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“Inchieste giornalistiche”

Il caso sollevato ieri da Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera a proposito del procedimento disciplinare avviato nei confronti del magistrato Gianfranco Donadio, attualmente consulente della commissione Moro ma precedentemente impegnato come sostituto alla procura nazionale antimafia, può avere

12 Gennaio 2016 alle 06:18

Il caso sollevato ieri da Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera a proposito del procedimento disciplinare avviato nei confronti del magistrato Gianfranco Donadio, attualmente consulente della commissione Moro ma precedentemente impegnato come sostituto alla procura nazionale antimafia, può avere un risvolto interessante su indagini ancora in corso e “inchieste giornalistiche” ciclicamente riproposte. La DNA ha potere di raccordo e di impulso sugli uffici antimafia delle procure. Secondo l’accusa, diciamo così, il dottore Donadio, che si occupava dei punti oscuri delle stragi del 92, non avrebbe seguito i protocolli concepiti per evitare sovrapposizioni e certi suoi rapporti avrebbero finito per confondere ulteriormente anzi che chiarire le zone ancora in ombra. Ma non è questo il punto. Chi deve giudicare ha sicuramente più elementi del cronista, al quale però può venire un dubbio. Il bersaglio dell’indagine del magistrato era in particolare la figura di un investigatore più volte evocato come figura chiave da qualche pentito e da alcuni giornalisti. L’agente “faccia da mostro” allunga la sua ombra su diverse vicende terribili di delitti di mafia e di stragi. Eppure non è mai stato imputato. Intervistato, piuttosto. E presentato come l’incarnazione di “indicibili” complicità di Stato. E se questo procedimento disciplinare fosse il modo, più indolore possibile, per mettere agli atti che la storia di “faccia di mostro”, se non è l’ennesima bufala, è stata comunque molto ingigantita?

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