La patata di Libero e la ricetta di Feltri

Massimo Bordin

Giusto indignarsi per il titolo, ma dopo che abbiamo ridetto che ormai il buongusto è scomparso, che facciamo?

Ferve il dibattito sul titolo di apertura di Libero uscito ieri. La patata bollente ha indignato la presidente della Camera e, ovviamente, la sindaca. È giusto, non c’è che dire. Ma dopo che abbiamo ridetto che ormai buongusto per alcuni è solo il cognome di un vecchio cantante, e per gli under cinquanta neanche quello, che altro ci diciamo? Feltri dal suo punto di vista può tranquillamente ribattere che non capisce il trambusto. Un titolo identico, dice, l’aveva già fatto sul caso Ruby e non erano intervenute autorità istituzionali. Si sa, è fatto così. Del resto il primo giornale che diresse all’inizio degli anni Novanta si chiamava L’indipendente e Vittorio Feltri fu chiamato per rialzarne le vendite. Era bellissimo, sembrava un vero giornale anglosassone. Titoli con caratteri elegantissimi, formato tabloid, analisi ponderose. Ci lavorava un mio amico e quando gli dicevo che andava un po’ vivacizzato mi spiegava che non capivo nulla. Era orgogliosissimo di quel costoso aplomb. Arrivò Feltri e dopo pochi giorni mi cadde l’occhio su un titolo a metà prima pagina. L’occhiello parlava di una fiera dell’agricoltura e i suoi strabilianti prodotti. Una marchetta invereconda. Ma il titolo era: “Il cetriolo non si ammoscia più”. Pensai al mio amico e mi misi a ridere selvaggiamente.

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