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Tra denunce di golpe e di fascismo, la commedia dell'antirenzismo

Chi denuncia un “golpe”, termine caduto in disuso dal 1974. Chi parafrasa Mussolini ed evoca bivacchi di manipoli renziani. Chi, senza parafrasi, parla direttamente di fascismo renziano.

29 Aprile 2015 alle 06:28

Chi denuncia un “golpe”, termine caduto in disuso dal 1974. Chi parafrasa Mussolini ed evoca bivacchi di manipoli renziani. Chi, senza parafrasi, parla direttamente di fascismo renziano. Chi definisce il governo “un branco di maiali”, e alla fine appare quello che, seppure non particolarmente ligio al galateo parlamentare, almeno è meno lontano dalla logica se non dalla verosimiglianza, comunque largamente superata dal democristiano di lungo corso che evoca Solgenitsin. “Le contromisure si limitarono all’invettiva” come nella canzone di De Andrè. Si vuole instaurare un nuovo fascismo ma nessuno ha ancora formato i primi nuclei di resistenza, mancano notizie delle “brigate Zagrebelsky”. Dirò di più, nessuno ha ancora tirato un cassetto o qualcosa di solido contro la presidenza dell’assemblea, come pure successe ai tempi di Pietro Secchia. Almeno il Pci sapeva come drammatizzare credibilmente, per la sua base, una sconfitta politica. Oggi, di fronte alla “inaudita” fiducia, si dicono pronti a uscire dall’aula, forse. Comunque c’è ancora spazio per trattare. A mancare è il rapporto fra le azioni e le parole, se davvero pensassero che Renzi è il nuovo fascismo. Ma non lo pensano, così come non lo pensava della Dc Togliatti, che però era il capo di un partito, mica di una ditta, e sapeva mettere in scena la commedia molto meglio.

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