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Ingrao e il Pci

Nel suo ricordo di Pietro Ingrao, pubblicato ieri dall'Unità, Achille Occhetto, oltre a una serie di considerazioni politicamente acute, ricorda un episodio relativo alla fase finale dell'esistenza del Pci. Occhetto risale al congresso di Bologna del 1990 nel quale si tirarono le fila della prima fa

29 Settembre 2015 alle 06:18

Nel suo ricordo di Pietro Ingrao, pubblicato ieri dall'Unità, Achille Occhetto, oltre a una serie di considerazioni politicamente acute, ricorda un episodio relativo alla fase finale dell'esistenza del Pci. Occhetto risale al congresso di Bologna del 1990 nel quale si tirarono le fila della prima fase del lunghissimo dibattito sul cambio di nome del partito e a lui,da segretario, toccò concludere dopo un vibrante e applauditissimo intervento di Ingrao, contrario alla proposta della segreteria. Occhetto, da oratore sperimentato e abilissimo, se la cavò da par suo e fu salutato da una ovazione. Tornò al suo posto e, ricevute le congratulazioni di Ingrao, proruppe in un pianto irrefrenabile. L'immagine dei suoi singhiozzi passò in tutti i tg e segnò davvero la svolta, con mesi d'anticipo. Il Pci non c'era più. Una cosa del genere sarebbe stata inimmaginabile per l'algido Togliatti ma anche per lo schivo Berlinguer. Iniziava dal palco di Bologna un'altra storia, fra le lacrime. Pochi anni dopo subentrarono le risate. L'autoironia, già anticipata dal supplemento satirico dell'Unità, diretto da Sergio Staino e mal sopportato dal segretario Natta, tracimò in tv con le serenedandini e le sabineguzzanti. La sinistra cominciò a ridere dei suoi leader. A tutti parve una grande prova di maturità. Bastò poco tempo a capire che era il segno della fine. Non fu Karl Marx ad essere trascurato ma Baruch Spinoza. "Né ridere né piangere, ma capire".

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