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Esagerazioni a mezzo stampa sulla "legge Bavaglio"

Una certa enfasi nelle campagne stampa è inevitabile. Poi col tempo tutto, visto a distanza, si ridimensiona. Esempio di scuola la famosa campagna contro la “legge truffa” prima delle elezioni del 1953.

23 Settembre 2015 alle 06:27

Una certa enfasi nelle campagne stampa è inevitabile. Poi col tempo tutto, visto a distanza, si ridimensiona. Esempio di scuola la famosa campagna contro la “legge truffa” prima delle elezioni del 1953. Ora sappiamo che Calderoli è capace di molto peggio. Con la “legge bavaglio”, come la chiamano Repubblica e Fatto, però anche ai contemporanei è possibile accorgersi che si esagera. I due giornali si sentono imbavagliati dall’impossibilità di pubblicare le intercettazioni “processualmente irrilevanti” nel testo ma giornalisticamente ghiotte. Nessuno si pone peraltro il problema del perché dialoghi del genere possano comunque essere trascritti e non restare allo stato di brogliaccio, una volta ascoltate dal PM e da lui ritenuti inutilizzabili. Tocca leggere che “si rischia di mantenere segrete intercettazioni politicamente rilevanti e quindi importanti per la conoscenza dei cittadini che devono valutare l’operato dei personaggi pubblici”. E pensare che quando il generale De Lorenzo attivò una rete di dossier e intercettazioni sui politici degli anni Sessanta, la sinistra gridò al golpe e, giustamente, ne pretese la distruzione. Ci fu però anche allora qualcuno – non saprei dire se pensoso del diritto di cronaca, credo di no- che si premurò di fotocopiare il più possibile per poi passarlo ad alcune testate dell’epoca. Era Licio Gelli.

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