasata, e la protagonista ero io. Sono crollata di nuovo a letto, respiravo e mi faceva troppo male la schiena. Mattia insisteva per portarmi al pronto soccorso, il medico al telefono anche, io dicevo che stavo sicuramente per guarire, l’influenza doveva solo sfogare. Ero pazza, in piena ciavatta ormonale e fisica. Poi è successa una cosa grandissima.

   

Mi sono addormentata, o forse no, e ho sognato le mie nonne. Le mie nonne sono morte anni fa, hanno fatto in tempo a tenere in braccio soltanto Benedetta, ho le loro foto soltanto insieme a Benedetta. Erano stupende, in molti modi diversi. In quel sogno, o in quella visione, stavano sedute in fondo al mio letto e parlavano fra loro, guardandomi ogni tanto. Sembravano preoccupate per me e anche un po’ arrabbiate. Mi sono svegliata, loro non c’erano più e io ho detto solo: andiamo al pronto soccorso. Non riuscivo neanche a vestirmi perché non riuscivo a respirare, non riuscivo a scendere le scale, non riuscivo a salire sul taxi. Al pronto soccorso mi hanno fatto passare davanti a tutti perché, hanno detto, ero in insufficienza respiratoria acuta, ero codice rosso, ero pazza, mi hanno messo subito la mascherina con l’ossigeno, e questo medico giovane del pronto soccorso mi teneva la mano e diceva che era molto colpito dal mio autocontrollo. Non era autocontrollo, era il cervello che non funzionava. Poi ha detto a Mattia che comunque avevo circa l’ottanta per cento di possibilità di non morire. E’ un’ottima percentuale, però in quel momento non era abbastanza. Io pensavo alla canottiera, alla sciarpa e a mia madre, nella mia testa era comunque colpa sua perché la sua ossessione si era incarnata, e pensavo ai bambini, a Giulio che all’improvviso non aveva più il latte e le braccia di sua madre e non sapeva perché.

  

E con questo respiratore in faccia che non mi sono tolta per molti giorni pensavo solo che non potevo morire. Che se ero cretina non significava che era giusto morire. Le mie nonne quello volevano dirmi, quando mi guardavano scuotendo la testa in fondo al letto. Tutti gli amici mi mandavano messaggi, oppure telefonavano e io non rispondevo perché non avevo fiato per parlare, ti ricordi quanto eri preoccupata? Qualcuno mi ha anche scritto che andava in chiesa a pregare, qualcuno voleva venire lì e sfasciare tutto, nessuno osava dirmi: sei pazza, Francesca mi faceva arrabbiare perché mi chiedeva venti volte al giorno che cosa dicevano i medici, e io mi angosciavo ancora di più. Anche perché i medici non dicono mai niente. Dicono: ci vediamo domani. Dicono, come nella Linea verticale di Mattia Torre: un passo alla volta. Il mio medico in particolare era una sfinge, veniva alle sette e trenta del mattino e alla cinque del pomeriggio e non diceva una parola ma mi guardava preoccupato, con gli occhiali sul naso. Invece con le infermiere di notte un sabato sera abbiamo guardato Ballando con le stelle, e loro dicevano che Milly Carlucci era sempre “una gran signora”, e per me anche è una gran signora.

  

Sono stata ricoverata ventuno giorni, e una volta è venuta Benedetta a trovarmi con i codini e un pupazzo: è stata con me sul letto che andava su e giù nemmeno un’ora e quando è andata via io mi sono rimessa l’ossigeno perché mi ero stancata tantissimo e non riuscivo più a respirare da sola. Mio padre è venuto a Roma e ha dormito per una settimana nel divano letto in fondo alla stanza: ogni mattina andava al bar dell’ospedale e io ero felice che fosse lì con me e lo invidiavo per il bar, ma non riuscivo nemmeno ad alzarmi per andare in bagno.

  

Sono quasi morta perché mi è arrivata addosso una ciabatta, anzi un treno, e io sono rimasta lì con le mani alzate troppo a lungo, fingendo che non fosse niente. Sono quasi morta ma poi una mattina mi hanno detto: puoi andare, devi stare a casa un altro mese, sei cretina ma puoi andare. E’ venuto a salutarmi il medico giovane, quello ammirato dal mio autocontrollo, mi ha guardato e secondo me non era più tanto ammirato. Non ero più morta ma non ero ancora viva. Avevo tantissima paura del sole, delle scarpe, delle auto, dell’aria. Ero sotto il treno ma almeno il treno era passato: ero come quei personaggi dei cartoni animati che cadono nel burrone e vengono schiacciati da un camion e sono tutti piatti e sottili come carte da gioco. Ero una carta da gioco, e avevo nello sguardo uno spavento che riconosco negli occhi del mio cane quando ha paura. Sono entrata in casa e Giulio giocava sul tappeto, con addosso una tutina rossa che mi ha fatto piangere per quanto era brutta. Mi ha guardato stupito, forse ha pensato chi è questa che sembra una carta da gioco? Non mi vedeva da tre settimane e in quelle tre settimane aveva dovuto imparare che il latte sta solo dentro il biberon. A poco a poco sono tornata tridimensionale e viva, più viva di prima. Siamo andati al mare tutti insieme, ho smesso di avere paura dell’aria, e da quel treno in faccia ho imparato a sbagliare meglio, e più forte. Ho comprato dieci canottiere, era una delle promesse che avevo fatto mentre morivo, e le ho nascoste in un cassetto che non apro mai.

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