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Se le indagini si aprono col "forse"

Massimo Bordin

A Catania sembrano intenzionati sul reato di “forse destabilizzazione” mentre a Roma la procura ha tirato le somme, in termini di anni di galera, nel processo Mafia Capitale 

Negli anni 90 faceva molto ridere in tv, in uno dei primi programmi di satira politica, la gag del conduttore di Tg che iniziava la sua cronaca con l’espressione “Pare che…”. Oggi anche i retroscenisti più spericolati evitano di usare espressioni del genere, una notizia non può essere data col beneficio del dubbio, altrimenti non è una notizia. Il dubbio, piuttosto, è salutare inserirlo sulle possibili conseguenze di una notizia, che però deve essere certa e verificata. Non va sempre così ma è il principio cardine del giornalismo, almeno in teoria una professione seria e delicata. Ancora più serio e delicato è il ruolo di procuratore capo. Il punto di partenza dell’azione penale non può che essere un fatto certo sul quale verificare una ipotesi di reato definita. Sostenere che si è aperta “una indagine sulla situazione nel Mediterraneo”, oltre a correre il rischio sempre in agguato del ridicolo, porta inevitabilmente ad annunciare l’inizio dell’indagine con l’avverbio meno rassicurante: “Forse”. E’ quello che è capitato al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che da come parla sembra più il presidente di una commissione parlamentare che il capo di una procura della Repubblica e finisce per ricordare la gag del giornalista che dice “Pare che…”.

    

Bisogna però fare attenzione a come un fenomeno che riguarda la magistratura da decenni ormai si sia evoluto. Non tutte le forme di una deviazione che riguarda la lettura giudiziaria dei fatti in relazione a fenomeni di forte impatto mediatico sono uguali. Se a Catania sembrano intenzionati sul reato di “forse destabilizzazione”, a Roma la procura ha tirato le somme, in termini di anni di galera, nel processo Mafia Capitale. La suggestione della parola mafia non è immateriale quando si fanno certi conti perché occorre considerare che, attraverso successivi aggiustamenti verso l’alto, in 35 anni il massimo della pena per il reato di associazione mafiosa è salito fino a 26 anni di reclusione. Le richieste della procura per Carminati e Buzzi, gravati da numerosi capi di imputazione oltre a quello associativo – Buzzi ne ha addirittura 35 – non devono stupire. Sono l’inevitabile conseguenza della tesi dell’accusa. Quello che può stupire è lo scarto con le altre pene richieste per gli imputati non accusati di associazione, richieste che nella loro, sempre relativa, esiguità riportano il processo in una dimensione di corruzione già vista altre, purtroppo tante, volte. Le pene alte sono una conseguenza dell’iperbole nell’impostazione iniziale, perseguita con rigore tecnico insolito in altre inchieste volte al forte impatto politico mediatico. Certo Roma e Catania sono inchieste diverse e anche i magistrati che vi hanno dato impulso appaiono diversi. Ma un tratto comune si può cogliere. Forse.