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Il paradosso della richiesta del pm Nino Di Matteo di essere trasferito alla procura nazionale Antimafia

Con un comunicato, tre deputati del Pd, Anzaldi, Gelli e Magorno, hanno definito due giorni fa paradossale la bocciatura da parte del Csm della richiesta del pm Nino Di Matteo di essere trasferito alla procura nazionale Antimafia.

6 Marzo 2015 alle 06:19

Con un comunicato, tre deputati del Pd, Anzaldi, Gelli e Magorno, hanno definito due giorni fa paradossale la bocciatura da parte del Csm della richiesta del pm Nino Di Matteo di essere trasferito alla procura nazionale Antimafia. Il paradosso sta, sostenevano i parlamentari, nella coincidenza fra il parere negativo del consiglio superiore e la scoperta di un nuovo piano della mafia per uccidere il magistrato. Da una parte c’è il magistrato “più scortato e protetto d’Italia”, a causa dell’indagine che sta portando avanti contro la mafia, dall’altra la bocciatura del Csm a un nuovo incarico nello stesso ambito. Ma il paradosso forse sta anche altrove. Ieri il Fatto notava come per la salvezza della vita del magistrato sia fondamentale il suo allontanamento da Palermo dopo l’infittirsi delle minacce e come a questo si stiano applicando alcuni membri del Csm in sostegno alla richiesta del pm. Nello stesso articolo però si assicurava il lettore che Di Matteo, se ottenesse il trasferimento alla procura nazionale, chiederebbe di completare prima il dibattimento sulla “trattativa” in cui è attualmente impegnato. Dunque a Palermo dovrebbe restare, e non per qualche giorno. La contraddizione appare evidente e fa presagire nuove tortuose vicende che potrebbero far impallidire il ricordo delle trasferte guatemalteche del dottore Ingroia.

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