L'incongruenza del processo “Mafia Capitale”

Massimo Bordin

Carminati attira l'attenzione dei media da personaggio noir, ma Buzzi con le sue risposte fa apparire incongrua l’imputazione di mafia

Al processo “Mafia Capitale” l’interrogatorio di Massimo Carminati ha conquistato l’attenzione dei media che sul dibattimento si erano mostrati abbastanza pigri. Il personaggio è ormai un personaggio noir, ancor più che politicamente un nero, e il processo offre numeri fuori programma fra saluti romani e katana esibita in aula dal pubblico ministero. Peccato che la stessa attenzione non sia stata dedicata al fluviale interrogatorio di Salvatore Buzzi, che è stato anche lui, per diverso tempo, un personaggio simbolo ma di segno opposto rispetto a Carminati. Buzzi è stato l’eroe buono, il redento che sconta la pena per un omicidio e diventa imprenditore della solidarietà sociale. Se Carminati è un personaggio da serie televisiva di Sky, Buzzi, nei suoi tempi d’oro sarebbe stato un perfetto ospite di Fabio Fazio. Eppure le sue risposte in aula hanno mostrato la “banalità del male”, che in questo caso non è la mafia, fenomeno comunque patologico, ma l’ordinaria corruzione politica alla quale Buzzi, redento fino a un certo punto, non ha faticato ad adeguarsi. L’oggetto di questo processo non sta nei misteri del “samurai nero” ma nel sistema marcio delle gare d’appalto, per una, peraltro piccola, parte del bilancio comunale. Non è detto che tutto si riduca a questo ma il processo, per come è stato costruito, a questo lo riduce, così da far apparire incongrua l’imputazione di mafia. L’incongruenza è venuta fuori in più di un passaggio dell’interrogatorio di Buzzi e toccherà riparlarne.

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