In Sardegna è tornata la Prima Repubblica

Massimo Bordin

Ogni partito trova una ragione per essere soddisfatto del risultato delle urne. Proprio come avveniva nell'epoca del proporzionale

Solo chi ha qualche capello bianco ricorda le elezioni politiche proporzionali della Prima Repubblica quando i risultati venivano commentati stiracchiando talmente il dato finale con comparazioni acrobatiche quanto improbabili per dimostrare comunque un qualche progresso. Alla fine non c’era uno che ammetteva la sconfitta. Era divertente finché non diventò irritante. Ieri in Sardegna è di nuovo successo. Hanno cantato vittoria quelli del centrodestra e fin qui ci siamo perché il loro candidato ha effettivamente vinto, ma si sono negati alla sconfitta gli altri due candidati, o meglio i loro schieramenti. Il centrosinistra è molto soddisfatto di essere arrivato secondo davanti al candidato del M5s.

 

Per la sinistra equivale a una vittoria che però rivendicano anche i pentastellati, che effettivamente fanno per la prima volta il loro ingresso nell’assemblea regionale. Le comparazioni sono però bizzarre anche quando si vogliono evocare crolli, flop, disastri. Siamo un paese dotato di una serie di sistemi elettorali diversi l’uno dall’altro. L’oggetto del voto non è il solo elemento di differenza. Fra regionali e comunali è per esempio decisivo per il M5s il ballottaggio, presente per i sindaci e assente per l’elezione dei presidenti regionali, nessuno dei quali infatti appartiene al movimento. Il Pd dal canto suo gioca sulla possibilità di costruire coalizioni riproponendo il modello Pisapia che non riuscì a costruire compiutamente alle ultime elezioni politiche. Per le europee dovrà però costruire una lista unica e non una coalizione, che quel sistema elettorale non prevede. Neanche questa operazione pare semplice.

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