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La nascita delle "toghe rosse"

La macchina della giustizia si mise in moto quando un pm di Padova raccolse a verbale il racconto di un funzionario del Pci che anni prima aveva militato nel gruppo di Potere operaio.

8 Aprile 2015 alle 06:20

La macchina della giustizia si mise in moto quando un pm di Padova raccolse a verbale il racconto di un funzionario del Pci che anni prima aveva militato nel gruppo di Potere operaio. Poi, compiuti i primi arresti, arrivò un “pentito” che consentì di allargare il numero degli arrestati e di aprire un filone di indagine per la procura di Milano. Infine arrivò la procura di Roma a imputare i capi di P.O. di essere le menti del sequestro Moro e di avere progettato una insurrezione contro lo stato. Unica accusa documentata, quest’ultima, visto che sull’argomento avevano fatto un pubblico congresso aperto alla stampa. Il processo si tenne a Roma, il pentito milanese non si presentò e gli avvocati non lo poterono interrogare ma i loro assistiti vennero condannati anche per quelle accuse. Per l’insurrezione invece, malgrado fosse il reato che aveva fatto spostare il processo a Roma, fu la stessa procura a chiedere l’assoluzione per insussistenza del fatto, e forse fu la richiesta che più rattristò gli imputati. Fioccarono condanne in primo grado, abbattute poi in appello quando il pentito si presentò. Alcuni assolti erano detenuti da oltre cinque anni. La Cassazione assolse anche di più. Tutto era iniziato il 7 aprile 1979. E’ la data di nascita della giustizia dell’emergenza. E delle “toghe rosse” che debuttarono colpendo, secondo antiche tradizioni, altri rossi. Fu così che, a parte qualche socialista, Giacomo Mancini per primo, e i soliti radicali, nessuno se ne accorse.

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