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L'intuito di Di Matteo

Qua si era promesso di continuare a parlare dell’operato del pm Antonino Di Matteo a chi ha manifestato sabato scorso lamentando il silenzio sul magistrato “più temuto dalla mafia”, come egli stesso si definisce. Parlare di Di Matteo è doveroso, visto che ieri ha reso testimonianza di fronte alla co

17 Novembre 2015 alle 06:18

Qua si era promesso di continuare a parlare dell’operato del pm Antonino Di Matteo a chi ha manifestato sabato scorso lamentando il silenzio sul magistrato “più temuto dalla mafia”, come egli stesso si definisce. Parlare di Di Matteo è doveroso, visto che ieri ha reso testimonianza di fronte alla corte di Assise di Caltanissetta nel processo denominato “Borsellino quater”. Ovviamente non si tratta di un quarto grado di giudizio ma del quarto processo che si occupa della strage di via D’Amelio, che deve porre rimedio ad uno dei processi precedenti, nel quale un pentito trasse in inganno pm e giudici facendo condannare innocenti, almeno di quella strage, e lasciando fuori alcuni poi riconosciuti colpevoli. La storia è nota, come sono note le proteste di Di Matteo quando, anche qui, si è ricordato che uno dei pm tratti in inganno fu proprio lui. Ieri, sentito dai giudici, ha detto che “Nei primi interrogatori abbiamo ritenuto che le dichiarazioni di Scarantino fossero genuine, solo dopo abbiamo intuito che fossero inquinate”. Così le parole del magistrato, laddove “dopo” deve intendersi dopo la requisitoria, nella quale Di Matteo aveva ritenuto il pentito Scarantino pienamente attendibile, malgrado avesse ritrattato due volte le sue deposizioni. Ma la parola più suggestiva fra quelle del pm, sentito come teste, è un’altra: “intuito”. Una suggestione di carattere letterario. “Signori, ho avuto una intuizione. E io raramente mi sbaglio” , dice il procuratore a proposito di un indagato, nell’ultimo romanzo scritto da Leonardo Sciascia, “Una storia semplice”. Quel magistrato che, per chi ha letto il libro, è personaggio indimenticabile.

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