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Renzi e il rischio del voto alle regionali

Le elezioni regionali nella Seconda Repubblica sono servite agli elettori per differenziare i loro investimenti politici.

14 Maggio 2015 alle 06:19

Le elezioni regionali nella Seconda Repubblica sono servite agli elettori per differenziare i loro investimenti politici. A parte le roccaforti tradizionali dei due schieramenti, le regioni di mezzo hanno sempre dato un voto diverso rispetto a quello delle politiche. Il primo a farne le spese fu Berlusconi, trionfatore nelle Politiche e nelle Europee del 1994, ma sconfitto nelle regionali del 1995. Quel voto non determinò la prematura caduta del primo governo di centrodestra, ma di certo vi contribuì. Cinque anni dopo fu D’Alema a immolarsi col suo governo. Nessuno glielo chiedeva ma, illuso da sondaggi poi rivelatisi molto compiacenti, proclamò solennemente che le regionali erano da intendersi un test vincolante per il governo. Da persona di parola si dimise dopo i risultati. Da allora i presidenti del Consiglio si sono fatti più cauti e le elezioni dei governatori non si fanno più in blocco, considerato il lungo periodo di scandali con scioglimenti a varie latitudini ed elezioni anticipate scaglionate nel tempo. Considerati precedenti e attualità c’era da attendersi un atteggiamento molto prudente da parte di Renzi. Invece no. Pur abile nell’evitare di impiccarsi a comparazioni percentuali, ha fissato l’asticella su un 6-1 che non è per nulla scontato. Ha ancora tempo per fare marcia indietro, anche se non sembra il tipo.

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