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Il rapimento di Moro e la storia di quel bar

La storia del bar è rivelatrice di un metodo nella relazione sul lavoro svolto finora dalla ennesima commissione parlamentare sul rapimento Moro.

11 Dicembre 2015 alle 06:13

La storia del bar è rivelatrice di un metodo nella relazione sul lavoro svolto finora dalla ennesima commissione parlamentare sul rapimento Moro. “Non sappiamo se c’entri qualcosa con il caso Moro” è la leale premessa alla parte del documento relativo a un bar di via Fani giusto di fronte al luogo dell’agguato brigatista. Finora nessuno ci aveva fatto caso, in 35 anni di indagini, e un motivo c’è. Quel bar, il 16 marzo 1978, era chiuso. Non per riposo settimanale ma da circa due anni. Dopo la vicenda Moro poi riaprì. “Inopinatamente”, scrivono gli onorevoli indagatori. La vicenda dell’esercizio commerciale che si era negato alla scena del crimine viene ritenuta altamente sospetta e un approfondimento necessario. Viene fuori che il titolare del bar era noto alla polizia perché coinvolto in una storia di traffico d’armi per la quale però non venne mai incriminato. La commissione ha scoperto che la sua presenza era segnalata a Bologna nei giorni precedenti alla strage alla stazione, nel 1980 quando era già “noto alla polizia” come frequentatore di libanesi e di Frank Coppola. Dunque era negli elenchi di questura incrociati con quelli degli alberghi bolognesi. Non c’è altro, a parte la presenza nel cda del bar, quando riapre, di una figlia dell’ex presidente della Repubblica Gronchi. La commissione ne deduce contatti politici di alto livello. Ecco, le altre vicende, anche più serie, sono affrontate dalla commissione con la stessa logica, quella del rifiuto del “cospirazionismo a oltranza” per affidarsi a una “dietrologia di valore”, come ha spiegato il presidente della commissione Fioroni. Cospirazionisti, ma non oltranzisti.

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