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Trattati come mafiosi, per scoprire se lo sono davvero

Il processo “mafia capitale” non è ancora iniziato ma, a conferma della sua caratteristica di grande evento giudiziario, lo precedono forti polemiche sulle modalità di svolgimento. I penalisti romani hanno indetto quattro giorni di astensione dalle udienze per denunciare i tempi e i modi che si annu

15 Ottobre 2015 alle 06:18

Il processo “mafia capitale” non è ancora iniziato ma, a conferma della sua caratteristica di grande evento giudiziario, lo precedono forti polemiche sulle modalità di svolgimento. I penalisti romani hanno indetto quattro giorni di astensione dalle udienze per denunciare i tempi e i modi che si annunciano per la tenuta delle udienze che si susseguiranno a ritmi serrati nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. Ma soprattutto gli imputati detenuti non saranno presenti in aula bensì collegati con video conferenza dalle carceri dove sono reclusi. Non è una novità per gli imputati di reati di mafia ma colpisce come un caposaldo del processo, la possibilità dell’imputato di vedere e farsi vedere dai propri giudici, sia di fatto svanita, almeno per alcuni processi. Non mancano naturalmente le giustificazioni e sono anche serie, tanto è vero che ormai, per i processi che si svolgono in Sicilia, Campania e Calabria, la questione viene posta sempre meno nelle aule ed è confinata ai convegni dove gli avvocati lamentano un consolidato doppio binario nella gestione dei processi, quelli cosiddetti ordinari e quelli per reati di mafia. La situazione a Roma è diversa perché il precedente è uno solo e riguarda un processo a quell’ormai famoso clan Fasciani di Ostia. Insomma, il trattamento da mafiosi propriamente detti viene applicato agli imputati in via preventiva nell’aula processuale dove si dovrà decidere se effettivamente lo siano. Forse è inevitabile che vada così ma la protesta degli avvocati ha una logica. 

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