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Quelle poche righe di Napolitano sul Cav.

A proposito del biglietto inviato da Giorgio Napolitano al capogruppo dei senatori di Forza Italia Paolo Romani, l’attenzione di tutti i giornali si è concentrata sulle espressioni, effettivamente assai forti, usate dal presidente emerito a proposito di Silvio Berlusconi. E’ innegabile che quello fo

16 Ottobre 2015 alle 09:19

A proposito del biglietto inviato da Giorgio Napolitano al capogruppo dei senatori di Forza Italia Paolo Romani, l’attenzione di tutti i giornali si è concentrata sulle espressioni, effettivamente assai forti, usate dal presidente emerito a proposito di Silvio Berlusconi. E’ innegabile che quello fosse l’aspetto più eclatante, anche perché l’autore della missiva è persona che si è sempre distinta per il suo rifuggire i toni forti e gli aggettivi coloriti. Ciò non toglie che nelle poche righe scritte a penna vi fosse un altro passaggio egualmente significativo nel quale il bersaglio non era il Cavaliere. Con il linguaggio che gli è consueto Napolitano argomentava la scelta di non querelare Berlusconi per “evitare di affidare alla magistratura giudizi storico-politici”. La notazione, pur quasi parentetica, è già chiara di per sé ma meglio può essere compresa se affiancata a quello che scrive Paolo Mieli, nell’introduzione al suo libro, recentemente uscito, “L’arma della memoria”, a pagina 18: “C’è infine l’arma suprema che è quella – diffusasi nell’ultimo ventennio – di trasferire in un’aula di tribunale casi sui quali neanche gli storici di professione sono riusciti a fare luce in modo definitivo. E’ una “storiografia dei magistrati” (ma anche dei pentiti e dei giornalisti) che ha abbondantemente preso piede e che produce “risultati” destinati a trasferirsi con sciatto automatismo nei libri di storia veri e propri”. Sono armi che il presidente Napolitano ben conosce perché sono state spianate anche contro di lui e in quelle poche righe tiene a far sapere che tanto non le apprezza da non volerle usare.

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