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La signora Assunta, il Califfato e la giustizia italiana

La signora Assunta era la meno convinta. Quando la figlia le telefonava dalla Siria del califfo, chiedendo che lei e il marito la raggiungessero non opponeva un netto rifiuto ma timidi ostacoli. “E il gatto lo posso portare? No, è vero? Del resto quando lo portammo a Napoli non faceva che miagolare.

7 Ottobre 2015 alle 06:18

La signora Assunta era la meno convinta. Quando la figlia le telefonava dalla Siria del califfo, chiedendo che lei e il marito la raggiungessero non opponeva un netto rifiuto ma timidi ostacoli. “E il gatto lo posso portare? No, è vero? Del resto quando lo portammo a Napoli non faceva che miagolare. Quello, viaggiare non ci piace”. Forse neanche a lei piaceva viaggiare, e già da Torre del Greco finire a Inzago non doveva essere stato semplice. Si ritrovava con il marito pensionato che si era fatto crescere la barba e frequentava il centro islamico locale e la figlia che aveva seguito un albanese nell’avventura del Califfato. Una storia degna di un racconto di Peppe Lanzetta. “Papà ti devi far valere. Sei tu quello che comanda, dovete venire qui. Ti danno la casa e pure o’ Suv. La casa col giardino”. “E potrò fare la parmigiana di melanzane?”, chiedeva dubbiosa Assunta. “Papà, prendila per i capelli e venitevene in Siria”. Arrivarono invece i carabinieri e li arrestarono. Sgominata una rete di foreign fighters, scrissero senza sprezzo del ridicolo i giornali che accludevano queste intercettazioni telefoniche. La signora Assunta è finita in prigione il primo luglio e l’altro ieri, quando poteva finalmente tornare a casa, dove forse poteva restare da subito senza grande pericolo per l’occidente, è morta nell’ospedale del carcere di Vigevano. Non era già una bella storia, c’è voluto il sistema giudiziario italiano per renderla tragica.

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