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Quel grosso equivoco sull'obbligatorietà dell’azione penale

Il dibattito sulla giustizia in Italia negli ultimi decenni ruota intorno ad alcuni concetti che fino agli anni settanta erano ritenuti princìpi posti a base del sistema e dunque inamovibili.

5 Settembre 2015 alle 06:15

Il dibattito sulla giustizia in Italia negli ultimi decenni ruota intorno ad alcuni concetti che fino agli anni settanta erano ritenuti princìpi posti a base del sistema e dunque inamovibili. Fra essi, ancor più della possibilità dei magistrati di spostarsi dai ruoli dell’accusa a quelli del giudizio, ha sempre avuto un ruolo di caposaldo il principio della obbligatorietà dell’azione penale, ritenuto un pilastro dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Per la verità Calamandrei ritenne l’obbligatorietà “una svista dei padri costituenti” ma non si può negare che fosse stata una voce presso che isolata. Non solo in quel caso, peraltro. Ancora negli anni Ottanta, quando Pannella, nei rari convegni giuridici cui veniva invitato, ne riproponeva il pensiero in merito, gli astanti strabuzzavano gli occhi e bisbigliavano fra loro indignati. Ma ormai anche la critica al tabù della obbligatorietà è sdoganata, come si poteva leggere ieri su questo giornale in un virgolettato di un magistrato come Raffaele Cantone. Chi ancora ritiene la critica inammissibile dovrebbe spiegarsi la sua innegabile uscita dall’isolamento. E qualcuno lo fa, denunciando l’egemonia culturale del “berlusconismo”, senza rendersi conto di fornire così una formidabile pezza d’appoggio alla tanto criticata frase di Renzi sul carattere regressivo dell’antiberlusconismo come categoria politica.

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