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La strategia della sommersione

Cosa non torna nella previsione dell'evoluzione mafiosa proposta dalla Dia

7 Febbraio 2018 alle 06:00

La strategia della sommersione

Ufficiali assemblano sott'acqua una mitragliatrice M240G durante la sfida annuale al campo base dei Marine a Pendleton (foto del governo degli Stati Uniti, via Flickr/Marines)

Riina è morto e prima di lui anche Provenzano. Gli altri capi sono in carcere, seppelliti da diversi ergastoli a testa e da un regime di carcere duro che non ha uguale in nessun altro paese dell’Unione europea. Questa situazione viene analizzata dalla Dia, la struttura investigativa interforze della direzione nazionale antimafia, nella sua ultima relazione semestrale di cui ieri pomeriggio le agenzie di stampa davano conto. In parole povere gli investigatori prendono atto che la famosa Commissione, svelata dal pentito Buscetta, non si riunisce più da circa un quarto di secolo e appare loro altamente improbabile che un giovanotto di Castelvetrano, in provincia di Trapani, possa aver preso le redini di Cosa nostra, tradizionalmente in mano a personaggi di area palermitana. La situazione dunque resta atomizzata e affidata, in ambito locale, a reggenti rivelatisi, eufemisticamente, non sempre all’altezza.

 

Fin qui la fotografia della situazione, fissata su carta da chi la segue, dotato del miglior bagaglio professionale possibile. Quando, dalla analisi dei fatti, la relazione passa a quella degli scenari futuri, le parole si arricchiscono, caricandosi di ambiguità ammiccanti. La previsione proposta prevede una mafia che omologherà definitivamente la strategia della sommersione. Strano verbo per un’immagine ampiamente usata negli ultimi tempi dalla stampa. La mafia è certo organizzazione segreta ma ha bisogno di ossigeno, non può restare sommersa. L’ossigeno è il radicamento sociale ovvero la riconoscibilità dei suoi membri, perché senza di essa potrebbe certo esistere una organizzazione criminale ma non sarebbe più “Cosa nostra” come l’abbiamo conosciuta.

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