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Ingrao "l'eretico"

La scena me la ricordo ancora con una certa impressione.

31 Marzo 2015 alle 06:18

La scena me la ricordo ancora con una certa impressione. Era l’ultimo congresso del Pci, che in quella sala di Rimini avrebbe cambiato nome dopo settant’anni. Pietro Ingrao avanzava verso il palco, molti suoi compagni lo salutavano con affetto. Incrociò una redattrice, che purtroppo oggi non c’è più, del manifesto. Scambiarono alcune battute e lei, nel salutarlo, gli baciò la mano. Naturalmente non c’era nulla di servile nel gesto ma nemmeno di semplicemente affettuoso, piuttosto quasi di religioso. Ingrao, per una grossa parte del popolo comunista, dai militanti più semplici agli intellettuali più algidi, è stato oggetto non solo di stima ma di culto. Fin che è durato il partito e anche oltre. Non ho mai capito perché. Il suo massimo gesto di ribellione nel dibattito interno fu dire, dal palco del primo congresso dopo la morte di Togliatti, “se dicessi che mi avete convinto, mentirei”. Tre anni dopo, quando i compagni a lui più fedeli vennero cacciati, ne votò la radiazione senza battere ciglio. Ma il tormento interiore fu grande, dirà loro quando, dopo una quindicina d’anni d’esilio, saranno stati riammessi. Nel frattempo era stato il presidente della Camera cui aveva negato il dibattito mentre si svolgeva il dramma di Moro. Ma non per questo viene ricordato al traguardo dei cento anni. Per tutti è l’eretico, quello che “voleva la luna”, come si è autorappresentato. Non riesco a capacitarmene, forse perché mi è sempre parsa più interessante la terra. 

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