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Note sul rapimento del giudice Giovanni D’Urso 35 anni dopo (e quello che il Fatto non dice)

Bisogna tornare ai primissimi anni Ottanta, ma la vicenda che vorrei segnalare è facilmente ricostruibile. Il 12 dicembre 1980 le brigate rosse rapiscono il giudice Giovanni D’Urso, direttore del DAP.

23 Dicembre 2015 alle 06:01

Bisogna tornare ai primissimi anni Ottanta, ma la vicenda che vorrei segnalare è facilmente ricostruibile. Il 12 dicembre 1980 le brigate rosse rapiscono il giudice Giovanni D’Urso, direttore del DAP. Ne annunciano la “condanna a morte” se non verranno accolte le loro richieste, alcune irricevibili, altre no. Si crea un partito della fermezza guidato dal Pci e dai principali giornali. In primissima fila, a fianco di Repubblica, il gruppo Rizzoli allora in mano alla P2. Occorre, secondo loro, non pubblicare i documenti delle Br la cui pubblicità i brigatisti pongono a condizione della liberazione dell’ostaggio. La parola d’ordine è “Non si tratta”. Contro questa linea si battono i radicali, i socialisti e pochi altri. C’è ovviamente un aspetto politico ma non è questa la sede. La pressione sulle redazioni è enorme. A parte Radio Radicale, allora diretta da Lino Jannuzzi, l’Avanti e il Messaggero, i giornali non pubblicano. Il direttore del Lavoro di Genova, Giuliano Zincone, si ribella al suo editore Rizzoli, pubblica il documento Br e viene licenziato. D’Urso viene poi liberato. Ieri sul Fatto Maurizio Chierici riassumeva così la vicenda : “Giuliano non rispetta l’ordine del non raccontare le trattative tra stato e Brigate Rosse che hanno rapito (e assassinato) il giudice”. Tutto è opinabile ma è certo che D’Urso non fu ucciso e Zincone fu tra quelli che lo salvarono grazie a quella che Chierici chiama una trattativa. Siccome c’è sempre un lato comico, l’articolo del Fatto in conclusione ammoniva : “Non fatevi imbrogliare”.

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