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Le rivoluzioni esigono l'anima degli sconfitti

Quello che colpisce nel bel libro di Mattia Feltri “93”, che ripercorre l’anno cruciale di Tangentopoli, non è tanto la rilettura delle dichiarazioni dei pm e dei loro supporter, alcune francamente impressionanti. In quasi un quarto di secolo ne sono seguite perfino di peggiori. Non è nemmeno la let

6 Febbraio 2016 alle 06:18

Quello che colpisce nel bel libro di Mattia Feltri “93”, che ripercorre l’anno cruciale di Tangentopoli, non è tanto la rilettura delle dichiarazioni dei pm e dei loro supporter, alcune francamente impressionanti. In quasi un quarto di secolo ne sono seguite perfino di peggiori. Non è nemmeno la lettura dei commenti di autorevoli leader politici e cariche istituzionali che oggi sono ritenuti saggiamente critici sugli eccessi dell’epoca. A rileggerli ci si ricorda che in tempo reale lo furono molto meno ma si possono invocare per loro ragionevoli attenuanti. Colpisce veramente, piuttosto, quello che accadde nel Psi, dove appare come gigantesca la figura di Bettino Craxi, la sua immagine di quando, pronunciato in Parlamento un discorso in difesa sua e del suo partito, una perorazione riscattata da Mattia Feltri rispetto a una vulgata che l’ha voluta banalizzare, abbandona l’aula dicendo “Che resto a fare? A votare per me?”. Craxi rappresenta la tragedia, al contrario dei suoi compagni di partito, anche i migliori, che riletti oggi incarnano l’eterna commedia umana nella sua ansia di adeguamento al vincitore. A riprova che anche quel ’93 fu, a suo modo, una rivoluzione. Perché le rivoluzioni, si sa, non necessitano solo di capri espiatori, né si limitano ad aizzare il conformismo degli indignati. Esigono anche quello degli sconfitti, di cui pretendono l’anima.

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