Di Matteo supera Travaglio nella classifica dei giustizialisti

Massimo Bordin

Per il magistrato palermitano basta la richiesta del pm per bloccare il processo. Ma il problema nasce da una cattiva organizzazione degli uffici giudiziari

Tre concetti significativi sono stati espressi sulla questione della prescrizione negli ultimi giorni e qui se ne dà conto. L’editoriale del fine settimana firmato da Marco Travaglio ripropone un concetto caro al direttore del Fatto. Troppo generoso il ministro Bonafede a fermare gli orologi alla fine del processo di primo grado. Travaglio sposta indietro lo stop all’ordinanza di rinvio a giudizio, tanto si sa, sostiene, che l’80/90 per cento dei rinviati a giudizio sono colpevoli, dunque il numero di innocenti sostanzia null’altro che un danno collaterale.

 

È la tesi di Pier Camillo Davigo e prima ancora di Marcello Maddalena, magistrato che tanto ha ispirato il direttore del Fatto. Così praticamente il dibattimento diviene un inutile orpello, basta una udienza preliminare a porte chiuse e l’avallo di un gip. Ma ieri anche Travaglio è stato superato, sulle stesse colonne del giornale che dirige. Il dottore Nino Di Matteo propone una ulteriore retrodatazione. Che bisogno c’è dell’udienza preliminare? La richiesta del pm può bastare per fermare le lancette. Poi si potrà procedere con tutto comodo.

 

Una sentenza, o meglio un giudice propriamente detto, diviene per l’imputato, se anziano, un miraggio. Un terzo articolo sul sito di cronaca giudiziaria milanese, ma non solo, “GiustiziaMi”, firmato da Manuela D’Alessandro cita i dati disaggregati del ministero sull’incidenza delle prescrizioni nei singoli tribunali. Si scopre che si va dal 51 per cento di Vallo della Lucania allo 0,5 di Aosta ma anche di Napoli nord. Serve altro per dimostrare che la questione nasce da una cattiva organizzazione degli uffici giudiziari?