Il mignolo contro lo stipite delle porte e la ferocia verso le nostre madri

Roma, 21 febbraio 2018, 4:34 AM

   

Cara Annalena,

se ho deciso di non trasferirmi con Vita a Milano dove abita suo papà, lo sai, è perché a quarant’anni qualcosa di noi si comincia a capire e io ho capito che sono portata per l’amore, ma non per la coppia, sono portata per fare figli, ne farei subito almeno altri due, ma non per la famiglia. E ho capito anche che quando non mi costringo a cose per cui non sono portata posso garantire fedeltà, equilibrio, dolcezza. Altrimenti aiuto. Come riuscirò a fare in modo che queste non siano solo parole, invece, ancora non l’ho capito esattamente, confido che Vita e io ce lo inventeremo insieme. Ma insomma, i motivi per cui viviamo da sole non mi sfuggono mai: e però non mi sfugge nemmeno il rischio di una simbiosi che non ho mai corso con un uomo e con questa bambina, invece. E’ davvero una forma assoluta del né (sempre) con te né senza di te: non vedo l’ora che lunedì, mercoledì e venerdì arrivi Estela, la signora che mi aiuta con la casa, per lasciarle Vita e farmi una doccia che sia una vera doccia, iniziare a rivedere le prime pagine del nuovo romanzo, finire la puntata de La fantastica signora Maisel che ho cominciato di notte, durante l’ultima poppata. Ma? Ma quando arriva è più forte di me: appena lei la prende in braccio la vorrei di nuovo in braccio io, di nuovo e sempre. Con mia madre, poi, quando viene e io potrei andare a farmi un giro, è ancora peggio… Ieri per esempio sono uscita per pranzare con il mio editore tedesco e mentre lui diceva cose interessantissime io pensavo solo che volevo tornare a casa, e quando finalmente sono tornata e le ho trovate a fare su e giù per il balcone, mia madre e mia figlia, qualcosa mi si è stretto, all’altezza della pancia. Non è gelosia, è qualcosa di più e qualcosa di meno e non so perché mi succede solo con le donne: è come se la bambina fosse una specie di radar delle loro frustrazioni che appena la tengono in braccio vengono fuori, succedeva anche a te? O forse sono le nostre percezioni che si fanno ultraviolette, chi lo sa. Fatto sta che quando Estela tiene in braccio Vita mi salta addosso, inesorabile, la sua nostalgia per i figli lontani, e quando la tiene in braccio mia madre, anziché farmi contagiare dalla sua felicità, non ho difese contro le delusioni, le amarezze, i compromessi della sua vita, che a guardare la nipotina sicuramente le sembrano minuscoli e sopportabili, ma sono insopportabili, perché all’improvviso evidenti, a me. Allora mi viene istintivo proteggere Vita dal loro dolore, che diventa il dolore anche mio, tuo, diventa tutto il dolore che c’è. Magari invece, molto più semplicemente, una donna da sola è troppo sola per fare fronte a un neonato, ma due donne sotto lo stesso tetto sono troppe ed è per questo che è stato inventato il marito: perché vale mezza donna, ma una mano la dà e allora conviene trovarsene uno e tenerselo stretto, direbbe, a proposito di madri, quella della signora Maisel. E tu? Che mi dici? All’inizio sembrava impossibile anche a te sia allontanarti da Benedetta e Giulio che stargli sempre appiccicata? Come si trova la giusta misura? Esiste? O diventare genitori significa anche rinunciarci? Ma soprattutto: il dolore di tutti? Dove lo metti, perché passando da te si fermi, prima di arrivare a lei, a lui?

C.

  


   

Roma, 21 febbraio 2018, 8:18 AM

  

Cara Chiara,

la mia scena preferita della fantastica signora Maisel è quando lei sale sul palco in un club a Broadway, completamente ubriaca, in camicia da notte e cappotto, e racconta che cosa le è successo, giovane moglie e madre ebrea borghese e perfetta: tutti ridono e si scandalizzano, lei a un certo punto mostra le tette e si fa arrestare per oscenità. Ho applaudito davanti alla tivù, mia figlia ha detto: ma il marito davvero ha lasciato lei che è fichissima per una che non sa neanche temperare le matite con il temperino elettrico?, io ho detto: sì, ma non è questo. E’ che lei è più brava, è più brillante, è più forte. E’ capace di ridere di sé, lui invece non ci riesce mai. Sa che cosa non funziona, che cosa sbaglia, non pensa che sia sempre colpa di qualcun altro. Forse lo sa troppo, ci pensa troppo, forse anche noi ci pensiamo troppo, in un modo doloroso e febbrile che agli uomini di solito è sconosciuto: abbiamo un settore del cervello tutto dedicato alle cose sbagliate in ordine alfabetico. Alla A io ho sempre, anche adesso, la parola Abbandono. Quando è nata mia figlia riuscivo ad avere pochi pensieri primari alla volta, uno di questi era sempre: starà respirando? l’altro era: abbandono. La sto abbandonando perché ha tre mesi e io vado a lavorare. La sto abbandonando perché esco la mattina e lei ancora non si è svegliata. La sto abbandonando perché stasera ho un desiderio forsennato di persone adulte con cui dire cose diverse da: crema di tapioca (che non ho ancora capito che cosa sia ei non lo voglio sapere, mia figlia la teneva tutta in bocca e gonfiava le guance per non deglutire: io odio la crema di tapioca e spero che la ritirino dal commercio).

Vivevo la vita tutta confusa e tutta rivolta all’indietro, sempre, con un pezzo di corpo che restava a casa e un altro pezzo che non desiderava altro che uscire, mezzo cuore di qua e mezzo di là, e tornavo la sera di corsa con questo mezzo cuore totalmente in gola e il bisogno di ricucire tutto e di tornare a essere una persona sola. Il giorno dopo, di nuovo mi dividevo, correvo, tornavo a casa, soffocavo e poi passavo la notte a pensare: ma starà respirando? I pensieri idioti e i pensieri enormi: e se adesso muoio?

Così, se cerchi una regola, io conosco solo la regola dell’ordine alfabetico delle cose sbagliate. Alla B di baby sitter mi vergogno di dire che ho fatto casini assurdi, ma alla fine ho capito che il dolore di tutti non è più il mio, e non me lo prendo sulle spalle, né mentre raccolgo da terra la crema di tapioca spiaccicata né mentre leggo che Natalia Ginzburg a trentadue anni diceva che “ci sono delle donne canguri e delle donne non canguri, ma le donne canguri sono molte di più”. Tu cerca di non cascare dentro al dolore degli altri, donna canguro.

Però c’è una cosa che mi chiedo sempre: ogni donna è tre donne, dicono quelli che hanno studiato i nostri cervelli anche quando erano pieni soltanto di crema di tapioca: lei, sua madre e la madre di sua madre. Forse per questo non smetterò mai di litigare con mia madre, per questo mia figlia litigherà con me, per questo quando stiamo tutte e tre insieme sento che dopo mezz’ora potrei salire su un palco ubriaca o scappare di casa o scoppiare di gioia, per tutta la forza e la ferocia che mi sento venire addosso?

A.

  


       

Roma, 21 febbraio, 2018 5:20 AM

   

Quant’è vero: il dolore di tutti non è il mio. Invece è sicuramente mio il mignolo del piede destro che stanotte si è rotto sbattendo contro lo stipite della porta, mentre al buio andavo dalla camera alla cucina per sterilizzare un ciuccio di Vita. Se avessi avuto un uomo che dormiva al mio fianco credo che ne avrei fatto una tragedia, ma se non c’è nessuno con cui lamentarsi mi sto accorgendo che forse si diventa un po’ più forti o magari, proprio come la signora Maisel, si scopre di esserlo già abbastanza, chissà. Comunque.

Alla fine sono tornata dalla mia psicanalista dopo tre anni (con la A di abbandonatrice che vegliava su di me dalla culla di Vita, naturalmente) solo per chiederglielo, pensa.

Ma com’è che da quando è nata Vita mi si è scatenata questa rabbia verso mia madre, e faccio una fatica gigantesca a tenerla a bada, mentre verso mio padre niente? – Insomma, se si trattasse della paura di contagiare Vita della nostra storia familiare (non così tremenda, anzi, normalissima, ma contagiosa come tutte le normalissime storie familiari), me la prenderei pure con mio papà, il fango l’hanno fatto insieme, come tutti i genitori. E invece no.

La differenza sta nel fatto che la madre è parte di te, sei stata nel suo corpo e ora lei sta nel tuo, la madre siamo noi – mi ha risposto lei. Mentre il padre è comunque un altro da noi.

Eccola lì allora tutta la forza, tutta la ferocia delle figlie. E se madri lo diventano, se lo diventiamo, forse quella rabbia non è verso le nostre madri, ma verso di noi, e magari non è rabbia, in realtà è paura…Paura di essere come loro, paura di trasformarci, come scrive Sibilla Aleramo, in “una semplice creatura di sacrificio”, mentre una madre “deve essere una donna, una persona umana”. Paura di non salire più ubriache su nessun palco. Però io ti confesso che ho pure paura di rimanere troppo donna, troppo umana. La solita cazzona, insomma. E anche questo mia madre, appena citofona, senza dire niente di particolare, ma solo con la sua faccia e la sua voce, mi ricorda.

“Allora? Come stai, fondamentalmente?”, mi ha scritto stamattina Walter, un altro animale dell’Arca Senza Noè che ha trent’anni più di me, ho sempre considerato una specie di maestro, ma adesso, siccome non ha figli, dice che vuole imparare per interposta persona tutto quello che sto imparando io. “Innamorata pazza”, gli ho risposto. Perché fondamentalmente, amica mia, è così che sto, riconosco tutti i sintomi. Allora lui, che è un vero sadico, come sapesse cos’è che proprio in questi giorni mi turba, “Oddio, ma se è vera questa storia che le mamme si innamorano, quanto devono soffrire dopo, quando i figli le disprezzano e le schifano?”.

Ecco, appunto. Quanto devono soffrire? Quanto dovremo soffrire pure noi, quando Benedetta, Giulio e Vita, se citofoneremo, penseranno che palle, e come se non bastasse si sentiranno in colpa di pensarlo, perché oltre a schifarci sentiranno la straziante tenerezza che fino a quando avevano bisogno di tutto (avevano bisogno di noi!) erano loro a farci? Ma no, no, a noi non potrà capitare, perché noi a differenza delle nostre madri abbiamo fatto nostre le teorie di Winnicott, siamo avanti noi: sappiamo che gli uomini in certi periodi cercano proprio una che non sappia temperare le matite con il temperino elettrico e riusciamo perfino a compatirli, siamo consapevoli, saranno le nostre figlie a citofonare per confidarsi e chiedere il nostro illuminato parere su qualsiasi cosa: sotto sotto lo pensi anche tu, vero? E anche tu sai che nell’esatto momento in cui ci sentiamo fuori pericolo, certe che saremo diverse da loro e che noi no, non sbaglieremo, diventiamo uguali? Poi: non ho mai sentito neanche nominare la crema alla tapioca, sembra un gusto di gelato che si trova in quei ristoranti metà giapponesi metà brasiliani, ma temo non sia così e che presto toccherà anche a me. Mi sto accorgendo che sono infinite le cose di cui ignoravo l’esistenza, se nei libri o sui giornali se ne parlava non capivo o saltavo pagina, ma all’improvviso sono e saranno dappertutto. Al momento faccio i conti con la T di tiralatte e con la C di capoparto, oltre che con la M di mignolo. Tu?

Chiara

   


     

Roma, 21 febbraio, 11:40 PM

   

Il mignolo contro gli stipiti delle porte di notte: quanti ricordi. Non puoi urlare perché sta già urlando lei, quindi è inutile, o si è appena riaddormentata e non devi assolutamente svegliarla. Vari medici mi hanno detto che ho una soglia di sopportazione del dolore molto alta, anzi impressionante, e io so che non l’ho mai allenata negli sport, ma contro gli stipiti delle porte al buio. Anche lo spigolo dell’armadietto da cui prendevo la schifosa tapioca, e poi mi chinavo a raccogliere qualcosa dimenticandomi subito tutto, e perché, perché mi rialzavo sempre con quella forza violenta? Lo vedi, la tapioca è il male.

Per ora molte delle mie forze sono concentrate su: silenziare per un anno i gruppi whatsapp dei genitori di scuola, silenziare le feste di compleanno con i genitori di scuola, silenziare le pizze di classe con i genitori di scuola, silenziare i colloqui con i professori, ma soprattutto con i genitori di scuola. Vorrei però un giorno salire su un palco ubriaca a dire a quella madre che ogni volta urla: ma che fine hai fatto, non ti si vede mai!, e nell’urlare muove la bocca in un finto stupore, che in realtà ci sono sempre ma mi nascondo dietro le colonne, dietro le auto, dietro gli altri genitori, per non incontrarla. Vorrei urlarle, ubriaca su quel palco, che non sarò mai come lei, non inseguirò mia figlia per sistemarle i capelli, non inseguirò i suoi insegnanti, non parlerò a cena del professore di scienze e di quel bambino che disturba le lezioni e che impedisce alla classe di andare avanti nel programma, non dirò mai che le minigonne di Stella sono troppo corte. Ecco, penso, ora salgo sul palco, e nella mente mi preparo molte battute cattive, autoironiche ma anche cattive, un po’ mrs Maisel ma mrs Maisel ha ventisei anni, e immagino l’applauso liberatorio, la rivoluzione degli altri genitori, l’orgoglio di mia figlia. A un millimetro dal palco, o insomma a pochi metri dalla cena di classe che sto programmando di devastare, mi assale una grande pietà. Per me, per i genitori, per i nostri figli, per quella madre che si agita nel tentativo di ottenere il massimo e che fra pochi anni, forse mesi, verrà guardata da sua figlia con occhi di pietra. Gli stessi che toccheranno a me, gli stessi che ho avuto io verso mia madre, quando casa mia non è più stata il punto da cui guardavo il mondo, ma il posto in cui mi toccava dormire e sparecchiare, e da cui mi slanciavo piena di curiosità per tutti tranne che per gli adulti di casa mia. Quindi non salirò su quel palco ubriaca: più comodamente cercherò di litigare con mia madre, Annalena

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