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La cattura di Scotti e il caso Cirillo

Un latitante catturato dopo 30 anni fa pensare a un capomafia di altissimo rango, tipo Riina o Provenzano, ma non è questo il ruolo di Pasquale Scotti.

28 Maggio 2015 alle 06:18

Un latitante catturato dopo 30 anni fa pensare a un capomafia di altissimo rango, tipo Riina o Provenzano, ma non è questo il ruolo di Pasquale Scotti, ultimo latitante della camorra di Raffaele Cutolo, nella cui organizzazione era uno dei tanti capi zona, precisamente dell’area Caivano-Casoria. Un quadro dirigente, questo sì, come ce ne erano fin troppi, dotato del carisma per guidare nell’hinterland napoletano gruppi di fuoco feroci contro rivali e traditori. Di quei capetti cutoliani non è rimasto nessuno o quasi. Sono stati ammazzati dalle bande rivali o si sono pentiti. Scotti è stato il più furbo, finse di pentirsi e scappò per non farsi ammazzare. Ora non può che finire la sua vita in carcere, ha tre ergastoli. Certo può pentirsi, ma della camorra cutoliana si sa già tutto. Prima di lui, legioni di pentiti ne hanno tracciato la storia minuta, raccontando anche balle non solo su Enzo Tortora. Resta però il caso Cirillo, dove la trattativa ci fu davvero ma 30 anni non sono bastati alla procura di Napoli per venirne a capo con un qualche esito processuale decente. La cattura di Scotti può essere l’ultima occasione. A patto che i pm si muovano con rigore, mettendo al bando pressappochismo e protagonismo. Invece l’intervista al Mattino del giudice Carlo Alemi, che indagò a lungo sulla vicenda e ora è in pensione, fa già temere il peggio. Se ne riparla domani.

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