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I paradossi nell'arresto del superteste Ciancimino

C’è voluto qualche anno, anche se il processo era semplice, ma alla fine è stato arrestato

25 Gennaio 2017 alle 05:45

Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino (foto LaPresse)

C’è voluto qualche anno, anche se il processo era semplice, ma alla fine Masimo Ciancimino è stato arrestato. Non solo condannato, arrestato perché i tre anni che la cassazione gli ha inflitto per detenzione di esplosivo si sommano ai due anni e otto mesi, per riciclaggio, sospesi nel 2011 dall’indulto. Dunque il processo sulla cosiddetta trattativa vede aggiungersi a quello di partenza altri due nuovi paradossi a proposito del principale teste di accusa che, nello stesso processo in cui svolge questo impegnativo compito, si ritrova imputato di calunnia. Adesso il teste-chiave dovrà attendere la sentenza in stato di detenzione per ulteriori reati. Il terzo paradosso sta nei candelotti di dinamite che Ciancimino jr. si era procurato chissà come e aveva piazzato nella sua casa bolognese per dimostrare quanto pericolosamente fosse minacciato. Di esplosivo nascosto, in questo processo molto si è parlato ma ora l’unico che sia stato realmente trovato si rivela, per sentenza della suprema corte, un imbroglio architettato dal superteste che chiude la sua parabola tornando da “icona dell’antimafia” a pataccaro. Una curva più che paradossale, forse la metafora dell’intero processo, che già cerca altre strade nel labirinto in cui ha scelto di cacciarsi. Domani vedremo come.

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