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Le finte foto di Bin Laden sono colpa di Internet?

Assolutamente no. Qualche esempio di cattivo giornalismo.

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5 Maggio 2011 alle 18:23

C’era da rimanere allibiti (e un po’ imbarazzati) a leggere certi giornali (cartacei e on line) italiani nelle convulse ore successive all’uccisione di Osama bin Laden. Soprattutto sulla storia delle foto (già ben raccontata da Luca Sofri sul suo blog due giorni fa) abbiamo assistito al contrario di quello che dovrebbe essere buon giornalismo: scarsa, scarsissima verifica delle fonti, pura ricerca spasmodica dell’emozione (e del clic), parallelamente a un eccitato e continuo sollevamento di dubbi non ragionevoli, ma tendenzialmente complottisti.

Primo fatto: pochi minuti dopo l’annuncio di Obama, una tv pachistana mette in giro una foto che ritrarrebbe il volto del leader di Al Qaida morto. Alcuni giornali nel mondo la pubblicano in home page. Poi su un forum qualcuno avanza dei dubbi: la foto sembra contraffatta, c’è chi dice anche di averla già vista. Cosa fanno i giornali on line che l’avevano pubblicata? La tolgono immediatamente. In Italia questa reazione ha tempi molto più lenti, col caso emblematico del Corriere.it, che rimane l’unico al mondo a tenere la finta foto in apertura fino all’ora di pranzo. Ma questo è niente: mentre sui giornali stranieri ci si dimentica in fretta della cosa, in italia la “foto bufala” diventa addirittura seconda-terza notizia sui siti. Di più: diventa la molla che fa scattare i dubbi retroscenistici: "Se la foto è falsa, siamo sicuri che sia morto davvero?". Una volta si diceva: "Se la suonano e se la cantano".

Ora, se una cosa non è vera, NON è una notizia. E il fatto che un giornalista ci sia cascato con tutti e due i piedi non trasforma la poca accuratezza della verifica in “giallo”, fino a prova contraria. Diverso sarebbe stato se la foto fosse stata messa in rete dal governo americano: in quel caso lo sputtanamento dell’immagine contraffatta sarebbe stata sì una notizia. Così no. Che su Internet (=il marciapiede sotto casa) giri una foto finta di Bin Laden morto non può essere una notizia. Sulla rete girano un sacco di cazzate, non per questo il Corriere.it mette come seconda notizia che il tal video o la tale immagine sono fintea, mi pare.

Il capolavoro è stato il giorno dopo, però. Il gruppo Anonymous segnala su Twitter la presenza sul Web di una nuova foto di Bin Laden morto. In questo caso è la Stampa a cascarci. La spara in home page con titolo a sei colonne: “Giallo su una nuova foto su Internet”. Si tocca il surreale nella didascalia della foto (un tarocco da una scena di un noto film di guerra, tra l’altro): “La nuova presunta foto di Osama bin Laden morto è stata pubblicata online da un sito web, mentre il link viene rilanciato su Twitter dagli hacker di Anonymous. L'autenticità dell'immagine non è ”. Dove le parole “presunta” e “non verificabile” dovrebbero da sole sconsigliare la pubblicazione. Poco dopo il gruppo Anonymous su Twitter si scusa: “la foto è falsa”, scrive. Imperterriti, i giornali italiani continuano a tenerla in home page (rubricandola paraculisticamente sotto “giallo della foto”) e la pubblicano sulle prime pagine di quasi tutte le versioni cartacee in edicola il giorno dopo. Unici al mondo. Errare è umano, ma accanirsi puzza di malafede.

Dopo due figuracce del genere, serviva un colpevole. E naturalmente c’è: Internet. Nulla potrebbe essere più folle, però. Sarebbe come accusare la realtà di portare con sé troppe informazioni, dati, fatti. Sarebbe come se un giornalista a passeggio in un parco sentisse una chiacchierata tra due passanti su un futuro attentato alla metropolitana di Milano, ne pubblicasse il contenuto in un articolo e poi, smentito, continuasse a parlare del “giallo” del “presunto” attentato (o peggio, della “bufala” dell’attentato). Demenziale, no? Già: la colpa dunque non è di Internet (dove certamente si vede, si sente e si legge di tutto) ma di chi, pescando nella realtà virtuale, estrapola da quel tutto solo ciò che gli serve per vendere cento copie in più e fare qualche clic oltre la media. Nessuna pretesa di mescolare verità e giornalismo, figuriamoci, sono due cose troppo distanti. Ma ogni tanto si potrebbe fare alla anglosassone: se una cosa è falsa non se ne parla.

P.S. Per la serie "bufala nella bufala", la seconda foto pubblicata e sparata in home page dalla Stampa (quella verde, per intenderci) era la prima versione del tarocco: il finto Bin Laden aveva infatti il buco di proiettile sopra l'occhio destro, quello sbagliato, stando ai resoconti della Casa Bianca. Più tardi la foto è stata rimessa in circolo "corretta" e utilizzata come vi ho detto. Questa topica rende falsa anche la didascalia ("non è verificabile"): bastava leggere quei resoconti per capire che era falsa, infatti.

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