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La sparatoria al tribunale di Milano, Travaglio e Berlusconi

“Il folle ragionamento che ha portato il killer a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato testimone e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito né isolato"

11 Aprile 2015 alle 06:27

“Il folle ragionamento che ha portato il killer a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato testimone e a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito né isolato. Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati, invece di guardarsi allo specchio e battersi il mea culpa sul petto”. Su Twitter qualcuno ha subito commentato che Travaglio è riuscito ad addebitare a Berlusconi la responsabilità morale della strage milanese in poco più di 400 battute. Non è un commento infondato ma altri sono possibili. Per esempio può colpire la vivida scena del comportamento auspicato quando un pm vi dovesse chiamare in causa: guardatevi allo specchio e recitate il mea culpa battendovi il petto. Non evoca suggestioni medievali? Ma, più del mea culpa, è l’elencazione delle vittime a impressionare. Il giudice, certo, alla cui memoria non ci si può che inchinare. Il testimone-imputato, una storia probabilmente diversa ma che non può non suscitare pietà. Ma non c’era un’altra vittima? Non il pm, contro il quale è stato effettivamente “scaricato il piombo della vendetta” ma fortunatamente senza colpirlo. L’avvocato. Vittima esattamente come il giudice. Avrebbe dovuto testimoniare e avrebbe tenuto alto l’onore della sua toga, meno “potente” delle altre cui ha mirato il pazzo criminale e proprio per questo più esposta. Ma nell’editoriale del Fatto la sua morte è considerata tanto irrilevante da non meritare nemmeno menzione.  

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