“La più grande palla mai raccontata”

"Scuse accettate, Mr Gore”. Sotto questo titolo del quotidiano online Huffington Post, Harold Ambler – musicista impegnato, scienziato obamiano, studioso di cose climatiche e tenutario del blog TalkingAboutWheather.com – ha suonato la carica del “realismo democratico” sull’ambiente. Per Ambler, “Gore ha affermato, riguardo al cambiamento climatico, che ‘la scienza c’è’. Be’, ha assolutamente ragione, tranne che per una piccola cosa. E’ la più grande balla mai venduta al pubblico nella storia del genere umano”.

9 Gennaio 2009 alle 07:00

Il riscaldamento globale e la crescita della diseguaglianza economica

(foto LaPresse)

"Scuse accettate, Mr Gore”. Sotto questo titolo del quotidiano online Huffington Post, Harold Ambler – musicista impegnato, scienziato obamiano, studioso di cose climatiche e tenutario del blog TalkingAboutWheather.com – ha suonato la carica del “realismo democratico” sull’ambiente. Per Ambler, “Gore ha affermato, riguardo al cambiamento climatico, che ‘la scienza c’è’. Be’, ha assolutamente ragione, tranne che per una piccola cosa. E’ la più grande balla mai venduta al pubblico nella storia del genere umano”. Tre sono, secondo l’intellettuale americano, le ragioni. In primo luogo, “l’espressione ‘cambiamento climatico’ è ridondante, e contiene una menzogna. Il clima è sempre cambiato, e sempre cambierà… Quindi, nessuno ha bisogno di usare le parole ‘cambiamento’ e ‘clima’ contemporaneamente – si assume, nessuno con una minima consapevolezza del fatto che il clima cambia. Questa è la ridondanza. La menzogna è l’idea che il clima sia sempre stato stabile”. Se il mutamento attuale non ha nulla di eccezionale, allora non serve neppure una risposta politica del tipo suggerito dall’ex vicepresidente.

Secondariamente, “Gore si è spinto a tal punto a scoraggiare un dibattito sul clima, da definire coloro che criticano la sua semplicistica visione dell’atmosfera come ‘flat-Earthers’, cioè persone che credono che la Terra sia piatta. Anche questo colpo va a segno, tranne per un piccolo dettaglio. E’ vero esattamente il contrario”. Cioè, la questione è assai più complessa di quanto traspaia dai discorsi e dal pluripremiato (con l’Oscar e il Nobel, tra l’altro) documentario di Al Gore, e l’ottusità è patrimonio di quanti rifiutano la discussione scientifica aperta e onesta. Ambler mette poi in questione un aspetto tecnico dell’ideologia gorista e dei rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo dell’Onu sul global warming. Il punto è l’ipotesi, che sta alla base dei modelli climatici, secondo cui il contributo del vapor d’acqua al riscaldamento è positivo. Il tema è estremamente complicato, ma il punto cruciale è che, se l’assunzione dei modelli fosse sbagliata, come affermano diversi scienziati, tutti i loro risultati sarebbero da buttare.

Ambler propone quindi una lettura alternativa dei cambiamenti in corso, che enfatizza il ruolo delle oscillazioni termiche dell’Oceano Pacifico e soprattutto del ciclo solare. “Il sistema oceano-atmosfera – scrive Ambler – non è qualcosa che possa essere semplicemente ‘governato’ da un gas atmosferico. E’ un sistema complesso e caotico, modulato largamente dagli effetti solari, diretti e indiretti”. Se le cose stanno così, prosegue, allora occorre ripensare radicalmente strumenti e obiettivi delle politiche ambientali: anche perché, a fronte di questo “problema immaginario”, esistono problemi reali da vincere, dall’inquinamento da particolato ai due miliardi di persone che vivono senza accesso all’elettricità. Quindi, “Mr. Gore, accetto le sue scuse. E, Mr. Obama, sebbene io abbia votato per lei mille volte e per mille ragioni, spero di non aver mai bisogno di riceverle anche da lei”.

Gli argomenti svolti da Ambler non sono molto diversi da quelli tipici dell’armamentario degli “scettici”, cioè quei climatologi – da Richard Lindzen a S. Fred Singer a Pat Michaels – che non credono che l’influenza umana sul clima sia determinante. La novità non sta, dunque, nei temi sollevati, e neppure nell’autore dell’invettiva, che, pur essendo schierato col partito dell’Asinello, non ha mai fatto mistero delle sue posizioni. La novità vera sta nella testata che ospita l’intervento – il sinistrissimo Huffington Post – e nel rilievo che gli ha dato, scatenando un vero e proprio dibattito interno ai sostenitori della nuova Amministrazione. Immediatamente è arrivata la replica, piccata, direttore del DeSmogBlog, il cui argomento più pregnante è: “Chi diavolo è questo Harold Ambler?”. Ma l’eco della polemica va ben al di là di queste schermaglie internettiane, ed è più profonda di quanto possa apparire dal semplice confronto di opinioni tra due blogger. La questione è infatti talmente seria da aprire una faglia in seno all’amministrazione entrante, che presto dovrà prendere delle decisioni e scegliere una linea.

Sul piatto, ci sono le promesse elettorali del presidente eletto, Barack Obama, che ha garantito un “green deal” per uscire dalla crisi, con 150 miliardi di dollari a favore delle fonti rinnovabili. Durante la competizione con John McCain (che era silenziosamente d’accordo con lui, sul punto) e Sarah Palin (che invece stava all’estremo opposto dello spettro politico), Obama e il suo vice, Joe Biden, hanno lasciato intendere che la loro Casa Bianca avrebbe avviato un percorso di fattiva collaborazione internazionale sulla lotta al riscaldamento globale, a partire dalla creazione di uno schema di “cap & trade” sul modello del meccanismo europeo di riduzione delle emissioni. Contemporaneamente, però, il principale consigliere di Obama sull’ambiente, Dan Esty, professore all’Università di Yale, tranquillizzava l’industria americana, sottolineando che il candidato presidente era consapevole delle difficoltà che un progetto del genere avrebbe incontrato al Congresso. Parole che, tra le righe, vennero lette quasi come l’anticipazione di un impegno solo di facciata. Poi, però, è venuto il momento delle nomine, sulle quali gli allarmisti sul clima hanno fatto man bassa. John Holdren, già consigliere di Bill Clinton e molto vicino a Gore, è diventato consigliere del presidente sulle questioni ambientali.

Segretario per l’Energia sarà Steven Chu, premio Nobel per la Fisica, e grande sostenitore delle fonti rinnovabili e dei biocarburanti (che non guastano, per tenere buoni rapporti con le lobby agricole), ma anche aperto nei confronti del nucleare. Altri nomi importanti del “green team” del presidente sono quelli di Carol Browner, già capo della Environmental Protection Agency, collaboratrice di Al Gore e capofila dei suoi seguaci, e poi due ex funzionarie dell’agenzia ambientale americana: Nancy Sutley (che ha lavorato al fianco di Browner) al Council on Environmental Quality della Casa Bianca, mentre Lisa Jackson prenderà controllo dell’Epa. Essi possono anche contare su rilevanti sponde al Congresso, tra cui la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, il futuro presidente della Commissione energia e ambiente della Camera, Henry Waxman (noto per il suo estremismo ma anche per non essere un gran tessitore di alleanze parlamentari), e Barbara Boxer, che guiderà la Commissione ambiente e Lavori pubblici del Senato. Contemporaneamente, nell’Amministrazione resiste una frangia più realista, che vede le numerose difficoltà pratiche – non solo di ordine politico – che separano il dire dal fare. Il suo punto di riferimento è Larry Summers, già segretario al Tesoro con Clinton, oggi capo del National Economic Council della Casa Bianca. Summers è uomo che conosce il potere e sa esercitarlo: fu grazie a lui, soprattutto, se Clinton non seguì la crociata kyotista del suo numero due, Gore, ponendo di fatto le premesse per la dottrina Bush sul clima.

Summers e i suoi sanno che l’impatto sull’economia americana potrebbe essere drammatico e vogliono evitarlo, soprattutto in un momento di recessione come quello attuale. Lo scontro deve ancora consumarsi, come dimostra anche il durissimo pezzo di Ambler. “E’ presto per dire come andrà a finire – racconta al Foglio Myron Ebell, del Competitive Enterprise Institute – ma l’estremismo ecologista del ‘green team’ potrebbe, paradossalmente, ritorcersi contro di loro. Potrebbero chiedere troppo, e tornare a casa a mani vuote”. Qualunque innovazione sostanziale, al di là della distribuzione di crediti d’imposta, specie la ratifica di trattati internazionali, deve passare dal Senato. Dove i democratici non dispongono dei voti sufficienti a dare la spallata, e neppure sono tutti convinti della sua opportunità. Il green team di Obama, che dovrebbe costruire il green deal, potrebbe finire per regalare ai suoi supporter solo l’illusione di un green dream.

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