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Concorso esterno in disfattismo

I disfattisti, nel linguaggio politico, sono non tanto i rassegnati alla sconfitta quanto coloro che in fondo la auspicano e in ultima analisi la determinano. Complici del nemico, dunque. Oggettivamente, si diceva un tempo.

18 Agosto 2015 alle 06:00

I disfattisti, nel linguaggio politico, sono non tanto i rassegnati alla sconfitta quanto coloro che in fondo la auspicano e in ultima analisi la determinano. Complici del nemico, dunque. Oggettivamente, si diceva un tempo. Oggi si potrebbe parlare di concorso esterno. Il termine è da periodo bellico e il fatto che tracimi nel dibattito politico non è rassicurante. E’ una aggettivazione impettita, vagamente totalitaria. Evoca plotoni di esecuzione. Si afferma con le grandi guerre mondiali e, almeno a proposito della Seconda, ragionevolezza e spirito democratico portano a simpatizzare con i disfattisti dell’epoca. Dunque la parola finisce inevitabilmente per evocare la destra peggiore. Eppure non solo a destra è ormai moneta corrente. Claudio Magris, per esempio, firmò nel marzo scorso sul Corriere della Sera una vibrante denuncia del “disfattismo all’italiana” e Annamaria Testa gli fece in qualche modo eco poco dopo su Internazionale. L’aggettivo, sdoganato, è ormai usato anche dal premier. Per esempio ieri Renzi ha definito “una bella risposta ai disfattisti” la vittoria italiana nel mondiale femminile under 18 di volley. Chi ignorava – non pochi, è da temere – addirittura l’esistenza dell’importante sfida, si sarà sentito un traditore della patria. Per tranquillità di tutti, non si potrebbe tornare ai gufi e ai rosiconi?

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