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Il pennacchio di Di Matteo

La prassi è sicuramente ineccepibile, ma può apparire singolare che la mancata nomina, da parte del Csm, del sostituto procuratore Di Matteo alla procura nazionale Antimafia finisca di fronte al Tar del Lazio.

20 Maggio 2015 alle 06:18

La prassi è sicuramente ineccepibile, ma può apparire singolare che la mancata nomina, da parte del Csm, del sostituto procuratore Di Matteo alla procura nazionale Antimafia finisca di fronte al Tar del Lazio. L’argomentazione del ricorso poggia sulla figura del magistrato che di fatto guida l’accusa nel processo sulla cosiddetta trattativa. “Il magistrato più temuto dalla mafia” – come è scritto a fianco di una sua foto sulla copertina del suo libro da poco in libreria – non può finire undicesimo nella graduatoria del Csm. E così il ricorso lamenta una “inconcepibile sottovalutazione” delle “straordinarie qualità professionali” del pm Di Matteo. Il ricorso era già ieri, nei suoi punti salienti, pubblicato dal Fatto e dal Corriere della Sera. Gli avvocati imputano al Csm addirittura una violazione della Costituzione e nel descrivere le gesta del magistrato non fanno economia di aggettivi. Con la stessa enfasi denunciano la “ingiusta mortificazione” prodotta dalla mancata nomina. Tutto proceduralmente inappuntabile. Magari si può notare che, frugando nella memoria, non risulta un ricorso al Tar del Lazio da parte di Giovanni Falcone, quando il Csm gli preferì, a torto, altri. E si può anche notare un altro aspetto della vicenda. Di Matteo chiede di essere spostato nei ruoli della procura nazionale Antimafia restando comunque “applicato” al processo che sta seguendo a Palermo. Anche questo è perfettamente legittimo ma in sostanza riduce la questione ad un avanzamento di carriera e di stipendio senza altri effetti pratici. Un pennacchio.

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