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Il peso delle accuse. E' giustizia?

“E’ lui, lo riconosco!”. Il tassista non esitò a indicare, fra i questurini in borghese coi quali era stato appaiato, il ballerino anarchico che da un paio di giorni era torchiato in questura. C’era pure il testimone.

5 Agosto 2015 alle 06:27

“E’ lui, lo riconosco!”. Il tassista non esitò a indicare, fra i questurini in borghese coi quali era stato appaiato, il ballerino anarchico che da un paio di giorni era torchiato in questura. C’era pure il testimone. La “belva umana”, l’ultimo anello della “sanguinaria strategia estremista”, come scrissero tutti i giornali, l’Unità compresa, era inchiodato alle sue responsabilità. L’inchiesta poteva procedere velocemente, i pm sapevano quel che facevano. Peccato per quell’altro anarchico, ferroviere, non ballerino, dunque una persona seria. Sopraffatto dall’evidenza, si era gettato da una finestra in preda ai rimorsi. Anche questo scrissero. I sagaci investigatori, gente di prim’ordine e di varie tendenze politiche, avevano trovato il bandolo del più grave attentato nei tempi della Repubblica. Invece no. Mesi dopo uscì un’inchiesta giornalistica, un libro che raccontava un’altra storia, parlava di “strage di stato”, cambiava il contesto, il ruolo dei personaggi, le concatenazioni degli eventi. Venivano fuori altri probabili colpevoli, molto diversi. L’inchiesta dei pm era fatta a pezzi. Il libro era coordinato da un documentarista amico di Piperno e Scalzone, un giornalista cacciato da “Paese Sera” perché trotzkista e un avvocato comunista nipote di un senatore socialdemocratico e massone. Ci fosse stato il reato di depistaggio,  la cui sollecita approvazione è oggi invocata dal presidente Grasso e dal deputato Di Battista, li avrebbero incriminati tutti e tre più facilmente di come pure provarono allora. E le cose sarebbero andate diversamente.

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