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Le opacità nelle nomine dei curatori dei beni sequestrati alle mafie

Le cifre messe insieme da una inchiesta del Mattino, pubblicata ieri sul quotidiano napoletano, dovrebbero far riflettere. Le aziende sequestrate alle mafie sono ottomila, con 79 mila dipendenti. Il sequestro viene deciso con una procedura che Mauro Mellini ha definito come l’unico provvedimento di

3 Luglio 2015 alle 06:10

Le cifre messe insieme da una inchiesta del Mattino, pubblicata ieri sul quotidiano napoletano, dovrebbero far riflettere. Le aziende sequestrate alle mafie sono ottomila, con 79 mila dipendenti. Il sequestro viene deciso con una procedura che Mauro Mellini ha definito come l’unico provvedimento di polizia firmato da magistrati, visto che l’onere della prova spetta all’imputato, ma il tema dell’inchiesta del giornale napoletano è più prosaico. La fase del sequestro è necessariamente transitoria e può sfociare nella confisca, e in tal caso l’azienda viene incamerata dallo stato, o nella restituzione al proprietario. Nel frattempo al magistrato tocca la nomina di un curatore che provvisoriamente amministra l’azienda, ovviamente non gratis. Ecco, è questo l’oggetto della meritoria inchiesta giornalistica. Come sono stabiliti i criteri per la nomina dei curatori? Quanti di essi cumulano più di un incarico? Come sono stabiliti i loro compensi? Quante aziende sequestrate arrivano allo stato o tornano al legittimo proprietario in stato fallimentare? Le risposte non sono così nette come sarebbe lecito attendersi, malgrado della questione si sia occupata la Commissione parlamentare antimafia e se ne occupi l’Autorità contro la corruzione. Ne consegue che uno degli snodi essenziali e più delicati dell’attività antimafia sul quale finiscono per gravare notevoli opacità è proprio quello gestito direttamente e in ogni sua fase da magistrati.

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