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Quei frammenti impazziti del Novecento che sono tornati (non solo) in Grecia

Una premessa necessaria. Io di economia capisco poco, al massimo provo a capire chi è che ne sa veramente per confrontarne i pareri, perché mi hanno insegnato che questo è il mestiere del cronista.

9 Luglio 2015 alle 06:15

Una premessa necessaria. Io di economia capisco poco, al massimo provo a capire chi è che ne sa veramente per confrontarne i pareri, perché mi hanno insegnato che questo è il mestiere del cronista. Per di più sospetto che, al momento, neanche i premi Nobel abbiano chiaro cosa sarà della Grecia. Del resto, come diceva un inglese, le previsioni più difficili sono quelle che riguardano il futuro. Così ieri, per capire, oltre che a David Carretta sul fronte di Bruxelles, mi sono affidato a Maria Laura Rodotà che raccontava sul Corriere di una sua incursione nel palazzo del governo di Atene. Di sera. Si immaginano persone in maniche di camicia, stanche e più disposte alla chiacchiera informale e forse sincera. E infatti parlano di “trattative sabotate”, di “fottuti bastardi che vogliono schiacciarci”, “volevano ammazzarci”. Rodotà ne descrive lo stato d’animo: si sentono in un bunker. Ma non è La Moneda, i carri armati della Troika non hanno acceso i motori, né caccia tedeschi sorvolano minacciosamente. Chi lo pensa deve aver letto il Manifesto. Il nemico interno, piuttosto, ecco il pericolo, sostengono altri. “Siamo europeisti, quasi tutti, tranne un gruppetto di trotzkisti pazzi di cui faremmo volentieri a meno”. E così da Santiago 1973 siamo retrocessi a Barcellona 1936. Frammenti impazziti del ’900 che sono tornati in circolo nel caleidoscopio della contemporaneità. Non da ieri e non solo in Grecia, a dire il vero.

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