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    <title>Il Foglio RSS</title>
    <link>https://www.ilfoglio.it</link>
    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Tue, 20 Jan 2026 05:05:08 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
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      <title>Se il welfare aziendale predica la crio-conservazione degli ovociti</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2026/01/20/news/se-il-welfare-aziendale-predica-la-crio-conservazione-degli-ovociti-8545941/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il giuslavorista laico &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maurizio-del-conte/"&gt;Maurizio Del Conte&lt;/a&gt;, ex ministro del Lavoro, è perplesso. Il docente di Filosofia morale e Bioetica alla Cattolic... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Tue, 20 Jan 2026 05:05:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Dario Di Vico</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-20T05:05:00Z</dc:date>
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      <title>L’aborto, la libertà e i costi che non vogliamo vedere della nostra modernità. Il libro di Joyce Carol Oates</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/12/13/news/l-aborto-la-liberta-e-i-costi-che-non-vogliamo-vedere-della-nostra-modernita-il-libro-di-joyce-carol-oates-8429967/</link>
      <description>&lt;p&gt;Romanzi sull’aborto ne sono stati scritti non pochi – il più bello e il più noto è &lt;i&gt;L&lt;/i&gt;&lt;i&gt;’evento&lt;/i&gt; di Annie Ernaux – ma tutti centrati sul dramma dell’&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/aborto/"&gt;aborto&lt;/a&gt;, preferibilmente clandestino, visto dalla parte della donna. &lt;strong&gt;Un dramma individuale, quindi, che diventa sociale solo se inserito nel dogma femminista della proprietà del corpo da parte della donna&lt;/strong&gt;. Cioè se diventa diritto per realizzare e sancire la libertà femminile in quello che è il nodo più drammatico e più potente che la definisce: la possibilità di dare la vita che diventa così anche quella di negarla.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Invece il bellissimo romanzo di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/joyce-carol-oates/"&gt;Joyce Carol Oates&lt;/a&gt; tutto dedicato a questo problema – Un libro di martiri americani – non parla di donne, parla di uomini. Dei due “martiri” protagonisti che muoiono per difendere, o proibire, l’aborto, ma anche degli Stati Uniti, di tutta la società intorno a loro, a cominciare dalle loro famiglie.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Qui, insomma, l’aborto non è più roba di donne ma di tutti. Al cuore del problema la legge che ha spaccato la società americana, che ancora vive le conseguenze drammatiche di questa scelta – vedi la vittoria di Trump. Una legge non solo americana, che in realtà ha diviso drammaticamente tutte le società in cui l’aborto è diventato una scelta legale: non solo non punita ma addirittura innalzata a simbolo di libertà. Tutte le nostre società, per l’appunto, che – secondo la Oates - hanno visto e vedono da una parte i “reazionari”, coloro che non accettano il progresso e l’ampliamento dei diritti individuali, perlopiù i poveri, gli ignoranti, quelli convinti di trovare un senso e un fine alle loro vite attraverso frequentazioni religiose rozze e semplicistiche; e dall’altra parte invece i “moderni”, quelli che sono per la libertà di ognuno, anche delle donne, di fare le proprie scelte, quelli sicuri di rappresentare la parte migliore della società, i benestanti, i colti, che sentono di avere in mano la ricetta per costruire un mondo migliore. &lt;strong&gt;Il romanzo – ispirato a una vicenda reale – racconta mirabilmente le contraddizioni, le illusioni, le menzogne di ambo le parti, rispettivamente rappresentate dal medico abortista e dal suo uccisore, un falegname fanatico, “soldato di Cristo”&lt;/strong&gt;. Contraddizioni, illusioni e menzogne emerse tutte negli anni successivi al delitto ad opera delle due figlie, vittime principali della profonda crisi che dopo l’omicidio travaglierà le due famiglie. Perché per entrambi gli uomini il miraggio della missione da compiere, dell’ideale da realizzare, si era tradotta nell’abbandono di fatto delle rispettive famiglie, cioè, in fin dei conti, dell’unica società della quale essi erano direttamente responsabili.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel libro c’è una frase ricorrente “La libera scelta è una bugia. Nessun bambino decide di morire”, pronunciata dai militanti “pro life” davanti alle cliniche dove si praticano gli aborti, ma che risuona anche nelle teste dei figli del medico abortista, aprendo spiragli di dubbio e di paura. &lt;strong&gt;Una frase che smaschera il mito della libertà di scelta, che non è mai per tutti, ma sempre solo per qualcuno, spesso a danno di qualcun altro&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ciò che vale anche per le vicende drammatiche delle mogli dei due “martiri” delle due ideologie contrapposte , dove è adombrata la realtà comune a entrambe: il progresso degli uni può non essere il progresso degli altri, e qualsiasi parte prevalga la vittoria sarà sempre sanguinosa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Oates sa che la libertà di aborto è stato un passo fondamentale verso la modernità, verso quella libertà individuale che è diventata diritto ormai irrinunciabile del nostro mondo, ma mette in luce che questo passo è stato realizzato a costo di togliere quella libertà di vivere ad altri, ai bambini abortiti. &lt;strong&gt;La scena atroce in cui i militanti pro life vanno a recuperare nei cassonetti della clinica i corpicini abortiti – talvolta fatti a pezzi, talvolta interi – mette in luce crudamente su cosa si fonda la libertà nuova delle donne. Non dice che non ne valeva la pena, ma ricorda che è stato così&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Una libertà alla quale non possiamo più rinunciare e che si è estesa: se è vero che fra poco diventerà legale anche la libertà di morire quando e come vogliamo, facendo finta di non vedere che sarà una libertà ambita dai più poveri, dai più soli, da coloro che già avevano avuto poco o niente dalla vita.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il romanzo di Oates non parla solo degli Stati Uniti, parla di tutti noi, parla dei costi che non vogliamo vedere della nostra modernità, di una libertà individuale che dimentica e cancella i legami che ci legano gli uni agli altri. Anche a chi non è ancora nato o a chi sta per morire.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’aborto sembra una vecchia polemica, come se fosse una pratica in disuso perché ormai superata, ma non è così&lt;/strong&gt;. Esso è ancora lì, a fondamento della libertà individuale, &lt;i&gt;in primis&lt;/i&gt; delle donne, a conferma che ogni volontà individuale vale più di tutte le ragioni degli altri. Potremmo dire una conquista del progresso ormai consolidata e indiscutibile. Con il suo bellissimo romanzo Oates ci fa capire che non è proprio così. Le nostre conquiste hanno avuto un prezzo che non possiamo dimenticare.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 13 Dec 2025 07:59:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Lucetta Scaraffia</dc:creator>
      <dc:date>2025-12-13T07:59:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Niente fondi alla federazione europea pro famiglia. Motivo? È anti gender</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/11/19/news/niente-fondi-alla-federazione-europea-pro-famiglia-motivo-e-anti-gender-8336634/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Carta Ue dei diritti fondamentali, al punto 33, garantisce la protezione della &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/09/26/news/la-separazione-delle-carriere-tra-scuola-e-famiglia-incagliata-pure-sulla-sessualita--8127907/"&gt;famiglia&lt;/a&gt; sul piano economico, giuridico e sociale. &lt;/strong&gt;Può, allora, una federazione di associazioni che fa della promozione della famiglia il centro del suo lavoro, venire esclusa dai fondi dei progetti europei? E’ quello che è successo alla &lt;strong&gt;Fafce&lt;/strong&gt;, la Federazione delle associazioni familiari cattoliche di Europa, che nel corso degli ultimi anni si è vista respingere dalla &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/11/17/news/la-commissione-ue-prevede-una-crescita-modesta-per-l-italia-il-deficit-al-3-per-cento-8331298/"&gt;Commissione europea&lt;/a&gt; diverse richieste di fondi europei su progetti strutturati, precisi e che – carte alla mano – in alcuni casi, aveva avuto giudizi positivi in ogni punto, dalle modalità alla stesura del budget.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Tutto bene, dunque? No, invece, perché &lt;strong&gt;la Fafce mette al centro la famiglia formata da uomo e donna. Le sue richieste di accesso ai fondi europei sono state per questo bocciate. &lt;/strong&gt;Si legge in una valutazione che “le informazioni limitate sulle disparità di genere nella partecipazione a organizzazioni di società civile potrebbe limitare la diffusione dell’analisi delle questioni gender e la comprensione di come le barriere della partecipazione sono affrontate in diversi gruppi demografici”. La stessa valutazione accusa che “l’approccio potrebbe contravvenire le misure per l’eguaglianza dell’Unione europea”. Due giudizi tranchant, che penalizzano le valutazioni di un 30 per cento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;“Una discriminazione ideologica, nonostante la Fafce, in questi anni, abbia promosso sempre il dialogo, offrendo altresì un punto di vista competente su temi economici e sociali di rilievo europeo”&lt;/strong&gt;, denuncia &lt;strong&gt;Vincenzo Bassi,&lt;/strong&gt; presidente della Fafce. Che aggiunge: “La valutazione dei progetti europei è affidata a frasi non argomentate, basata su preconcetti del modello familiare. Viene contestato l’approccio &lt;i&gt;family friendly&lt;/i&gt;, nonostante siano valutate positivamente anche le azioni inclusive, come il previsto &lt;i&gt;outreach&lt;/i&gt; a giovani rurali e marginalizzati attraverso le reti familiari”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Altro che risposta &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2025/09/11/news/l-inverno-demografico-non-e-un-tema-di-destra-un-agenda-per-il-futuro-8075561/"&gt;all’inverno demografico&lt;/a&gt; dell’Europa. &lt;/strong&gt;Il continente preferisce concentrarsi sulle questioni di genere, declinate sul tema dell’uguaglianza, piuttosto che sulla promozione del modello famigliare. Ancora Bassi lamenta che viene così penalizzato un modello “famiglia-centrico”, perché le proposte Fafce usavano le famiglie come strumento di inclusione, rete di protezione (includendo l’educazione digitale dei minori) e una base per l’&lt;i&gt;advocacy&lt;/i&gt;”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È l’ennesima deriva di un continente che ha dato la priorità alle linee guida, e che oggi si trova in una crisi di identità senza precedenti. La Commissione critica le reti familiari sulla base di presunte “salvaguardie antidiscriminazione”, e nega, di fatto, il ruolo primario della famiglia nella società.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A questo è arrivata la propaganda pro gender, così pervasiva da essere diventata un punto imprescindibile non solo delle politiche europee. &lt;strong&gt;Persino quando si è discusso alle Nazioni Unite del Global Compact sulle Migrazioni, ci si è trovati di fronte alla pressione per includere la dimensione del gender nella definizione dei rifugiati, con il rischio di creare una sottocategoria di rifugiati, definita in base al loro orientamento sessuale.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma a fare le spese di questa pressione internazionale sono le organizzazioni con mezzi scarsi, ma di grande impatto, come la Fafce. Fondata nel 1997, la Fafce è l’unico ente accreditato presso il Consiglio d’Europa a occuparsi di famiglia, mentre rimane il solo ad avere il termine “cattolico” nella sua denominazione ufficiale tra le ong che si occupano di famiglia presso l’Unione europea. La sua rete di associazioni familiari (circa 30 per 20 paesi), l’approccio orientato alla dottrina sociale della Chiesa e alla famiglia come pilastro della società hanno permesso alla Fafce di navigare e crescere nonostante grandi difficoltà.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Oggi, la Fafce non solo paga il fatto di essere una realtà, che, pur essendo importante e rappresentativa, ha risorse molto limitate, ma di trovarsi in questa condizione a dover combattere contro i colossi dell’ideologia gender, ben finanziati (probabilmente anche con fondi europei) e rappresentati a tutti livelli, che sono arrivati a definire un nuovo vocabolario dell’essere umano e che giudicano tutti sulla base dell’aderenza o meno a quel vocabolario.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Per la Fafce, ora, la sfida è quella della sopravvivenza.&lt;/strong&gt; Ma se per la federazione la sopravvivenza è qualcosa di pratico, ci si chiede che fine abbiano fatto i grandi valori europei. Se le famiglie sono discriminate, è discriminata tutta la società.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 19 Nov 2025 04:27:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Andrea Gagliarducci</dc:creator>
      <dc:date>2025-11-19T04:27:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La fecondità crolla anche dove il sostegno alla natalità è più forte</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2025/10/23/news/la-fecondita-crolla-anche-dove-il-sostegno-alla-natalita-e-piu-forte-8240752/</link>
      <description>&lt;p&gt;Ahi, i dati. Possiamo detestarli, troppo invadenti, troppo manovrabili. Non possiamo ignorarli. Meno che meno quelli che attestano i parametri, le tendenze, i movimenti demografici. Meno ancora in un tempo come il nostro che quei parametri, tendenze e movimenti minaccia da vicino. Alla fine del 2023 l’Ue aveva &lt;strong&gt;449,3 milioni di abitanti&lt;/strong&gt; distribuiti tra 27 stati: 5,4 milioni di abitanti più di quanti ne aveva nel 2016, sette anni prima, pur se nel frattempo le nascite annue erano scese da 4,38 milioni a 3,67 milioni, con una &lt;strong&gt;perdita&lt;/strong&gt; secca di 710 mila nascite, alla considerevole media di oltre centomila nati in meno all’anno. Inutile aggiungere che, nel frattempo, a colmare il crescente divario tra nati e morti ci pensava il &lt;strong&gt;movimento migratorio&lt;/strong&gt;. Che però, ed ecco il punto, non riusciva a incidere sulla fecondità, tant’è che mentre nel 2016 – anno di un modestissimo picco – si avevano nell’Ue 1,57 figli in media per donna, nel 2023 se ne avevano 1,38: il tasso di fecondità aveva perso 0,19 figli in media per donna (non ci si lasci ingannare dallo zero virgola: sono 190 mila figli in meno ogni milione di donne), era cioè passato da negativo (per aversi una popolazione stazionaria in assenza di movimenti migratori quel tasso dovrebbe aggirarsi tra 2 e 2,1 figli per donna) a molto negativo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Gli immigrati che aumentano frenano se proprio non annullano la diminuzione della popolazione quando addirittura non contribuiscono ad aumentarla, ma sembrano accompagnare senza colpo ferire l’inossidabile discesa della fecondità, del numero medio di figli per donna. Chi pensasse che allora possiamo dormire sonni tranquilli senza dannarci troppo, visto che tanto gli abitanti subiscono minime oscillazioni, e semmai in &amp;nbsp;più, sbaglierebbe: una popolazione che rimane pressappoco stazionaria mentre diminuiscono natalità e fecondità è una popolazione in cui non fanno che aumentare gli anziani e diminuire bambini, ragazzi e giovani, insomma una popolazione destinata a un inesorabile declino dopo un periodo più o meno lungo di un fittizio (e innaturale) equilibrio. &amp;nbsp;&lt;br&gt; Trattasi di problema al quale non sfugge nessun paese dell’Unione europea, dell’Europa, dell’America del nord, dell’occidente: il &lt;strong&gt;tasso di fecondità&lt;/strong&gt; non fa che diminuire nonostante l’aumento a sua volta ininterrotto dei migranti dagli altri paesi, che dovrebbero spingerlo in su.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Il quadro è chiaro: l’Europa e l’occidente sono nel pieno di un periodo di bassa fecondità e natalità che minaccia di durare a lungo, molto a lungo, anche in conseguenza del deterioramento che le troppo poche nascite producono dei parametri strutturali di vitalità della popolazione (uno su tutti: la proporzione delle donne in età feconda sul totale delle donne, che non fa che ridursi, riducendo al contempo la potenzialità riproduttiva della popolazione).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Non solo: il quadro è chiaro anche nelle sue due più decisive implicazioni. La prima: il &lt;strong&gt;numero medio di figli&lt;/strong&gt; per donna (tasso di fecondità) è diminuito significativamente in tutti i paesi dell’Unione europea, indipendentemente dalle politiche di sostegno alle famiglie e alla natalità messe in atto. La seconda: non si può contare che in modesta misura sul movimento migratorio per incrementare un tasso di fecondità sceso a livello europeo sotto gli 1,4 figli per donna: valore che in assenza degli immigrati comporterebbe una verticale perdita di abitanti nello stretto giro di alcuni decenni.&amp;nbsp;&lt;br&gt; In relazione alla prima implicazione balza agli occhi che le perdite maggiori della fecondità si riscontrano nei paesi in cui le &lt;strong&gt;politiche di sostegno alla natalità&lt;/strong&gt; sono in vigore da più tempo e sono le più avanzate possibili. Dunque sono controproducenti? No, ma hanno già dato. Hanno fatto quel che potevano fare, e non è stato poco, ma ora &lt;strong&gt;non funzionano più&lt;/strong&gt;, sulle nuove generazioni nel pieno della fertilità e della vita adulta hanno una presa minima – quando pure ne hanno una.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa non è una supposizione, una congettura; questo è un fatto, ed è il fatto più decisivo tra tutti perché ci dice che le politiche della natalità che hanno funzionato per i genitori non funzionano più per i figli. Si può certo insistere su queste politiche (e il panorama delle misure messe in atto, considerando l’insieme dei paesi a questo riguardo più virtuosi, non ne lascia fuori neppure una), ma senza più aspettarsi che siano capaci di risolvere o attenuare il problema in modo significativo: ci si metta il cuore in pace, non lo sono. Non in questa fase storica, non nei prossimi anni – sperando che gli anni, cosa tutt’altro che impossibile, non diventino decenni. In relazione alla seconda implicazione: i migranti in entrata apportano abitanti alla popolazione di un paese, questo sì, ma possono incidere relativamente poco sul tasso di fecondità. Si prenda l’Italia, il cui &lt;strong&gt;tasso di fecondità è sceso sotto gli 1,2 figli in media per donna nel 2024&lt;/strong&gt; in virtù di tassi fecondità attorno a 1,1 figli delle donne di cittadinanza italiana e di 1,9 figli delle donne di cittadinanza straniera, che rappresentano poco più del 10 per cento delle donne in età fertile residenti in Italia. Del resto, gli stranieri in Italia non hanno fatto che aumentare, la fecondità non ha fatto che diminuire. Regola aurea che non risparmia pressoché alcun paese europeo a forte immigrazione dall’estero.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Così stanno le cose, e chi pensa che tutto si risolva sol che lo si voglia, sol che governi e classi dirigenti si impegnino a fondo e coerentemente in una politica di ripresa della fecondità, è un formidabile ottimista. Il centro di tutto l’ambaradan demografico è uno solo:&lt;strong&gt; il vertiginoso venir meno dell’importanza dei figli nella vita delle persone.&lt;/strong&gt; &amp;nbsp;Tutte le altre sono questioni secondarie, non necessariamente prive di rilievo, sia chiaro, ma comunque e indiscutibilmente secondarie. Perché vertiginoso? Perché implica tre aspetti, tre versanti del “sentire” i figli non uno dei quali non abbia subito un vero e proprio tracollo segnatamente negli ultimi due decenni. Il sentire i figli come il compimento della propria vita; il sentire i figli come lascito e prosecuzione di sé nel tempo; il sentire i figli come contributo alla specie umana, alla sua integrità e continuazione del suo cammino sulla terra. Il clamoroso&lt;strong&gt; boom degli animali da compagnia&lt;/strong&gt;, che nei supermercati occupano in prodotti per il loro mantenimento uno spazio che i bambini se lo sognano, può a ragione essere letto, tra le altre cose, come la compensazione per la disaffezione ai figli, non tanto, attenzione, per i figli che non ci sono quanto per i figli non voluti per disaffezione, appunto, per disamore, per indifferenza: un cane al posto del primo figlio; un gatto invece del secondo. E infatti negli animali da compagnia non ci sogneremmo, va da sé, di cercare il senso e la profondità dei figli: non sono il compimento della vita, non il nostro proseguimento quando non ci saremo più, non il nostro contributo alla specie homo alla quale apparteniamo. Non sostituiscono i figli, vanno a mano a mano a occupare il posto dell’idea, della concezione dei figli che ci ha accompagnati fino a mezzo secolo fa, e che da allora non ha fatto che indebolirsi per il sopravvenire sempre più imperioso e sovrastante di un sentimento della vita come limitata alle nostre personali vicissitudini e che in queste vicissitudini in un modo o nell’altro, in sconfitte e vittorie, si risolve. Concezione a sua volta figlia dell’incontro tra la possibilità di forgiare le proprie vicissitudini in tempi di progresso e benessere e il venir meno di una dimensione se non proprio religiosa almeno non così immediata e pragmatica della vita.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Questo è il problema con il quale è chiamata a misurarsi la demografia, ed è un problema con il quale mai essa avrebbe pensato di doversi misurare – né, del resto, mai si è dovuta misurare. Non sarà la demografia a risolvere un problema che ha conseguenze demografiche senza più essere demografico se non di straforo. Certo, si continuerà, com’è giusto e perfino necessario, a chiedere alle misure di sostegno alla natalità di riportare in auge per quant’è possibile se non il desiderio dei figli almeno la propensione ai figli. Ma la chiave non è più in quelle misure, per organiche che siano e per quanto comprensive della programmazione degli stessi flussi migratori. &lt;strong&gt;La chiave è più in profondità, più esistenziale e culturale e perfino biologica.&lt;/strong&gt; L’organismo che va sotto il nome di popolazione sta reagendo all’aumento degli abitanti che dal secondo Dopoguerra è proseguito a ritmi travolgenti abbandonando ogni postura/vocazione natalista e lasciando, anzi, che la natalità scivoli nel sottoscala dei problemi della casa.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Ecco ciò che si deve sapere, ciò che la politica e le classi dirigenti devono sapere. Attrezzandosi di conseguenza, per non essere semplicemente preda del rovesciamento che è in atto e di quello che si annuncia dei ritmi che paiono demografici e che sono antropologici.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 23 Oct 2025 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Roberto Volpi</dc:creator>
      <dc:date>2025-10-23T04:00:00Z</dc:date>
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      <title>Il cattolico al voto sul fine vita</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/07/26/news/il-cattolico-al-voto-sul-fine-vita-7955748/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il dibattito inerente al fine vita anima il mondo cattolico. I parlamentari, chiamati a legiferare, si chiedono se sia lecito avallare il testo-base della proposta di legge in esame al Senato&amp;nbsp;sulle Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita (testo unificato approvato dalle commissioni riunite Giustizia e affari sociali). &lt;strong&gt;Alcuni escludono ogni coinvolgimento, in quanto costituirebbe un’indebita cooperazione al male&lt;/strong&gt;; altri reputano che in caso di necessità, a fronte di una legge iniqua già vigente o che sta per essere messa al voto, è lecito sostenere proposte mirate a limitare i danni&amp;nbsp;di una situazione ingiusta, anche quando si prevede l’approvazione di una norma peggiorativa dell’assetto attuale, in quanto costituirebbe un contenimento del male compiuto da altri.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Prima di entrare nel dibattito, s’intende segnalare il motivo per cui un sistema giuridico pro eutanasico e suicidario assistito è iniquo&lt;/strong&gt;. Anzitutto sottende un supposto diritto di morte,&amp;nbsp;sintagma che costituisce un ossimoro, composto da termini che si elidono. Cardine dell’ordinamento giuridico è il diritto alla vita, in quanto condizione degli altri diritti, che esprimono le capacità implicite nell’esistenza umana. Mentre le disposizioni giuridiche che avallano l’eutanasia e il suicidio assistito ledono la giusta convivenza civile, fondata sul basilare diritto alla vita, &lt;strong&gt;il divieto di eutanasia e suicidio assistito, lungi dall’essere una forma d’ingiustizia o limitazione della libertà, tutela e difende il soggetto, in specie se fragile e vulnerabile&lt;/strong&gt;:&amp;nbsp;“Sono gravemente ingiuste le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso. Tali leggi colpiscono il fondamento dell’ordine giuridico: il diritto alla vita, che sostiene ogni altro diritto, compreso l’esercizio della libertà umana … Una società merita la qualifica di 'civile' se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza”&amp;nbsp;(Samaritanus bonus&amp;nbsp;5,1).&amp;nbsp;Nelle fasi critiche della vita non si deve introdurre un presunto diritto alla morte ma potenziare il fattivo diritto alla cura, che esprime il primario diritto alla vita.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Poi, data la valenza culturale del dispositivo giuridico, che permette o reprime specifiche condotte ma altresì esprime una determinata visione delle cose, &lt;strong&gt;legittimare l’eutanasia e il suicidio assistito produce stigma sociale verso la vita provata da patimenti, ancor più nell’odierna società&amp;nbsp;consumistica, che funziona nella logica dell’utile e dilettevole, in base a cui valuta la dignità della vita.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Disposizioni giuridiche a sostegno dell’eutanasia e del suicidio assistito inducono la società a considerare gli ammalati una zavorra, spingendo i malati stessi a ritenersi un intralcio, come ammoniva Cicely Saunders, iniziatrice dell’Hospice Movement: “Dovesse passare una legge che permettesse di portare attivamente fine alla vita su richiesta del paziente, molte delle persone 'dipendenti' sentirebbero di essere un peso per le loro famiglie e la società e si sentirebbero in dovere di chiedere l’eutanasia. Ne risulterebbe come conseguenza grave una maggiore pressione sui pazienti vulnerabili per spingerli a questa decisione privandoli così della loro libertà”. Le considerazioni relative all’incidenza della legge sui costumi in materia di fine vita trovano riscontro nella sentenza 135/2024 della Consulta, che rileva “la possibilità che, in presenza di una legislazione permissiva … si crei una pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Chiarita l’iniquità di leggi che ratificano l’eutanasia e il suicidio assistito, si deve rispondere alla suddetta domanda: &lt;strong&gt;è lecito che il parlamentare cattolico accordi il proprio assenso a leggi ingiuste? Se sì, a quali condizioni?&lt;/strong&gt; A nostro parere non va pregiudizialmente squalificata la possibilità che il politico cattolico sostenga leggi volte a contenere dispositivi normativi ancor più iniqui, come insegna l’indagine sulle&amp;nbsp;leggi ingiuste, di cui si vuole rendere conto. Certo valutandone l’opportunità, tenendo conto delle circostanze: è materia di prudenza politica. Le leggi ingiuste sono tali in quanto contrarie all’ordine morale naturale (taluni parlano anche di&amp;nbsp;leggi imperfette, l’equiparazione è però imprecisa, dato che queste a rigore indicano leggi perfettibili), che deve orientare le scelte politiche: “La legge naturale, universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire, in particolare su delicate questioni etiche” (Leone XIV). La contraffazione dell’ordine morale naturale (che come tale vale per ogni persona&amp;nbsp;ergo&amp;nbsp;ogni parlamentare, sebbene&amp;nbsp;necessiti di una debita istruzione, che la teologia cristiana ritiene pienamente possibile alla luce della Rivelazione) operata da leggi che contraddicono i beni basici per la persona (primo fra tutti il bene della vita), tramite cui si realizza il bene della persona, lede&amp;nbsp;la dignità personale.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;E' questo il caso di leggi favorevoli all’eutanasia e al suicidio assistito, in quanto minano il principio di indisponibilità della vita&lt;/strong&gt;, come previamente segnalato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Al pari di ogni membro della società plurale, i cristiani sono tenuti a proporre la propria visione di vita consociata&lt;/strong&gt;. Qualora l’orientamento primario contrastasse con le loro convinzioni e il legislatore promulgasse leggi che confliggono con principi irrinunciabili di coscienza, sono chiamati a segnalare la loro contrarietà e impegnarsi per modificarle: “Sono ingiuste le leggi che si oppongono al bene comune. Ad esempio, s&lt;strong&gt;ono chiaramente e gravemente ingiuste le leggi che attentano o rendono legali gli attentati contro i diritti fondamentali della persona (diritto alla vita, alla libertà politica o religiosa) o contro istituzioni o rapporti sociali fondamentali (matrimonio e famiglia, patria potestà, esercizio della giustizia, ecc.).&lt;/strong&gt; Le leggi ingiuste non obbligano in coscienza; anzi, c’è l’obbligo di non seguire le loro disposizioni, di non accettarle, di manifestare il proprio disaccordo e di cercare di cambiarle appena possibile e, se ciò non fosse possibile, di cercare di ridurre i loro effetti negativi” (E. Colom-A. Rodríguez Luño).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A&amp;nbsp;fronte di una legge ingiusta già in vigore o messa al voto, &lt;strong&gt;se non è possibile abrogarla o scongiurarla, è lecito sostenerne una restrittiva.&lt;/strong&gt; Una volta dichiarata la contrarietà agli esiti malvagi della legge che si sostiene per emendarne o evitarne una peggiore, contribuire a eliminare o restringere le disposizioni inique di una legge ingiusta si configura come un bene. Lo insegna Giovanni Paolo II laddove tratta del male minore in riferimento al caso delle leggi ingiuste favorevoli all’aborto (lo stesso dicasi per leggi a sostegno dell’eutanasia e del suicidio assistito), asserendo che non è lecito compiere un male minore per evitarne uno maggiore, a meno che quello minore sia già intenzionalmente compreso nel maggiore, già deliberato o in via di deliberazione, e a patto che si sia tentato in ogni modo di evitare qualsiasi male e non si dia scandalo:&amp;nbsp;“Quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, &lt;strong&gt;non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui&lt;/strong&gt;”&amp;nbsp;(Evangelium vitae&amp;nbsp;73).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Stante queste condizioni, &lt;strong&gt;il parlamentare cattolico che vota una legge restrittiva non compie il male minore, che non è mai lecito operare, cerca piuttosto di evitare almeno una parte di male già compiuto da altri.&lt;/strong&gt; Mentre non è mai lecito compiere il male facendolo oggetto di un atto positivo di volontà, neppure per ricavarne del bene (Cfr.&amp;nbsp;Humanae vitae&amp;nbsp;14;&amp;nbsp;Veritatis splendor&amp;nbsp;80), a dispetto di quanto ritengono l’etica consequenzialista e proporzionalista, che desumono i criteri dell’agire dal calcolo delle conseguenze previste o della proporzione tra effetti buoni e cattivi, anziché ricavare i criteri di moralità dell’atto&amp;nbsp;“dall’oggetto ragionevolmente scelto dalla volontà deliberata» e colto «nella prospettiva del soggetto agente” (Veritatis splendor&amp;nbsp;78), è invece lecito tollerare un male minore operato da altri e non reprimerlo per evitarne uno maggiore. In sintesi, in caso di legge ingiusta messa al voto o già in vigore, il parlamentare cattolico deve domandarsi se ha fatto il possibile per evitare ogni male; qualora la risposta sia affermativa, una volta chiarita la contrarietà all’eutanasia e al suicidio assistito e alla loro permissione legale, al fine di evitare il pubblico scandalo, può conferire il proprio consenso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Rispetto al&amp;nbsp;testo unificato relativo al suicidio medicalmente assistito (SMA), va rilevata la sua iniquità, in quantodepenalizza in alcuni casi il reato di aiuto al suicidio (art. 2), secondo le direttive della sentenza 242/2019 della Consulta, compromettendo il su evocato principio di indisponibilità della vita, che pure è teoricamente riaffermato (come è peraltro ribadito nella sentenza 135/2024, secondo cui il diritto alla vita non va sottoposto al bilanciamento di valori). &lt;strong&gt;Non va però esclusa la possibilità che il parlamentare cattolico suffraghi tale proposta di legge.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;Non perché&amp;nbsp;si limiterebbe ad agire in conformità a quanto stabilito dai giudici costituzionali. Mai la responsabilità viene meno per il fatto di ratificare disposizioni inique prese da altri.&amp;nbsp;Né perché&amp;nbsp;la sentenza 242/2019 avrebbe stabilito un perimetro a cui il Parlamento dovrebbe conformarsi. L’azione parlamentare non è vincolata dalle sentenze promulgate dalla Consulta. Ancor meno dalla suddetta sentenza, che non ha introdotto il diritto al suicidio assistito, che continua a costituire reato, ha piuttosto introdotto la causa di non punibilità qualora un medico dia corso alla procedura di suicidio assistito in presenza di patologia irreversibile, grave sofferenza fisica o psicologica, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di prendere decisioni consapevoli e libere. La 242/2019 prevede la depenalizzazione per il reato di suicidio assistito qualora il giudice appuri che il medico si muove nei limiti stabiliti dalla Consulta. Motivo per cui la sua attuazione non impone né necessita di norme che ratifichino quanto da essa stabilito.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Neppure perché&amp;nbsp;si colmerebbe un vuoto legislativo, che sarebbe causa di disordine. &lt;/strong&gt;La legge non è riducibile a mero dispositivo preposto a regolare prassi sociali in atto, come ritenevano i fautori della legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza e come sostengono i promotori della proposta di legge sul SMA. La legge va intesa come ordinamento della ragione (ordinatio rationis),&amp;nbsp;preposta a regolare i rapporti sociali secondo giustizia.&amp;nbsp;Bensì perché&amp;nbsp;il sostegno al&amp;nbsp;testo unificato, che pure&amp;nbsp;peggiora l’assetto giuridico attuale, limita i danni che deriverebbero dall’approvazione di leggi ancor più inique promosse da altri, che restano i responsabili del male deliberato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Va infatti rilevato che, in virtù dell’accordo raggiunto tra le opposizioni, è stato calendarizzato il &lt;strong&gt;disegno di legge Bazoli,&lt;/strong&gt; sfruttando il regolamento del Senato, secondo cui&amp;nbsp;“i disegni di legge, gli altri di indirizzo e gli atti di sindacato ispettivo sottoscritti da almeno un terzo dei senatori sono inseriti di diritto nel programma dei lavori del calendario”&amp;nbsp;(art. 53). Il ddl Bazoli è decisamente aperturista verso il suicidio assistito, in quanto estende le condizioni di non punibilità al suicidio assistito previste dalla 242/2019 a&amp;nbsp;situazioni di malattia cronica inguaribile, anche quando non si prevede il decesso imminente.&amp;nbsp;Per il parlamentare cattolico è dunque moralmente accettabile votare il&amp;nbsp;testo unificato, in quanto riduttivo rispetto al ddl Bazoli, che troverebbe consenso tra i banchi del Parlamento, a motivo delle diverse anime rinvenibili nella maggioranza di governo, talune prossime alle istanze ivi contenute. Mentre votare contro o non votare il&amp;nbsp;testo unificato&amp;nbsp;darebbe testimonianza impedendo però una restrizione opportuna rispetto al ddl Bazoli,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;votare a favore dal punto di vista letterale significa ratificare un testo permissivo ma dal punto di vista sostanziale significa ratificare un testo limitativo rispetto alla permissività del ddl Bazoli.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il parlamentare cattolico è dunque autorizzato a conferire il proprio voto al&amp;nbsp;testo unificato, è però altresì tenuto a vigilare affinché non s’inneschi il&amp;nbsp;fenomeno del piano inclinato (slippery slope), in cui l’ammissione di una pratica per casi speciali, sancita dalla non punibilità della stessa in talune circostanze, apre all’inclusione di situazioni sempre più diffuse, come attestano&amp;nbsp;il caso belga e olandese proprio a riguardo&amp;nbsp;di eutanasia e suicidio assistito.&lt;/strong&gt; E' compito del parlamentare cattolico partecipare alla “funzione profetica della Chiesa” (Sollicitudo rei socialis&amp;nbsp;41), che include l’annuncio&amp;nbsp;delle forme di vita dischiuse dal Vangelo ma altresì la&amp;nbsp;denuncia&amp;nbsp;dei mali e delle ingiustizie. Nel caso in esame è impellente che rimarchi le derive nocive di un assetto permissivo rispetto al SMA, che mina i fondamenti del bene comune e della socialità, è poi urgente che segnali la necessità di tutelare l’indipendenza del potere legislativo da quello giudiziario. Oggigiorno si registra infatti una certa&amp;nbsp;giurisprudenza creativa, che riguarda i giudici ordinari e della Consulta, che svolgono un’azione marcatamente interpretativa, che ne amplia gli spazi di discrezionalità e conduce a esercitare la giurisdizione in modo&amp;nbsp;creativo, spesso sconfessando e talora orientando&amp;nbsp;le disposizioni del legislatore. Gli organi giurisdizionali, che nella figura del giudice dovrebbero avere solo o prevalentemente funzione attuativa e nel caso della Consulta dovrebbero vagliare la legittimità costituzionale delle norme, sovente intervengono proattivamente, assumendo indebitamente il profilo di organi di indirizzo politico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per i giudici ordinari, si pensi alla&amp;nbsp;&lt;strong&gt;stepchild adoption&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;(adozione del figlio biologico di un coniuge da parte dell’altro coniuge), possibilità espressamente riservata dalla legge alle coppie di coniugi, progressivamente estesa dalla giurisprudenza di merito alle coppie conviventi, anche omosessuali, in nome di una mutata coscienza sociale e di una valutazione in concreto del&amp;nbsp;best interest of the child. Per le coppie omosessuali la prima pronuncia del Tribunale Roma 429/2014 è stata confermata dalla Corte di Cassazione 12692/2016 e dalla giurisprudenza successiva unanime, nonostante tale limite fosse stato ribadito anche dalla legge Cirinna 76/2016 per le unioni civili. Tale interpretazione è stata ulteriormente estesa, già con sentenza del Tribunale di Roma del 23.12.2015, alle adozioni di bambini nati da maternità surrogata, in Italia vietata dall’art 12 c.6 della legge 40/2004. Per i giudici della Corte Costituzionale, sul piano contenutistico si pensi&amp;nbsp;alle&amp;nbsp;sentenze che hanno stravolto la legge 40/2004, dichiarando incostituzionale&amp;nbsp;l’obbligo di produrre al massimo tre embrioni da impiantare insieme (151/2009),&amp;nbsp;il divieto all’eterologa (162/2014), il&amp;nbsp;divieto di diagnosi preimpianto sugli embrioni (96/2015). Sul piano ordinamentale si pensi all’ordinanza 207/2018, che&amp;nbsp;ha ingiunto di colmare un supposto “vuoto legislativo”, ingenerando l’idea di un’inerzia e inadempienza del Parlamento, nonostante l’approvazione della legge 219/2017 su consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento. Si pensi altresì alla sentenza 242/2019, che non si è limitata a valutare la costituzionalità dell’art. 580 del codice penale ma &lt;strong&gt;ne ha riscritto la seconda parte, elencando i casi in cui è lecito assistere terzi nel porre fine alla propria vita.&lt;/strong&gt; La sentenza non rientra tra quelle di tipo additivo, volte ad aggiungere un aspetto trascurato dalla norma o a precisarla, dato che si è spinta a riscrivere la norma, assumendo un compito esclusivo del Parlamento, esondando rispetto alle proprie mansioni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Concludendo, il parlamentare cattolico può lecitamente accordare il proprio assenso al progetto di legge sul SMA in esame al Senato, certo provando a emendarlo e apportarvi miglioramenti. A tal fine, s’intende segnalare tre elementi del&amp;nbsp;testo unificato&amp;nbsp;che andrebbero rivisitati. Il primo concerne il comitato nazionale di valutazione, preposto ad appurare che sussistano i presupposti previsti dalla sentenza 242/2019, che sanciscono la depenalizzazione del suicidio assistito. Si tratta di una nomina governativa, che comporta uno schieramento politico, che si presta a prese di posizione preconcette. &lt;strong&gt;La designazione dei componenti andrebbe dunque ridefinita in base a criteri non riconducibili unicamente a quello partitico&lt;/strong&gt;, ad esempio coinvolgendo gli ordini delle rispettive figure professionali. Va poi rilevato che prevede la partecipazione di un bioeticista, qualifica che in Italia non è contemplata, ragione per cui andrebbe sostituita con docente di bioetica o simili. Infine, l’istituzione a livello nazionale impedisce di valutare la particolarità dei casi, andrebbe pertanto prevista almeno su scala regionale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il secondo concerne il mancato coinvolgimento del Sistema Sanitario Nazionale. In conformità alla sentenza 242/2019, secondo cui&amp;nbsp;“la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici. Resta affidato, pertanto, alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato”,&amp;nbsp;il SSN non è tenuto a fornire il servizio, cosa che comporterebbe un esiziale mutamento nella visione e pratica sanitaria, in quanto indebolirebbe il ruolo del personale sanitario, tradizionalmente orientato alla cura e conservazione della vita, altrimenti inteso come eventuale agente erogatore di morte. D’altra parte, &lt;strong&gt;l’esclusione del SSN comporta il rischio che la pratica del suicidio assistito avvenga in strutture non controllate, con i pericoli annessi.&lt;/strong&gt; Sarebbe dunque auspicabile un ruolo non esecutivo ma di garante, stabilendo dove e come la pratica va espletata.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Poscritto. È notizia recente che la sentenza 132/2025 nel confermare la costituzionalità dell’art. 579 del Codice Penale, che persegue l’omicidio del consenziente,&lt;strong&gt; sembrerebbe avere introdotto anche un ruolo esecutivo per il SSN, &lt;/strong&gt;laddove asserisce che dovrà prontamente acquistare e mettere a disposizione gli strumenti di autosomministrazione della sostanza capace di porre fine alla vita attivabili dal malato che intende porre termine alla propria vita in conformità ai criteri della 242/2019. Fermo restando che questo è da verificare, appurando ad esempio se il SSN deve altresì reperire il suddetto strumento, qualora così fosse la sentenza replicherebbe l’attitudine creativa prima denunciata, in quanto sarebbe creativa di nuovi diritti e incidente sull’attività legislativa del Parlamento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il terzo concerne &lt;strong&gt;l’obbligo di inserimento nel percorso di cure palliative. Se è condivisibile l’intenzione restrittiva sottesa, risulta invece problematica la logica implicita, che lede il diritto al rifiuto dei trattamenti,&lt;/strong&gt; previsto peraltro dalla Costituzione (art. 32), e ingenera l’idea secondo cui le cure palliative costituirebbero una sorta di lasciapassare al suicidio assistito, anziché riconoscerle nella loro specificità, come percorso alternativo all’eutanasica e al suicidio assistito (altresì all’accanimento terapeutico), e prodigarsi perché siano disponibili sul suolo nazionale, come auspicano peraltro le sentenze 135/2024 e 66/2025 della Consulta, che rivolge uno “stringente appello al legislatore affinché dia corso a un adeguato sviluppo delle reti di cure palliative e di una effettiva presa in carico da parte del sistema sanitario e sociosanitario, al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito”. Le cure palliative rappresentano una preziosa risorsa per lenire quello che Cicely Saunders era solita chiamare “total pain” in riferimento al dolore fisico, all’afflizione psicologica, alla sofferenza spirituale e al disagio sociale che la malattia provoca, tanto più se protratta, debilitante e terminale. La risposta all’atroce problema del&amp;nbsp;dolore totale&amp;nbsp;non si rinviene nell’eutanasia e nel suicidio assistito ma nell’assistenza competente e solidale al malato, secondo le parole di Umberto Veronesi, che pure si diceva favorevole a tali pratiche: “Se è curato bene, difficilmente il paziente chiede di morire. Se è curato con affetto, con amore, senza dolore, non chiederà la buona morte” (Da bambino avevo un sogno).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;nbsp;*L'autore è medico, sacerdote e teologo&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 28 Jul 2025 04:16:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Alberto Frigerio</dc:creator>
      <dc:date>2025-07-28T04:16:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>La scelta di Laura Santi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/07/22/news/la-scelta-di-laura-santi-7944156/</link>
      <description>&lt;p&gt;La storia di&lt;strong&gt; Laura Santi&lt;/strong&gt;, giornalista perugina malata di sclerosi multipla, che ha scelto di togliersi la vita con un farmaco letale, tocca corde profonde e impone silenzio, rispetto, compassione. Di fronte al dolore vero e al desiderio umano di non soffrire, il primo impulso non può che essere quello della pietà. Il modo lucido e pubblico con cui Laura ha comunicato la sua scelta, coerente con la sua professione e con il suo attivismo, merita rispetto. Ma proprio perché il suo gesto è diventato consapevolmente un atto pubblico, una dichiarazione culturale, una notizia da dare – come lei stessa ha scritto – è giusto e doveroso provare a pensare anche alla dimensione pubblica della sua scelta. &lt;strong&gt;Si può essere sinceramente mossi dalla sua storia e al tempo stesso temere che il suo gesto venga assunto come un modello&lt;/strong&gt;. Si può piangere la sua fine e allo stesso tempo domandarsi se una società che riconosce e incentiva l’autodeterminazione fino al punto di legalizzare e normalizzare &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/suicidio-assistito/"&gt;il suicidio&lt;/a&gt; non stia smettendo di offrire un orizzonte di speranza ai più fragili.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Laura aveva davanti a sé una malattia dura, impietosa, progressiva. Eppure ci sono tanti malati, tanti corpi piegati, tante vite sofferenti che ogni giorno trovano un senso, una forma, una dignità nuova dentro quella vita. E ricordarlo non significa giudicare chi ha preso una strada che non merita esercizi di moralismo ma proteggere chi – domani – potrebbe non avere più motivi per provarci. Perché&lt;strong&gt; la vera questione culturale oggi non è quella di giudicare una scelta drammatica ma è sperare che la nostra società continui a investire tutto quello che può nel prendersi cura anche delle fragilità&lt;/strong&gt;. E’ difficile in queste circostanze commentare con freddezza e razionalità l’appello che ha lanciato col suo ultimo scritto, in cui conferma la sua adesione al movimento pro eutanasia e critica le posizioni di chi le contrasta. E’ difficile però non ricordare che tra l'esercizio di un diritto individuale e la trasformazione di quel diritto in un dovere dello stato esiste una differenza profonda, che è bene non travalicare. Addio Laura, e un abbraccio alla famiglia.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 22 Jul 2025 17:35:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-07-22T17:35:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Contrastare la bassa natalità si può, basta volerlo fare. Replica a Graziosi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/societa/2025/07/11/news/contrastare-la-bassa-natalita-si-puo-basta-volerlo-fare-replica-a-graziosi-7910808/</link>
      <description>&lt;p&gt;Al direttore - Il professor Andrea Graziosi, trattando della crisi demografica e della struttura gerontocratica della società italiana, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2025/07/03/news/demografia-anziani-lavoro-azzardi-per-il-futuro-7887362/"&gt;ha lanciato sul Foglio alcune proposte provocatorie&lt;/a&gt;. La più estrema è quella di attribuire al voto dei genitori un peso crescente al crescere del numero dei loro figli minori. La cosa non mi convince, nemmeno come provocazione, perché alla base della democrazia sta il principio secco “un uomo un voto”, a prescindere dalle caratteristiche del votante. L’idea del voto ponderato, se passasse, potrebbe essere estesa ad altre condizioni, con il rischio di pericolose derive ideologiche. &lt;strong&gt;Piuttosto, sarebbe importante estendere le acquisizioni di cittadinanza e il diritto di voto per le elezioni locali agli stranieri residenti&lt;/strong&gt;. Così facendo, per inciso, &lt;strong&gt;si svecchierebbe notevolmente il corpo elettorale&lt;/strong&gt;, perché l’età media degli stranieri residenti in Italia è 37 anni, quella degli italiani residenti è 48 anni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Vorrei invece approfondire uno dei temi trattati da Graziosi, ossia la &lt;strong&gt;bassa natalità&lt;/strong&gt;. Le duecentomila nascite perse in Italia in appena quindici anni (da 570mila nel 2009 a &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2024/03/23/news/senza-gli-immigrati-l-inverno-demografico-dell-italia-sarebbe-una-glaciazione-un-analisi-6361533/"&gt;370mila nel 2024&lt;/a&gt;) sono dovute per il 60 per cento al &lt;strong&gt;calo delle donne in età fertile&lt;/strong&gt;, per il 40 per cento alla &lt;strong&gt;diminuzione della proporzione delle persone giovani che vivono in coppia coabitante&lt;/strong&gt;: prima del trentesimo compleanno, sono entrati in coppia (per convivenza o matrimonio) il 72 per cento degli uomini e l’85 per cento delle donne per le coorti italiane nate nel 1952-56, solo il 40 per cento degli uomini e il 56 per cento delle donne per le loro figlie e i loro figli, nati nel 1982-86. Sono i valori più bassi d’Europa. A parità di età della donna, è invece rimasta praticamente invariata la probabilità per una coppia sposata o convivente di avere un figlio, che in Italia è comunque molto bassa, ormai da quarant’anni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;br&gt; Quindi, per contrastare la bassa natalità sarebbe necessario aumentare: (1) il numero di persone in età fertile; (2) la proporzione di giovani in coppia coabitante, condizione quasi obbligata per avere figli in Italia come in quasi tutto il mondo; (3) la fecondità delle coppie. &lt;strong&gt;Studi recenti mostrano che, in Italia come altrove nel mondo ricco, i principali ostacoli sia all’ingresso in coppia sia alla procreazione del primo e del secondo figlio sono di natura economica&lt;/strong&gt;. Al crescere del reddito si abbassa anche la quota di giovani che vivono con i genitori. Inoltre, la probabilità di avere il primo e il secondo figlio è sensibilmente più elevata per le coppie dove entrambi i partner hanno un &lt;strong&gt;lavoro stabile&lt;/strong&gt;. Al di là dei casi individuali, l’Italia dove nascevano più figli quando lui lavorava e lei era casalinga appartiene oramai al passato. Da queste considerazioni scaturiscono indicazioni direttamente per la politica, se davvero volesse favorire un incremento delle nascite.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Innanzitutto, c’è bisogno di nuovi immigrati, che si integrino rapidamente nella società italiana, mettendo su famiglia&lt;/strong&gt;. E’ quel che serve a noi, ma è anche ciò che desidererebbero loro. Per mantenere almeno costante la popolazione in età lavorativa e in età fertile, nei prossimi vent’anni ci vorrebbe un saldo migratorio positivo di 350 mila unità l’anno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;E’ poi necessario alzare gli stipendi dei giovani, ora fra i più bassi d’Europa&lt;/strong&gt;. Con stipendi più alti, si attenuerebbero le emigrazioni, per un giovane sarebbe più facile metter su casa, una coppia potrebbe meglio affrontare il costo di un figlio (in più). Come dice anche Andrea Graziosi, i salari si possono alzare stabilmente solo se aumenta la produttività, estendendo la parte di economia ad alto valore aggiunto. Tuttavia, vi sono anche altre azioni, che hanno a che fare con la struttura gerontocratica della società italiana. Vediamone solo una, fra le molte possibili. Oggi, l’aliquota dei contributi sullo stipendio lordo di un lavoratore dipendente è del 33 per cento, ben superiore al 20 per cento della media Ocse. Eppure, la politica promette di “sterilizzare” l’incremento dell’aspettativa di vita sull’età al pensionamento, omettendo di dire che ogni mese “sterilizzato” costerebbe, a regime, un miliardo di euro all’anno, pagato ovviamente dai giovani: direttamente con tasse o contributi, o indirettamente nel prossimo futuro, rifondendo debito pubblico. Invece, &lt;strong&gt;se vogliamo costruire una società per giovani, anche noi vecchi dobbiamo fare la nostra parte&lt;/strong&gt;. Come dicono i grandi Lillo e Greg, non è possibile dare un colpo al cerchio, uno alla botte, e uno alla moglie ubriaca.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;em&gt;&amp;nbsp; &lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Gianpiero Dalla Zuanna è&amp;nbsp;professore di Demografia all’Università di Padova, accademico dei Lincei&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 11 Jul 2025 04:01:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Gianpiero Dalla Zuanna</dc:creator>
      <dc:date>2025-07-11T04:01:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La garanzia dell’aborto e la caccia al personale obiettore</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/06/28/news/la-garanzia-dell-aborto-e-la-caccia-al-personale-obiettore-7874527/</link>
      <description>&lt;p&gt;Una notizia dalla Regione Sardegna in tema di aborto – o per meglio dire dell’accesso alla Ivg prevista dalla legge 194 – notizia analoga a una di qualche settimana fa dalla Sicilia, richiede qualche riflessione. La consigliera sarda di Fdi, Francesca Masala, ha criticato con toni più adatti a un comizio, “no alla caccia agli obiettori”, una proposta di legge dei cinque stelle per imporre che in tutti gli ospedali pubblici dell’isola vengano istituite, se non già presenti, “aree funzionali” dedicate all’Ivg (che nella 194 non sono menzionate, però). &lt;strong&gt;Ma, soprattutto, che tutte le Asl debbano assumere personale non obiettore, “con clausola di decadenza in caso di successiva obiezione di coscienza”&lt;/strong&gt;. In Sicilia è stata già approvata una legge simile, che obbliga gli ospedali pubblici ad assumere medici non obiettori, con procedure concorsuali specifiche. La legge siciliana rientra nell’ambito di attuazione della 194, che prevede l’obbligo di garantire alle donne l’accesso in sicurezza all’aborto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nulla osta dunque a predisporre “procedure concorsuali specifiche” per garantire l’applicazione della legge, ma con il caveat – su cui qualcuno, nel campo antiabortista, dovrebbe vigilare anziché gridare alla “caccia agli obiettori” – che questa procedura &lt;strong&gt;non sia arbitrariamente lesiva del diritto a essere assunti e a lavorare nel sistema pubblico del personale obiettore. Come garantito dalla 194&lt;/strong&gt;. Andrà verificato per la Sicilia, ma in Sardegna è proprio questo aspetto che, nella proposta del M5s, sembra mancare. Prevedere infatti una clausola di decadenza in caso di successiva obiezione cozza con il dettato della 194, che all’articolo 9 stabilisce che “l’obiezione può essere revocata” o venire proposta anche successivamente, senza prevedere che il neo obiettore venga licenziato. Assumere personale sanitario che garantisca l’Ivg è legittimo. Molto diverso sarebbe, anche sotto il profilo costituzionale, discriminare gli obiettori. &lt;strong&gt;O tanto peggio, come in certune proposte, chiedere l’abolizione dell’obiezione di coscienza tout-court&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Jun 2025 03:35:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-06-28T03:35:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Quel che è rimasto e quel che si è perso della storica vittoria del referendum sulla legge 40</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/06/27/news/quel-che-e-rimasto-e-quel-che-si-e-perso-della-storica-vittoria-del-referendum-sulla-legge-40-7870760/</link>
      <description>&lt;p&gt;L’onda lunga della vittoria dei &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/06/19/news/i-referendum-sulla-fecondazione-assistita-vent-anni-dopo-7842782/"&gt;referendum&lt;/a&gt; sulla legge 40 continua nei mesi e negli anni successivi, così come l’opera di alfabetizzazione diffusa di larga parte del laicato cattolico, che consolida il confronto e le affinità con alcuni ambienti del mondo laico: il primo ha come riferimento l’Avvenire di Dino Boffo, insieme ad alcune delle più conosciute sigle associative di area cattolica, quali Scienza &amp;amp; Vita e Forum delle Famiglie, mentre i secondi guardano innanzitutto al Foglio di Giuliano Ferrara. I due giornali continuano ad essere, per diversi anni, la principale, straordinaria opportunità quotidiana di approfondimento, confronto e giudizio su quelli che usualmente vengono chiamati “temi di bioetica” o anche “temi eticamente sensibili”, o, meglio ancora, “valori non negoziabili”: &lt;strong&gt;Avvenire e il Foglio sono di fatto gli strumenti con cui la questione antropologica resta stabilmente nella politica italiana, diventando un criterio per valutare l’agibilità dei cattolici all’interno di partiti e schieramenti&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Scorrendo gli articoli di quegli anni, dopo i referendum sulla legge 40 leggiamo dell’introduzione della pillola abortiva Ru486 e, a seguire, nel 2006, la vicenda di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/piergiorgio-welby/"&gt;Piergiorgio Welby&lt;/a&gt;, mentre nel 2007 troviamo il Family Day, cioè la prima, grande manifestazione laica dei cattolici in occidente. Laica perché a favore del matrimonio civile, quello della Costituzione, che si può sciogliere con il divorzio, e della famiglia intesa come padre e madre (e coerentemente, la manifestazione ha avuto due portavoce laici, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/eugenia-roccella/"&gt;Eugenia Roccella&lt;/a&gt; e Savino Pezzotta); dei cattolici perché è a trazione cattolica, cioè delle stesse associazioni che si sono battute due anni prima sui referendum sulla legge 40, in sintonia con la Cei. Il laicato cattolico, inteso come arcipelago di associazioni, parrocchie e movimenti, è nella sua piena maturità ed è ormai rodato: l’intera organizzazione, stavolta, è a carico del Forum delle Famiglie, a cui fanno riferimento, trasversalmente rispetto ai partiti di appartenenza, i parlamentari di area. Il 12 maggio 2007 più di un milione di persone manifesta in piazza San Giovanni a Roma, laicamente, in favore della famiglia, con l’obiettivo di dire No ai DICO del secondo governo Prodi, la proposta di legge sui “DIritti e i doveri delle persone stabilmente COnviventi”: &lt;strong&gt;una mediazione proposta dai cattolici di sinistra della maggioranza di governo, per regolamentare le convivenze anche omosessuali&lt;/strong&gt;. Ma una mediazione insoddisfacente, secondo laicato cattolico e Cei, che la ritengono dannosa per la famiglia: secondo questi ultimi, è giusto riconoscere i diritti delle persone che convivono – ad esempio, il diritto all’assistenza al convivente se è malato: sono diritti, però, che in gran parte già sussistono, e comunque si tratta di farli restare nell’ambito di accordi privati, senza distinguere convivenze omosessuali ed eterosessuali, e anzi, auspicabilmente, estendendo a convivenze di supporto reciproco, oltre le coppie, come può avvenire ad esempio fra persone anziane o sole. Un quadro molto diverso da quello prospettato dai DICO, che invece rischia di introdurre nuove forme simil matrimoniali riconosciute pubblicamente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La posizione della Chiesa, ancora una volta, è condivisa anche da tanto mondo laico, analogamente a quanto successo due anni prima&lt;/strong&gt;. Il Family day non ha mai attaccato direttamente il governo Prodi, ma è stato comunque uno schiaffone ai cattodem: travolti da piazza San Giovanni, i DICO non furono mai approvati.&amp;nbsp;L’eccezione italiana si consolidava, mostrando anche la ragionevolezza delle posizioni elaborate nel merito, ad esempio, della ricerca scientifica. Basti pensare, una per tutte, alla famosa distinzione fra “clonazione riproduttiva” e “clonazione terapeutica”: chi se la ricorda più?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La sola idea di clonazione è stata spazzata via dal Premio Nobel della medicina del 2012, Shinya Yamanaka, con le sue cellule staminali etiche che risolvevano il problema di distruggere gli embrioni, clonandoli, per necessità di ricerca: nel 2007 Ian Wilmut, il “padre” della pecora Dolly, l’ovino più famoso della storia perché primo mammifero a essere clonato, annunciò di rinunciare alle sue ricerche sulla clonazione perché uno studioso giapponese ne aveva di più promettenti. Si diceva “terapeutica” della clonazione, in teoria, finalizzata alla produzione di embrioni clonati per ricavarne cellule e usarle in laboratorio per produrre terapie, a differenza di quella “riproduttiva”, una procedura identica per far sviluppare l’embrione clonato e far nascere individui in copia. Il mito della clonazione aveva resistito al più grande scandalo della storia della scienza, quello del veterinario coreano Wang Woo Suk che nel 2005 aveva pubblicato su Science la produzione di cellule staminali embrionali umane clonate. &lt;strong&gt;La dimostrazione successiva della totale falsità di quei dati e il fatto che nessuno fosse mai riuscito a produrre quel tipo di cellule non erano bastati a ridimensionare le aspettative&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Di tutto questo si scriveva e si discuteva all’epoca, sul Foglio e su Avvenire, con articoli che spiegavano con dovizia di particolari finanche le tecniche utilizzate, e lo stesso accadeva per la diagnosi pre impianto degli embrioni, per la compravendita di ovociti, per la produzione di embrioni misti uomo-animale, per l’eutanasia: la lista è lunghissima, e sorprende a rileggere adesso della ricchezza di quel dibattito a cui i due quotidiani costringevano.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Corte costituzionale è intervenuta diverse volte per modificare la legge 40, e due sentenze, in particolare, hanno inciso, eliminando il numero massimo di embrioni da formare e il divieto della fecondazione eterologa: l’impianto, però, nonostante tutto, ancora regge&lt;/strong&gt;. Una legge basata sull’antropologia naturale, dove è consentito tutto ciò che accade naturalmente: l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita è per una coppia eterosessuale, in età potenzialmente fertile, sposata o convivente, che può concepire in laboratorio se non è riuscita a farlo per le vie naturali. &lt;strong&gt;Non è possibile, cioè, utilizzare, come scelta riproduttiva, la fecondazione in vitro&lt;/strong&gt;. La 40 usa i termini “omologa” ed eterologa” per indicare una fecondazione che avviene in una coppia, con i gameti degli aspiranti genitori, per la prima, o di altri, per la seconda, mentre nelle normative europee si parla di partner donation anziché di omologa e non partner donation anziché di eterologa, in riferimento alla decisione del singolo di essere o meno genitore, e non di una coppia in relazione stabile. Il concetto di diritto individuale al figlio è estraneo all’intero impianto della 40, come ha anche confermato l’ultimo pronunciamento della Consulta, che non ha consentito l’accesso a un genitore solo. E ancora, il divieto della ricerca sugli embrioni continua a valere grazie a una sentenza della Corte europea dei Diritti umani, la Parrillo c. Italia, del 2015, mentre la Costa Pavan del 2012 ha consentito la diagnosi preimpianto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’ultima battaglia di quel periodo post referendario fu per Eluana Englaro, che morì nel febbraio 2009 a seguito di una sentenza della Corte costituzionale, ma che nella sostanza fu vinta nell’opinione pubblica da chi invece la voleva salvare, gli stessi a sostegno della legge 40 e del Family Day: è servito montare un altro caso, quello di Fabiano Antoniani, per cambiare le norme sul fine vita, e il padre di Eluana, che aveva condotto in prima persona la battaglia per sospendere i sostegni vitali a sua figlia, non è mai diventato quell’eroe nazionale che alcuni si erano adoperati che diventasse. Ma allora perché quel periodo, così promettente, si è chiuso?&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Le motivazioni sono tante, a partire dal mutato atteggiamento della Chiesa, intesa come orientamento della Cei e del Papato insieme, che hanno di fatto eliminato dall’agenda l’argomento “questione antropologica” (e sarebbe interessante approfondirne il perché), con tutte le conseguenze del caso, anche politiche&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;All’inizio degli anni 2000 in Italia il consenso della Chiesa era importante, per chiunque facesse politica, e la Chiesa – cioè la Cei in sintonia con il Papa – non chiedeva unità rispetto a un partito, ma intorno ai “princìpi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili” (Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, congregazione per la Dottrina della fede, prefetto Joseph card. Ratzinger, 24 novembre 2002). Non si tratta di questioni che hanno a che fare con la “morale cattolica”, come spesso erroneamente si vuole far credere, ma con ambiti – vita, famiglia e libertà di educazione – nei quali si vuole mantenere centrale il riferimento al modello antropologico che si rifà alla cultura greco-giudaico cristiana occidentale, comune a credenti e non. “Questione antropologica”, appunto, e per questo motivo ha potuto coinvolgere tanti ambienti laici, soprattutto quelli più sensibili alle nostre radici culturali, greco-giudaico cristiane.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I cattolici di sinistra hanno cercato, nel tempo, continuamente mediazioni che consentissero loro, da un lato, di non porsi in contrasto con la Chiesa per non perderne il consenso, e dall’altro di caratterizzarsi comunque nell’appartenenza ad uno schieramento che sempre più ha fatto dei cosiddetti “diritti civili” la colonna portante e chiaramente riconoscibile del proprio progetto politico. Un tentativo sempre naufragato, quello dei “cattolici democratici” perché impossibile di suo: tanto più la sinistra fa coincidere la propria identità con la rivendicazione di quelli che qualcuno ha chiamato “diritti insaziabili” – dal diritto al matrimonio egualitario al diritto al figlio, e al figlio sano; dal diritto a morire al diritto alla scelta del genere di appartenenza – tanto più respinge ipso facto il magistero della Chiesa cattolica, perché con l’affermazione di quei diritti ne nega il fondamento antropologico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel centro destra, al contrario, c’è sempre stato spazio per diversi orientamenti: &lt;strong&gt;i diritti civili non sono mai stati un asse programmatico nei partiti di questo schieramento, e a maggior ragione, più di recente, nella prospettiva dei “conservatori”&lt;/strong&gt;, dove il nome stesso implica l’ottica di conservare storia e tradizioni, per poter andare avanti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il solco dei valori non negoziabili si è di fatto sostituito al Muro di Berlino, in quegli anni, definendo il perimetro della destra e della sinistra e dell’agibilità politica dei cattolici: l’area di centrodestra ha dato da allora sempre importanza alla questione antropologica, all’inizio, con Berlusconi, perché era la condizione imprescindibile per avere il consenso della Chiesa, quando per le gerarchie e per il grosso del laicato cattolico erano centrali; più tardi, con la Meloni, in modo naturale, perché l’essere conservatori implica basarsi sul patrimonio delle tradizioni per crescere sulle radici della nostra cultura.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Volendo ignorare la centralità della questione antropologica la Chiesa ha di fatto indebolito la sua storica capacità di leggere il tempo che attraversa e, per una eterogenesi dei fini, si è aggrappata a una morale che l’ha resa sempre meno rilevante nella scena pubblica, e quindi nella politica.&amp;nbsp;Le diseguaglianze, il lavoro, le guerre, l’ambiente non possono che essere sempre temi centrali, problematiche che però vanno affrontate con la lente dei tempi che si stanno vivendo, pena l’inevitabile adeguarsi, anche lessicale, al mainstream – inclusione, sostenibilità, biodiversità, etc. – e diventare di fatto indistinguibili da altri soggetti: in questo modo, essere cattolici non ha peso, e non può portare consenso politico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;A distanza di vent’anni l’espressione “valori non negoziabili” è scomparsa dal dibattito pubblico e il laicato cattolico ha perso centralità&lt;/strong&gt;. Dopo la parentesi del Covid e dei suoi dilemmi, il dibattito etico ora è incentrato sulle conseguenze del digitale e sull’irrompere dell’intelligenza artificiale, che investe l’umano e interroga tutti e a tutti i livelli, trasversalmente, senza però produrre le divisioni e le battaglie di un tempo. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Resta centrale il portato, enorme, della questione antropologica che, dopo aver investito inizio e fine vita, mutandone percezione e comportamenti e producendo nuove leggi, ha coinvolto l’identità sessuata, mettendo in discussione il maschile e il femminile come fondanti della specie umana: venti anni fa non avremmo mai pensato che potesse diventare divisivo, nel dibattito pubblico, il significato della parola “donna”. La rivoluzione antropologica continua quindi il suo percorso, inglobando il digitale in tutti i suoi aspetti, ed è intrecciata e connessa – molto più di quanto appare – con un’altra, grande trasformazione planetaria: il calo delle nascite, con il conseguente, profondo mutamento nella struttura della rete parentale e quindi della popolazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sono temi che continuano a fare la differenza, per il semplice fatto che restano centrali e determinanti, &lt;strong&gt;proprio perché se nuove modalità di venire al mondo, di metter su famiglia e di morire, entrano nella vita quotidiana, anche quando sembrano coinvolgere solo minoranze numeriche, trasformano radicalmente quella di tutti noi&lt;/strong&gt;.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La precedente puntata&amp;nbsp;è stata pubblicata &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/06/19/news/i-referendum-sulla-fecondazione-assistita-vent-anni-dopo-7842782/"&gt;il 19 giugno&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 27 Jun 2025 03:47:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Assuntina Morresi</dc:creator>
      <dc:date>2025-06-27T03:47:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La legge sul fine vita parte molto male</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2025/06/26/news/la-legge-sul-fine-vita-parte-molto-male-7868563/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’avvio dell’iter parlamentare della legge sul &lt;/strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/fine-vita/"&gt;fine vita&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;, che la Corte costituzionale ha chiesto più volte di varare, è confuso e contraddittorio.&lt;/strong&gt; Già dalle prime bozze e dalle reazioni che hanno suscitato si avverte una tendenza alla ideologizzazione, che l’esatto contrario di quel che serve. &lt;strong&gt;La maggioranza pare orientata a definire “etico” il comitato di valutazione che deve dare o negare l’autorizzazione ad accedere al suicidio mediamente assistito, aprendo su questo una polemica terminologica inevitabile quanto inutile&lt;/strong&gt;. Il punto che in realtà è essenziale nella legge, il ricorso (obbligatorio?) alle cure palliative, viene trattato con una certa superficialità, mentre è chiaro che se le terapie del dolore non devono garantire la sopravvivenza del paziente, finiranno con l’essere la forma “morbida” di suicidio assistito, com’è in realtà già ora nella prassi reale. Analoghi e opposti condizionamenti ideologici caratterizzano le posizioni, almeno quelle che si sono espresse finora, delle opposizioni. In sostanza si segue la tesi radicale secondo cui l’eutanasia sarebbe un “diritto civile”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È davvero una posizione che può reggere nel Pd, in particolare nei settori più legati a un’origine o a un orientamento cattolico? Siccome il tema è delicato e complesso, si sbaglia a fare riferimento a casi limite che sono stati popolarizzati dalle iniziative radicali, bisognerebbe esaminare con attenzione (e un po’ di delicatezza) la generalità dei casi e cercare soluzioni che, magari mantenendo un certo margine di ambiguità, consentano alle persone e ai loro medici di compiere le scelte più adeguate e comunque dolorose. Evitare la condanna a una sopravvivenza fatta solo di sofferenze senza per questo mettere in discussione il principio di intangibilità della vita è difficile e richiede intelligenza, comprensione e, se si può dire, umiltà. &lt;strong&gt;Vantare certezze in questo campo è sintomo di incomprensione, sventolare bandiere ideologiche è persino peggio. &lt;/strong&gt;C’è da sperare che dopo la sbandata iniziale ci si renda conto che un tema tanto delicato non si può tagliare con l’accetta.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 26 Jun 2025 03:07:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-06-26T03:07:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>I referendum sulla fecondazione assistita vent'anni dopo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/06/19/news/i-referendum-sulla-fecondazione-assistita-vent-anni-dopo-7842782/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Sono passati venti anni dai referendum che hanno confermato la legge 40 sulla fecondazione assistita&lt;/strong&gt;: uno degli eventi più significativi della presenza culturale, e quindi politica, dei cattolici nel nostro paese, quando l’intera Chiesa italiana, compatta, si è confrontata apertamente con la modernità, guidata dai suoi vescovi in sintonia con i due Papi che quell’anno si sono succeduti. &lt;strong&gt;Una battaglia referendaria che ha segnato la storia del nostro paese&lt;/strong&gt;, e che resta un riferimento per la cristianità occidentale, nel metodo e nel merito della presenza dei cattolici nell’agorà. È&amp;nbsp;stata uno dei frutti maturi del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, della sua piena sintonia con il cardinale Camillo Ruini, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana, con Joseph Ratzinger a guidare la congregazione per la Dottrina della fede dal 1982, nel pieno affermarsi dei movimenti e di tanto laicato cattolico. Un mondo che adesso non c’è più, e soprattutto appare lontanissimo, quasi estraneo, nonostante siano passati solo venti anni: appena le condizioni lo hanno permesso, quella stagione è stata frettolosamente messa in un angolo e investita da una damnatio memoriae a opera di tanti, a partire da ambienti cattolici in cui pure, o forse nonostante i quali, era fiorita; ambienti dove adesso, piuttosto, di quell’impresa si parla poco e male, un po’ come succede nelle buone famiglie quando si nomina per errore il parente scapestrato di cui quasi ci si vergogna, e si chiude il discorso a mezza bocca e con espressioni malevolmente allusive. E invece &lt;strong&gt;questo anniversario va ricordato, non per celebrare il bel tempo che fu, ma per capire cosa ha funzionato e cosa invece è cambiato nel frattempo, e soprattutto perché.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Non si comprende il senso dell’impegno dei cattolici in politica, in particolare in quella battaglia referendaria, se non si ha presente che Papa Wojtyla non pensava i cristiani in chiave minoritaria, non guardava come ineluttabile la scristianizzazione dell’occidente, ma riteneva che la proposta cristiana potesse e dovesse inondare la modernità, rendersi platealmente visibile e condivisibile. In altre parole, Papa Wojtyla pensava, e testimoniava appassionatamente, che non fosse possibile non credere a Gesù Cristo, che non fosse possibile non cedere alla Sua irresistibile presenza. E per questo riteneva che il nostro paese avesse un compito particolare:&lt;strong&gt; “Consapevole delle formidabili sfide che emergono dai ‘segni dei tempi’, come vescovo di Roma mi rivolgo con profondo affetto a voi, vescovi delle Chiese che sono nella penisola e nelle isole, vescovi del nord, del centro e del sud d’Italia, per condividere preoccupazioni e speranze e, in particolare, per rendere testimonianza a quell’eredità di valori umani e cristiani che rappresenta il patrimonio più prezioso del popolo italiano&lt;/strong&gt;. […] Sono convinto che l’Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. Le tendenze che oggi mirano a indebolire l’Italia sono negative per l’Europa stessa e nascono anche sullo sfondo della negazione del cristianesimo. […] All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo”. (Messaggio di Giovanni Paolo II ai vescovi italiani, 6 gennaio 1994).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Chi guida la Chiesa in quegli anni è quindi consapevole di un compito e, al tempo stesso, dell’emergere di una sfida. Il primo è la necessità di custodire l’eccezione italiana, cioè il lungo persistere nel nostro paese, diversamente dal resto del nostro continente, di una profonda e capillare innervazione cristiana, innestata personalmente dagli apostoli Pietro e Paolo: una sorta di lievito madre indispensabile per far vivere e rifiorire la cristianità dell’Europa. E la seconda è la centralità della “questione antropologica”: “Sta imponendosi infatti, e appare destinata a diventare sempre più acuta e pervasiva nel tempo che sta davanti a noi, una ‘questione antropologica’ che, a differenza da un passato anche non lontano, tende non soltanto a interpretare l’uomo, ma soprattutto a trasformarlo: e questo non limitatamente ai rapporti economici e sociali – come avveniva nella prospettiva del marxismo – ma assai più direttamente, e radicalmente, nella nostra stessa realtà biologica e psichica. Tutto ciò si realizza principalmente attraverso l’applicazione al soggetto umano degli sviluppi delle scienze e delle tecnologie, secondo una progressione molto rapida che finisce per apparire quasi indipendente dalla nostra volontà. […] E’ evidente come simili posizioni mettano radicalmente in questione la sostanza stessa della nostra fede”. &lt;strong&gt;La questione antropologica “sembra essere la sfida più radicale del nostro tempo […] non solo i credenti in Cristo sono chiamati a prendervi parte e a svolgervi un ruolo, ma tutti coloro che condividono i fondamenti della nostra civiltà e ritengono di non poter rinunciare alla centralità della persona umana: è questo dunque un campo aperto a genuine e importantissime collaborazioni&lt;/strong&gt; (prolusione del card. Ruini all’assemblea generale della Cei del 20-24 maggio 2002).&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;br&gt; E’ con queste premesse che il 17 gennaio 2005 il cardinale Ruini al Consiglio permanente della Cei dà la linea sugli imminenti referendum sulla legge 40, approvata solo l’anno prima, sulla fecondazione assistita: referendum che non sono una disgrazia – scottano ancora le pesanti sconfitte precedenti, sul divorzio e sull’aborto, ma stavolta l’atteggiamento della Chiesa è molto diverso – ma una “opportunità per rendere il popolo italiano più consapevole dei reali problemi e valori in gioco”, nonostante sia chiaro che non si tratta di una legge cattolica – per la Chiesa è lecita eticamente solo la procreazione naturale – ma che “ha il merito di salvaguardare alcuni princìpi e criteri essenziali”, comuni anche a molti non credenti. Sarà quindi necessario difendere la 40 con “tutte le possibilità previste dal legislatore”. E sarà l’astensione la scelta unitaria e vincente del mondo cattolico, che coinvolgerà tanti laici. E’ nella successiva prolusione al Consiglio permanente della Cei, a marzo, che il cardinale Camillo Ruini spiega nel dettaglio il metodo che si sta seguendo: &lt;strong&gt;“Si è costituito il Comitato Scienza &amp;amp; vita per impedire il grave peggioramento della legge sulla procreazione assistita che avrebbe luogo se i referendum avessero esito positivo&lt;/strong&gt;. Il Comitato dà voce alla grandissima e altamente significativa unità che i molteplici organismi cattolici hanno saputo raggiungere su questo tema tanto importante e delicato, ma esprime anche e anzitutto una posizione razionalmente fondata che va nettamente al di là delle appartenenze religiose e partitiche riunendo molte personalità del mondo scientifico, culturale, professionale e politico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; E’ chiaro il senso dell’indicazione di non partecipare al voto: non si tratta in alcun modo di una scelta di disimpegno, ma di opporsi nella maniera più forte ed efficace ai contenuti dei referendum e alla stessa applicazione dello strumento referendario in materie di tale complessità. In concreto è necessaria la più grande compattezza nell’aderire all’indicazione del Comitato, per non favorire, sia pure involontariamente, il disegno referendario. Da parte nostra ci dedicheremo soprattutto alla formazione delle coscienze riguardo alla dignità della vita umana fin dal suo inizio, alla tutela della famiglia e al diritto dei figli di conoscere i propri genitori. &lt;strong&gt;Faremo ciò con quello stesso amore e sollecitudine per l’uomo che si esprime nella cura della Chiesa per i poveri e le altre persone in difficoltà, nell’educazione dei bambini e dei ragazzi, nella vicinanza ai malati e agli anziani&lt;/strong&gt;. Questo amore per l’uomo è ugualmente amore e stima per la sua intelligenza e per la sua libertà: è dunque decisamente a favore del progresso delle scienze e delle tecnologie, in particolare di quelle che curano e prevengono le malattie, e proprio per questo si oppone a quelle forme di intervento che ledono e sopprimono la vita umana nascente”.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;br&gt; I referendum si terranno il 12 e 13 giugno, con un nuovo Papa, Benedetto XVI, che condivide e sostiene pienamente e pubblicamente la linea del presidente della Cei. La grande stampa sarà quasi tutta impegnata a rappresentare il fronte del sì, i detrattori della legge 40: tanto mondo dello spettacolo e dei “salotti buoni”, con quasi tutti i media pesantemente schierati per la modifica radicale della legge, a partire dal Corriere della Sera e Repubblica. Sarà ignorata invece la mobilitazione imponente, capillare e compatta del mondo cattolico in quei mesi, quando letteralmente tutti – gruppi e singoli, parrocchie, associazioni e movimenti, laici e religiosi – sono &amp;nbsp;impegnati a dare ragione della propria astensione entrando nel merito dei quesiti referendari, affrontandoli dal punto di vista scientifico, filosofico, giuridico, e man mano che la campagna va avanti, i numerosissimi incontri pubblici promossi da chi sostiene l’astensione sono sempre più partecipati e affollati, mentre fanno fatica a riempire le sale i sostenitori dei referendum, proprio quelli che dovrebbero, invece, mobilitare la gente convincendola ad andare a votare. Va riletto il bilancio finale che ne fa Sandro Magister il 16 giugno con uno storico pezzo sull’Espresso che inizia con “Otto milioni nelle cabine elettorali, sedici milioni a messa”, sottolineando come i sostenitori del referendum abrogativo fossero riusciti a portare a votare solo la metà della gente che la domenica va alla messa. Decisiva nella battaglia referendaria la guida del cardinale Ruini&lt;strong&gt;: “La Chiesa l’ha seguito con una compattezza che non ha precedenti nell’ultimo mezzo secolo. Non perché ubbidiente, ma perché convinta. E’ avvenuto così tra i 250 vescovi in carica, da gennaio in poi costantemente concordi con il loro presidente. E’ avvenuto così con il grosso dei fedeli”&lt;/strong&gt;, coordinati dal Comitato Scienza &amp;amp; Vita a cui “hanno aderito i capi di tutte le principali componenti del mondo cattolico associato, dall’Azione cattolica alle Acli, da Comunione e Liberazione ai Focolarini. E queste a loro volta si sono attivate in proprio, con i loro gruppi dirigenti al completo. I rari dissidenti dalla linea Ruini bisognava tutti cercarli tra gli ex membri di tali associazioni, in molti casi usciti da esse non anni ma decenni fa. […] E sui temi ardui che erano oggetto dei referendum, il mondo cattolico è stato sottoposto per mesi a un’alfabetizzazione massiccia, teologica, filosofica, scientifica, fatta di migliaia di incontri nelle parrocchie, per iniziativa di persone e gruppi preesistenti o di nuova nascita, d’età media decisamente giovane”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A sostegno dell’astensione l’Avvenire di Dino Boffo, soprattutto con un suo inserto speciale dal titolo “E’ vita”, cinquanta edizioni a partire dal 10 febbraio, e il Foglio di Giuliano Ferrara, che svolgerà un ruolo decisivo di raccordo fra cattolici e laici, aprendo un varco proprio fra questi ultimi. Lo sottolinea Eugenia Roccella, all’epoca giornalista e femminista laica secondo Magister, che proprio in quei mesi inizia la sua collaborazione con Avvenire, e la mattina del 12 giugno firma un editoriale in prima preconizzando la vittoria dell’astensione: &lt;strong&gt;“Il fronte laico si è spaccato, come non era accaduto altre volte, e il dibattito ha infiammato gli animi e riempito le pagine dei quotidiani. L’opera di controinformazione svolta da giornali come il Foglio e Avvenire ha incrinato la superficie brillante della ‘libera scelta’, della ‘salute delle donne’, dei ‘diritti della ricerca’ e delle ‘speranze di guarigione dei malati’&lt;/strong&gt;. Da queste crepe sono filtrati concetti pericolosi, materiale incandescente: la prospettiva concreta dell’eugenetica, una concezione della ricerca che non tollera limitazioni etiche, l’illusorietà delle promesse di terapie a portata di mano, l’esistenza di un mercato globale del corpo e della vita. L’approfondimento della discussione ha fatto franare la semplificazione propagandistica più insinuante, quella che la legge 40 fosse ‘contro le donne’. […] Soprattutto, sono entrati in gioco gli scenari futuri della nascita e della maternità. […] &lt;strong&gt;Forse andrebbe detto con più onestà che destrutturare, anche simbolicamente, la genitorialità e la nascita non è facile come sembra&lt;/strong&gt; […] Scivolando, in corsa, sul sogno scientista di un’umanità asetticamente felice, i sostenitori del sì sono stati costretti a frenare, oppure sono inciampati su ostacoli imprevisti. &lt;strong&gt;E’ stato questo, prima di tutto, il vero successo del dibattito sul referendum&lt;/strong&gt;”.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 19 Jun 2025 03:25:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Assuntina Morresi</dc:creator>
      <dc:date>2025-06-19T03:25:00Z</dc:date>
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      <title>Desistere dal gender. Diario di Rebecca</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/06/16/news/desistere-dal-gender-diario-di-rebecca-7834092/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Rebecca ha 18 anni. Ragazza perfetta, brava a scuola, ultimo anno delle superiori, vive in una media città del centro Italia, è piuttosto bella e &lt;strong&gt;per qualche anno, a partire dai 13, è stata un ragazzo&lt;/strong&gt;. Abiti maschili, nome e pronomi maschili, petto appiattito. Anche i prof la chiamavano con quel nome da ragazzo che lei adesso non riesce più nemmeno a pronunciare perché – dice – le riscatterebbe l’alarm. &lt;strong&gt;La storia di Rebecca somiglia a quella di migliaia di desister, quasi sempre ragazze perfette terrorizzate dal destino di diventare donne, povere creature tanto noiose, niente senso dell’umorismo, semplici oggetti sessuali, stipendi più bassi, terrore che al primo accenno di seno abbiamo provato tutte. Allora dicono di essere masch&lt;/strong&gt;i. Lo credono sul serio e le famiglie non sanno dove sbattere la testa. Ce ne sono in ogni scuola, in ogni condominio. Ma le desister si fermano prima degli ormoni e della chirurgia. Se riesci a tenere duro, in 8 casi su 10 passa. Lo dice anche la Società italiana di Pediatria: solo nel 12-27 per cento dei casi la disforia permane nel passaggio all’adolescenza. Serve il tempo per fare pace con il proprio corpo sessuato. A Rebecca è andata così. Ma prima è stata la valle di lacrime.&amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;“Non sono stata un uomo da subito. All’inizio ho pensato di essere bisex. Ero una bambina timida, sensibile. Mi prendevano in giro per i capelli corti, le orecchie a sventola. I maschi dicevano che ero brutta, che nessuno mi avrebbe voluta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;“E poi ho incontrato lui, Giulia”. Il Covid, l’isolamento, TikTok. La scelta iniziale dell’etichetta “bisex”: “Era una cosa strana e io mi sentivo strana”. Il rock emo, i vestiti, il taglio dei capelli. &amp;nbsp;“Debutto come ragazzo online”&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Una volta mi hanno buttato lo zaino in mezzo alla strada. I miei genitori mi dicevano di non prendermela e io diventavo ancora più furiosa. A 11-12 anni ho avuto lo smartphone. &lt;strong&gt;Sono corsa sui social. Cercavo amici e anche post sulle serie, sui libri. Mi piace il fantasy, il rock. Poi un bel giorno mi sono imbattuta nella comunità Lgbtq&lt;/strong&gt;. Dicevano di quell’attore che era bisex, di quell’altro che era gay eccetera, le etichette erano tantissime. Quando ci hanno chiusi per il Covid avevo 13 anni. Tutto il giorno online. Tra le etichette mi pareva buona bisex. Non c’era una ragione. Non è che mi piacessero anche le ragazze. Mi piacevano i maschi anche se mi sentivo in imbarazzo ad approcciarli. Ma non sentivo un’attrazione reale, non pensavo a che cosa volevo veramente. La sfera intima la vivevo come una cosa imbarazzante e ‘sporca’. Si trattava di quello che pensavo di dover desiderare perché gli altri se lo aspettavano da me.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Mi è piaciuta l’idea di essere bisex. Era una cosa strana e io mi sentivo strana. Alla stranezza ho dato quel nome&lt;/strong&gt;. Mi sono auto-attaccata l’etichetta. L’ho detto ad alcune amiche dei social e poi anche ad altre nella vita reale. Tante mi dicevano ‘anch’io’, o comunque la prendevano bene. Stavo molto su TikTok e lì era pieno di video di gente che spiegava che cosa voleva dire essere trans o non binary. Lì non ero ancora andata in fissa. Finché non ho cominciato con il rock emo, musica che va molto tra gli adolescenti. Nel giro emo molte ragazze si identificavano come trans o non binary.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Dopo la quarantena il pensiero comincia a martellarmi nella testa: perché non io? Lì per lì ci rido sopra. &lt;strong&gt;Poi però mi ritrovo in un gruppo whatsapp e lì c’è una ragazza, Giulia, che dice di essere trans. Stava dalle mie parti, così le propongo di vederci in carne e ossa. Appena la incontro succede qualcosa&lt;/strong&gt;.&lt;strong&gt; Sviluppo una specie di ossessione per lei&lt;/strong&gt;. La vedo come una divinità. Ha 14 anni, si veste come vorrei vestirmi io, total black, capelli corti con ciuffo che le cade sulla faccia, magrissima: solo più avanti ho scoperto che soffriva di disturbi alimentari (nelle ragazze i disturbi alimentari sono spesso un sintomo associato alla disforia, ndr). Ascolta rock emo, ha un grande senso dell’umorismo. Dice di essere un maschio. Anche per me è un maschio, ma non provo attrazione in ‘quel’ senso. E’ attrazione emotiva, lei mi ricambia. Dice di essere un ragazzo gay, cioè le piacciono i maschi ma da maschio. Come ragazza non mi vuole, ma se fossi un maschio forse le piacerei. Per me è importante che una persona come lei si interessi a me. E’ lì che comincio a pensarci sempre più seriamente. A essere un maschio anch’io, intendo. Debutto come ragazzo online. Mi do un nome. Preferisco non dire quale. Con questa cosa non ho ancora fatto pace, non mi sento di dirlo. Ho paura che tirando fuori il nome potrei staccarmi di nuovo da me.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Lì comincia tutto. Taglio i capelli, cambio vestiti, smetto di truccarmi. Mi schiaccio il seno con la parte sopra di un costume a fascia. Ho fatto i 14 anni, sono all’inizio delle superiori ma non si va ancora a scuola in presenza. La vita sociale è scarsa. Mi vedo praticamente solo con lui, con Giulia. Online il mio essere trans viene preso benissimo. Mi sento approvata, trovo supporto. A casa non si rendono conto di niente: mio padre non sta bene, bisogna girargli al largo per evitare che prenda il Covid, ci sono anche i miei nonni anziani da tutelare. Mia madre è molto stressata. Ognuno vive nella sua bolla. I miei capelli corti non sembrano una cosa strana.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Quando si torna a scuola in presenza ai miei compagni mi presento come ragazzo trans&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;Anche lì la prendono bene. Mi sento capita, approvata. Scopro che della ventina che siamo in classe ci sono altri quattro come me, quattro trans, tre femmine e un maschio&lt;/strong&gt;. Un gruppetto di compagni ci dà addosso: ma non funziona! come pensate di fare? vi fate trapiantare i genitali di un morto? Mi chiamano al femminile, con il mio deadname. Anche i prof al momento usano il nome femminile, a loro non ho ancora detto niente. Ma questa mia doppia identità viene accettata.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; A scuola un sacco di gente veste in modo originale, per tutti è un modo di esprimere la propria personalità. Secondo il vestito hai un’etichetta: aesthetic, ghotic, dark, academia, emo. Io ero emo. &lt;strong&gt;Non puoi vivere senza etichetta&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Verso la fine dell’anno scolastico decido di parlare con qualche prof. Giulia l’aveva fatto – anche lei era in quella scuola ma in un’altra classe – e voglio farlo anch’io.&lt;strong&gt; ‘Prof, le volevo dire che ho la disforia di genere, voglio essere chiamata al maschile, voglio che usiate pronomi maschili’. Forse ci rimangono, ma lo nascondono bene. Ok, mi dicono. Mi fanno capire che non cambia niente. Mi sento accettata e approvata anche da loro e perdo ogni imbarazzo&lt;/strong&gt;. Oggi posso dire che&lt;strong&gt; forse avrei preferito che fossero più problematici&lt;/strong&gt;. Che avvisassero i miei genitori, quanto meno. Ma non l’hanno fatto, non so perché.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;I miei non sanno ancora niente&lt;/strong&gt;. La madre di Giulia invece lo sa. Giulia mi dice che per sua mamma non c’è problema, solo più tardi scoprirò che anche sua madre soffriva molto ma non sapeva cosa fare (oggi Giulia è tornata a identificarsi come ragazza e ha un boy friend, ndr).&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;A casa parlo con uno dei miei fratelli. Mi sta a fianco da subito, ma gli chiedo di tacere per il momento con i nostri genitori&lt;/strong&gt;. Però vorrei che anche la mia famiglia sapesse, come quella di Giulia. E’ stato difficile dirglielo, ma forse è stato più difficile quando, un bel po’ di tempo dopo, gli ho detto che volevo tornare a essere una ragazza.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Mi preparo al coming out. Voglio che sia una cosa solenne&lt;/strong&gt;. Glielo dico una sera d’estate a tavola: sono trans, sono un ragazzo, lo sono sempre stato, voglio che mi chiamiate con il mio nuovo nome. Sembra che la prendano bene. Chiamo subito Giulia: è andata benissimo! Invece per loro è un colpo tremendo ma riescono a nasconderlo. Veniamo a patti sul nome: non mi chiameranno più Rebecca, non vogliono farmi stare male, ma niente nome maschile. Ci accordiamo per un soprannome neutro. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Nei mesi successivi comincio a sentirmi confusa. Mi accorgo che i miei stanno male per me e il rapporto con loro si complica. Dicono di volermi bene come prima ma anche di essere molto preoccupati per me. Quindi non è vero che mi vogliono bene. Accetto la loro proposta di andare da una psicologa e la prima volta ci andiamo insieme. Sono triste perché vedo che soffrono ma anche arrabbiata perché non capiscono che quello che mi sta capitando è una cosa normale. Continuo con la terapia da sola. E’ qui che comincio a stare male sul serio. Ansia, depressione. Comincio anche a tagliarmi. Mi sento rifiutata nella mia autenticità, soprattutto dalla mamma. Penso che la depressione sia per questo. Solo più tardi ho capito che c’era un vissuto depressivo sotterraneo che aspettava solo l’occasione buona per manifestarsi. Ero depressa per una serie di cose: la quarantena, avere perso le amiche cambiando scuola, un cumulo di sentimenti di inadeguatezza, le prese in giro che mi avevano ferito nel profondo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Mi isolo. Esco solo con Giulia. Dormo pochissimo, sto molto tempo online. Con i miei quasi non parlo più.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Un anno dalla psicologa, che spingeva nella direzione del cambio di sesso. Lo spettro dell’anoressia. La neuropsichiatra che è stata la salvezza. Il periodo&amp;nbsp;“a tentoni: un giorno mi sento maschio, un altro femmina”. &amp;nbsp;La rivelazione: “Tu puoi identificarti come vuoi&amp;nbsp;ma il tuo corpo è e resterà quello di una femmina”&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Vado dalla psicologa per un anno. Ma non era una terapia, non era un parlarsi. Lei non ascoltava. Era tutto un teorizzare sul genere, sul cambio di sesso eccetera. Lei era chiaramente ‘affermativa’, spingeva in quella direzione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Quando ricomincia la scuola mia madre chiede ai prof di chiamarmi con il cognome e non con il nome al maschile. Ma ormai il nome maschile lo stanno usando tutti. Non una vera e propria carriera alias, a quel tempo non esisteva ancora. Lo era di fatto. La scuola aveva accettato e assecondava. Comincio a non sentire più interesse nello studio, io che ero una che si disperava per un 8. Perdo colpi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Con la psicologa le cose non vanno. E’ incapace di cogliere i segnali. Per esempio le dico del conflitto con i miei genitori e lei mi risponde: ma no, ti sbagli, sono brave persone, ti accettano. Le racconto che mi taglio, ma lei svicola e torna sull’ideologia e sul genere. Tagliarsi è un modo di distrarsi dal dolore che hai dentro, un modo per portarlo fuori: vedi le ferite e hai una prova materiale della sofferenza invisibile che senti. Il meccanismo dell’anoressia è lo stesso, vedere la sofferenza che esce fuori e si manifesta chiaramente nel corpo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; So che Giulia non mangia e provo a non mangiare anch’io. Voglio essere alla sua altezza. Smetto di mangiare e mi sento totalmente in controllo, dimagrisco molto velocemente, in quattro mesi arrivo a essere parecchio sottopeso. Ne parlo con la psicologa, spero che lei coinvolga i miei genitori perché possano aiutarmi. Ma di nuovo: io le parlo dell’anoressia e lei torna costantemente sulla disforia. Le interessa solo quello. A un certo punto propone ai miei genitori di cominciare con la terapia ormonale. Loro si oppongono. Capisco di essere finita in una trappola e a questo punto mi ribello anch’io. Allora lei si decide a parlare con i miei. Mi fa sempre molto male vedere come stanno soffrendo. Dov’è il bene che dicono di volermi?&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Decido di mollare la psicologa. Mi rivolgo a un centro per la cura dei disturbi alimentari e lì incontro una neuropsichiatra che sarà la mia salvezza&lt;/strong&gt;. Lei mi chiama al maschile, ma intanto mi prescrive gli antidepressivi. Non appena mi rendo conto che finalmente la mia sofferenza viene riconosciuta l’anoressia finisce.&amp;nbsp;&lt;br&gt; L’estate dopo passa abbastanza liscia. Sono le vacanze con i miei a farmi stare male, continuo a sentirmi disapprovata. Alla ripresa dell’anno scolastico incontro una nuova psicologa. Le racconto di quella di prima, le dico che il mio problema è non sentirmi accettata dalla mia famiglia. Però intanto smetto anche di tagliarmi. Mi sento un po’ meglio anche perché in casa non parliamo più di ormoni, quindi il conflitto si riduce. Tutto quello che sapevo sugli ormoni l’avevo letto online, avevo poche informazioni serie. Intanto confesso a Giulia che mi piace. Ci provo, ma lei mi respinge, così finisce che ci allontaniamo. Comincio a frequentare nuove amiche, soprattutto ragazze che si identificano come non binary e non come trans, quindi più femminili di me. A me l’idea di essere femminile faceva molta paura, non volevo essere sessualizzata. Temevo di non essere più considerata intelligente e divertente. Di essere guardata come una persona ridicola. Di sentirmi ‘esposta’ e quindi fragile, senza un rifugio sicuro.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Le nuove amicizie sono molto più stabili e tranquille, sento di non dovere più performare sul fronte trans&lt;/strong&gt;. Con una tipa in particolare diventiamo molto amiche, frequentiamo anche un corso di musica insieme. La morsa trans si allenta, vedo che anche mia mamma non piange più. Comincio ad avere una vita reale e non solo online. Le cose sembrano andare meglio. In casa non mi sento più costretta sulla difensiva anche se non posso parlare e comportarmi del tutto come vorrei. Continuo a pensare che i miei genitori non mi vogliano bene.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Poi all’improvviso, alla fine della terza, cominciano ad arrivarmi domande che spuntano dal nulla. Vengono a galla da sole. E’ giugno, mi sto rilassando sdraiata a letto e a tradimento arriva il dubbio: &lt;strong&gt;quando e come avrei capito di essere trans se non avessi incontrato Giulia?&lt;/strong&gt; Le difese si allentano, le questioni vengono fuori. Sono al cinema, vedo gli attori sullo schermo e mi domando: vorrei essere come lei o come lui?&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Qualcosa non va di nuovo. Fatico a dormire, sono agitata. Per la prima volta mi metto a cercare storie di detransitioner sul web, ma trovo solo roba che non mi piace, gente arrabbiata che odia la comunità trans. Però ne noto almeno un paio che non hanno rotto del tutto con quel mondo. I dubbi si moltiplicano e allora prenoto una seduta extra dalla psicologa. Le dico che mi sembra di essere affetta da una specie di sindrome dell’impostore. Lei mi invita a pensarci con calma e a provare a tornare ai pronomi femminili. Mi rifiuto. Ma ogni tanto rimetto di nascosto vestiti da ragazza, un po’ di trucco. Poi mi guardo allo specchio e mi dico: per carità! no!&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Parto per un lavoro estivo e mi sento abbastanza bene nel gruppo. Mi chiamano al maschile e io accetto di avere sentimenti contrastanti su questo. Non li reprimo più. E’ tutto un tira-e-molla, un po’ di mascara e un po’ no. Non dico niente ai miei amici, ho paura che mi trovino noiosa o che si arrabbino con me.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Inizia la quarta. Settembre e ottobre vanno via lisci. A novembre-dicembre riparte la giostra. Comincio ad arretrare: forse non è vero che sono trans. Forse sono semplicemente non binary. Ma è un equilibrio che dura poco. Continuo a non stare bene. Non mi piace come mi vedo allo specchio, odio come sono vestita. Ne parlo alla mia migliore amica, anche lei è una che dice di essere trans. Reagisce con un po’ di stupore ma mi invita ad affrontare la cosa fino in fondo. Giura che non mi mollerà, che se dovrà usare pronomi femminili lo farà.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Ci provo. Vado a tentoni. Un giorno mi sento maschio, un altro femmina, ma il mio nome maschile non lo tocco. Mi riprende un’ansia tremenda. Non dormo più, a scuola non riesco a concentrarmi, penso sempre e solo a quello. Vado a letto vestita e la mattina non mi cambio, smetto perfino di lavarmi. Taccio con tutti gli altri amici, ho paura. Alla fine decido di parlare anche con loro, e vedo che loro non danno troppa importanza alla cosa. La loro reazione mi solleva, ma continuo a sentire che il mondo mi sta cadendo addosso. Allora mi rimetto a cercare e cercare online. Voglio capire bene qual è il mio genere. Ok, ce ne sono tremila, ma come faccio a capire se sono uomo, donna, non binary o cosa? Guardo i video di tutti questi influencer. So anche che esiste un mondo gender critical: vado a vedere, voglio provare a smontare le loro teorie. Ma più guardo quello che scrivono le femministe radicali più mi rendo conto che dicono cose sensate, anche se parole tipo transcult mi fanno stare male. Sul mio diario scrivo un monologo, parlo dei gender critical come di persone che promuovono l’odio: sto solo provando ad autoconvincermi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Mi allontano da tutti tranne che da questa amica. Sta male anche lei. Ma non posso dirle niente di quello che sto scoprendo, lei è una super woke. Le permetto di usare con me pronomi femminili ma ancora non oso cambiare il mio nome maschile.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Ogni giorno dopo la scuola mi metto sotto una coperta, al buio. Tengo una finestra spalancata sperando di ammalarmi per poter restare a casa. Continuo con le ricerche sul movimento gender critical. Mi arrabbio perché capisco che hanno ragione. Leggo anche articoli di neuroscienze per capire se le donne trans sono davvero donne. E’ devastante scoprire di avere pensato e fatto cose sbagliate per tutto quel tempo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Il momento in cui tutto cambia è quando mi arriva questo pensiero compiuto: ok, tu puoi identificarti come vuoi ma il tuo corpo è e resterà quello di una femmina&lt;/strong&gt;. Potrà sembrare strano, ma per me è la rivelazione. Mi rendo conto del fatto che mi hanno raccontato una montagna di bugie. Ma la cosa peggiore è non potermi confidare con nessuno. Sono molto preoccupata per i miei amici che ancora non si sono resi conto della trappola in cui siamo finiti tutti. &amp;nbsp;Vorrei parlare con i miei per dirgli che voglio desistere. Ma ho paura. E’ decisamente peggio di quando gli ho detto di essere trans. Mi sento una grandissima stupida. Ma alla fine mi decido e lo dico alla mamma. Una liberazione. Lei è molto brava. Non mi fa vedere troppo la sua gioia. Mi dice solo che è felice di sapere che mi sono tolta quel peso. &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Ho molta paura per gli altri. Due amici hanno già cominciato con gli ormoni. Vorrei dirgli come stanno le cose ma so che mi odierebbero e mi isolerebbero&lt;/strong&gt;. Mi sento come nel mito della caverna di Platone, le ombre e le cose reali. Ma non posso parlare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Andare a scuola diventa troppo pesante. Salto per settimane&lt;/strong&gt;. Temo che mi giudichino pazza. Parlo solo con due o tre che ricominciano a chiamarmi Rebecca. Poi piano piano tutti tornano al mio nome femminile, però capisco che mi guardano storto. La cosa assurda è che voler essere la ragazza che sono sembra più strano che essere il ragazzo che non ero. Mi sento colpevolizzata. Una traditrice. Perdo tutte le certezze, mi isolo di nuovo, non capisco più chi diavolo sono e come sono capitata in quell’inferno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Comincio a provare una grande rabbia contro l’ideologia che mi ha sommerso di bugie&lt;/strong&gt;. Ricomincio a vestirmi da ragazza ma sono molto impacciata. Mi sento inadeguata, un fenomeno da baraccone. Poco interessante, poco originale, una ragazza noiosa come tante. E’ da lì che avevo voluto scappare, da quell’essere noiosa. Allora comincio a pensare che forse sono lesbica. Ho bisogno di qualcosa, altaleno tra le etichette per un bel po’. Poi capisco che è inutile piangere sul latte versato. Spero solo che gli amici non mi mollino.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Comincia la quinta. &lt;strong&gt;Non sento più di dover fingere, anche se resta la paura che mi giudichino bigotta. Provo una grande rabbia nei confronti dei medici che ti ‘affermano’ e di tutti quelli che mentono&lt;/strong&gt;. Combatto per dare un senso a quello che mi è capitato. Quella storia è finita e adesso devo fare una ricerca sulla verità di me. Sono stata la preda perfetta perché sono molto sensibile e mi sono sempre fatta un sacco di domande su me stessa. Noi ragazzi non siamo capaci di vivere senza etichette, le cose ti capitano intorno così velocemente, c’è tutta questa tecnologia che corre, non riesci a trovare punti fermi. Fatichiamo a capire qual è il nostro posto nel mondo e cerchiamo un’appartenenza. So che tutto questo l’ho voluto io ma è difficile dire com’è andata davvero.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Non so chi sia stato a voler fare di me una preda. Non so chi non so perché. Non so se c’è un capo del mondo che decide queste cose. Certo, gli attivisti di questo movimento sono tutti adulti e ognuno ha il suo interesse da perseguire. So anche che si fanno molti soldi su queste cose e più persone aderiscono a questa ideologia, più tutto diventa credibile. Per questo cercano prede perfette tra noi ragazzine, anche se oggi sto vedendo un po’ di marcia indietro.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Molto lentamente mi pare che le cose stiano cambiando. Tante persone che conosco hanno desistito come me. E i ragazzini più piccoli sono stati meno colpiti di chi è stato adolescente durante la pandemia. Forse questa follia sta per finire. Tutto questo dolore”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;em&gt;Qualcuno nel mondo gender critical propone di non parlare più di disforia di genere, per queste bambine e ragazze, ma di Angoscia da sessuazione pubertaria (Asp). Cambiano le parole e cambia tutto. La partita si gioca in gran parte sul linguaggio. &amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 16 Jun 2025 06:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Elena Bandiera</dc:creator>
      <dc:date>2025-06-16T06:36:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>La Francia sul piano inclinato dell’eutanasia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/05/28/news/la-francia-sul-piano-inclinato-dell-eutanasia-7772393/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Repubblica francese sta per aprire il vaso di Pandora dell’eutanasia&lt;/strong&gt;. Ieri l’Assemblea Nazionale, la camera bassa del Parlamento, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/05/27/news/la-francia-approva-il-disegno-di-legge-sul-suicidio-assistito-7772108/"&gt;ha approvato la prima proposta di legge nella storia del paese sulla morte assistita&lt;/a&gt;. &lt;strong&gt;L’approvazione, avvenuta con 305 voti a favore e 199 contro, non è definitiva: ora la proposta di legge dovrà essere votata dal Senato. Le “garanzie” promesse oggi (e ce ne sono nella legge appena approvata) non saranno valide domani.&lt;/strong&gt; L’esperienza dei paesi che hanno già legalizzato l’eutanasia è inequivocabile e i promotori dell’eutanasia lo rivendicano esplicitamente, come l’ex parlamentare e gran sostenitore dell’eutanasia Jean-Louis Touraine, che parla di “un piede nella porta” e annuncia di “tornare ogni anno” per la continuazione del programma: minori, pazienti psichiatrici, depressi. La legge Veil sull’aborto era una legge di umanità, una legge di compassione di fronte alla tragedia della condizione umana. Mezzo secolo dopo, la Repubblica ha completamente normalizzato l’aborto e legalizzato l’interruzione medica di gravidanza al nono mese per “disagio psicosociale”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’eutanasia subirà un’evoluzione simile: domani sarà la normalità, dopodomani sarà la norma. Emmanuel Macron dice di voler rendere l’uomo la misura del mondo, “un libero attore della sua vita dalla nascita alla morte”. Ma Protagora applicato alla dolce morte ci porta dritti in un piano inclinato. Dovremmo credere che i malati psichiatrici o affetti da Alzheimer di cui parla Touraine siano capaci di una “scelta libera e consapevole” (in Olanda e Belgio si possono uccidere anche loro). Dovremmo credere che un minore possa fare la “scelta libera e consapevole” di suicidarsi tramite eutanasia prima ancora di poter votare. Ma non è così. Si chiama arroganza. E chi ha mai letto una tragedia greca, saprà già come finisce.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 28 May 2025 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-05-28T04:00:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>La Francia approva il disegno di legge sul suicidio assistito</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/05/27/news/la-francia-approva-il-disegno-di-legge-sul-suicidio-assistito-7772108/</link>
      <description>&lt;p&gt;Con 305 deputati a favore e 199 contrari, l'Assemblea Nazionale&amp;nbsp;francese ha approvato in prima lettura la legge che &lt;strong&gt;istituisce&amp;nbsp;un "diritto all'aiuto a morire"&lt;/strong&gt;, una riforma sociale che era in cantiere dal 2022 e che la ministra della Salute Catherine Vautrin spera che possa essere ratificata prima delle presidenziali del 2027. Il provvedimento è composto da due testi: la proposta relativa&amp;nbsp;all'accompagnamento e alle cure palliative è stata approvata&amp;nbsp;all'unanimità, mentre&amp;nbsp;la seconda, la più discussa, crea "il diritto all'aiuto a morire"&amp;nbsp;e consiste nell'"autorizzare e accompagnare una persona che ha espresso&amp;nbsp;la sua richiesta per ricorrere a una sostanza letale" che dovrà&amp;nbsp;somministrarsi da sola o farsi somministrare da un medico o un infermiere "nel momento in cui non è fisicamente in grado" di farlo da sola.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il presidente francese &lt;strong&gt;Emmanuel Macron&lt;/strong&gt; ha accolto con favore la riforma che ha definito "un passo importante".&amp;nbsp;"Nel rispetto delle sensibilità, dei dubbi e delle speranze, si apre gradualmente la via della fraternità che ho auspicato. Con dignità e umanità",&amp;nbsp;ha scritto il capo dell'Eliseo su&amp;nbsp;X. Tuttavia questo progetto di riforma sta profondamente dividendo il Parlamento, il governo e la società, dove le opinioni divergono sull'opportunità di consentire il suicidio assistito o l'eutanasia alle persone con malattie incurabili.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Prima di entrare in vigore, la legge dovrà essere approvata dal Senato in autunno e tornare all'Assemblea per una seconda lettura&lt;/strong&gt;. Nella sua forma attuale, il decreto stabilisce che il suicidio assistito può essere applicato solo alle persone che soddisfano contemporaneamente queste cinque condizioni:&amp;nbsp;avere almeno 18 anni; essere di nazionalità francese o risiedere in Francia; poter esprimere la propria volontà "in modo libero e consapevole";&amp;nbsp;avere una malattia grave e incurabile che mette in pericolo la vita, in fase “avanzata” o terminale; presentare una sofferenza fisica o psicologica “refrattaria o insopportabile”.&amp;nbsp;Il paziente deve sottoporre la sua richiesta al medico, il quale, dopo aver riunito un collegio composto da almeno uno dei suoi curanti e da uno specialista, deve pronunciarsi entro quindici giorni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 27 May 2025 17:32:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2025-05-27T17:32:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il vade retro inglese sul fine vita</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/04/22/news/il-vade-retro-inglese-sul-fine-vita-7637160/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Chiesa cattolica inglese si muove per denunciare i rischi di deriva legati alla potenziale legalizzazione della morte assistita&lt;/strong&gt; e lo fa con le parole del cardinale &lt;strong&gt;Vincent Nichols&lt;/strong&gt;, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. In una lettera pastorale pubblicata il 1° aprile e letta in tutte le parrocchie del Regno Unito, l’arcivescovo, riferendosi &amp;nbsp;alla proposta di legge presentata dalla deputata laburista Kim Leadbeater in discussione al parlamento inglese e che potrebbe divenire legge a breve (la terza lettura è prevista per il 25 aprile), chiede ai cattolici, specialmente ai rappresentanti della camera dei Comuni, di votare contro tale proposta “per seri motivi”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il “Terminally Ill Adults Bill” cambierebbe – scrive il cardinale – “molte delle relazioni chiave nel nostro stile di vita: in famiglia, tra medico e paziente, rispetto al servizio sanitario”. Nichols sottolinea come finora non vi sia stata, a fronte di un testo lungo e complesso, un’indagine indipendente o svolta da una Royal Commission. La legge, continua il prelato, è stata pubblicata pochi giorni prima che i parlamentari dovessero esprimersi su di essa non concedendo un adeguato tempo di &amp;nbsp;dibattito. La lettera solleva molte questioni ancora senza risposta: potranno i parlamentari garantire che il campo della legge non si estenda senza controllo? Che ruolo dovrebbe avere la magistratura visto che in un primo tempo veniva considerata parte attiva del processo di morte assistita ma allo stato attuale verrebbe accantonata del tutto? Riuscirebbe il Sistema sanitario nazionale a non fare tagli altrove per garantire la morte assistita? Riuscirebbero i parlamentari a garantire che nessun sanitario venga forzato a prendere parte a queste pratiche?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Di fronte a queste domande Nichols invoca “cure palliative di prima classe”, non come quelle attuali “in carenza di mezzi e poco finanziate”. “È&amp;nbsp;una triste evidenza &amp;nbsp;che la Camera dei Comuni abbia speso molto più tempo per dibattere la messa al bando della caccia alla volpe che l’approvazione della morte assistita”.&amp;nbsp;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 22 Apr 2025 03:02:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-04-22T03:02:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Donna si nasce, d’accordo. Ma riflettiamo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/04/18/news/donna-si-nasce-d-accordo-ma-riflettiamo-7627514/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Donna si nasce, d’accordo, totalmente d’accordo, ma riflettiamo&lt;/strong&gt;. Per la prima volta un movimento libertario (femminile e femminista) – &amp;nbsp;J. K. Rowling e le altre hanno avuto coraggio – &lt;strong&gt;è riuscito a ottenere la decapitazione di un diritto.&lt;/strong&gt; In assonanza con Trump, che è il dazio altissimo da pagare per chiunque pensi alcune cose da lui realizzate da prima che l’Impostore ne abbia intuito il potenziale elettorale e strumentale,&lt;strong&gt; &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/04/16/news/per-la-corte-suprema-britannica-la-definizione-legale-di-donna-si-basa-sul-sesso-biologico-7625164/"&gt;la corte più rilevante del Regno Unito ha stabilito maestosamente, swiftianamente, l’ovvio assoluto&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, Brobdingnag. &lt;strong&gt;Che donna si diventi è una metafora saggistica brillante, niente di più&lt;/strong&gt;. Nella vita civile fa statuto l’insieme di biologia e anagrafe, due registrazioni della realtà, sei quel che sei alla nascita, comprese soggettività e coscienza, e che saresti se la tua nascita sessuata non fosse impedita con la coercizione libertaria del diritto d’aborto, un altro diritto che in nome di femminismo e libertarismo andrebbe regolamentato, non dispiegato come una bandiera di autonomia e proprietà riproduttiva del proprio corpo (c’è di mezzo il corpo di un altro essere umano, con i suoi cromosomi, donna o maschio, il prebambino bombardato senza pietà a centinaia di milioni di esemplari da decenni poco edificanti). &amp;nbsp;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La riflessione oltre la sentenza, che certamente esclude alcune assurdità come il maschio che gareggi con la femmina e certe promiscuità sgradite alle donne o a certe donne, dovrebbe partire da un fatto. Tutto nella società occidentale verte sulla libertà individuale e di coscienza, il che è tutto sommato una bella cosa, se non si giocasse sull’equivoco totalitario e mistificante intrinseco al tema della libertà, che procede dall’individuo ma ha un impatto sociale e comunitario, civile e per così dire repubblicano, riguarda educazione, istruzione, ricerca, relazioni personali, famiglia, legge, usi e costumi, funzione della pratica medica e della scienza, decisioni politiche &amp;nbsp;e costanti culturali difficili da consegnare alle sole pulsioni del soggetto, nella sua totalità libertaria ideologica.&lt;strong&gt; Nel regno swiftiano del relativismo assoluto, appunto Brobdingnag o l’isola di Laputa, non si capisce perché il sesso biologico alla nascita possa essere trattato come una prigione&lt;/strong&gt;. Non solo nelle città affluenti e bobo, anche nella campagna toscana e leopoldina dove vivo, esistono non rarissimi casi di scelta individuale del sesso di appartenenza, diverso da quello reale, trattati con tolleranza e senso del diritto personale oltre la linea dello smarrimento educativo e familiare. Se un maschio si sente femmina, per dire, e si veste da femmina e si comporta da femmina e vuole fin dalla minore età, vuole fortissimamente vuole, essere femmina, ci sono fior di apparati psicologici, ospedali attrezzati, mentori e appassionati operatori medici che cercano di garantirgli l’acquisizione di questo cosiddetto diritto. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2023/05/16/news/transgender-in-viaggio-indagine-su-una-realta-non-piu-sommersa-5268014/"&gt;Marianna Rizzini aveva scritto qui una illuminante inchiesta in proposito&lt;/a&gt;. “Donne si diventa” per molti ragazzini o pochi, ma fa lo stesso, non è una metafora buona per l’educandato di Saint-Germain-des-Près, è vita vissuta a partire dai modelli televisivi, dallo screening sociale autoprodotto dalla civiltà dell’immagine e della musica e della moda, e naturalmente è anche una libera scelta, sebbene sotto la condizione strana della libertà adolescenziale assoluta o preadolescenziale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Si dirà. Nessuno vuole impedire la condizione della transizione sessuale in sé, il problema è difendere le donne da questo nuovo patriarcato, come dice Eugenia Roccella, che si vuole imporre a partire dalla scelta maschia di essere anche femmina, accompagnata dalla pratica medica e dalla inclusività educativa del tutto nel tutto. Giusto e sensazionalmente normale. Vorrei vedere che si facesse una crociata contro i trasgender. Ma questo “vorrei vedere” è anche una ipocrita foglia di fico, copre una scelta restrittiva dei diritti di autorealizzazione, rende parziale e non inclusivo l’accoglimento della transizione nei suoi effetti finali, è chiaro. Dunque riflettiamo. Tenere in piedi le basi del relativismo in tutte le materie che riguardano l’individualità e la relazionalità dei rapporti d’amore o sessuali, nella nozione di ciò che è paideia o educazione o pedagogia, nell’impianto culturale e sociale di come noi siamo, maschi e femmine e anche qualcos’altro, nella idea di autorità e di paternità e maternità che ci facciamo in quel che resta del nucleo familiare originario della società, non è possibile. &lt;strong&gt;Care amiche femmine, femministe e libertarie, avete decapitato un diritto in nome del vostro diritto al primato biologico del femminino, bene, ora fate i conti con gli altri diritti negati dal relativismo&lt;/strong&gt;. Sennò è un gioco troppo facile. Grazie.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 18 Apr 2025 04:26:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2025-04-18T04:26:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Lo scrittore francese Michel Houellebecq contro l’eutanasia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/04/10/news/lo-scrittore-francese-michel-houellebecq-contro-l-eutanasia-7605655/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Non c’è bisogno di essere un cattolico reazionario per essere contro l’eutanasia”. Nei giorni in cui all’Assemblea nazionale si torna a &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/04/08/news/in-francia-la-battaglia-sul-fine-vita-si-fa-sempre-piu-accesa-qual-e-la-posta-in-gioco-7599906/"&gt;discutere di fine vita&lt;/a&gt;, in occasione dell’esame di due proposte di legge, una sulle cure palliative, l’altra sull’assistenza attiva a morire, lo scrittore francese &lt;strong&gt;Michel Houellebecq è intervenuto pubblicamente per ribadire la sua contrarietà alla legalizzazione dell’eutanasia in Francia&lt;/strong&gt;, rimproverando a chi riduce quelli come lui a dei catho-réac “una mancanza di cultura”. “Su un sito web americano, sono trascritte le posizioni delle varie religioni sulla questione dell’eutanasia. E’ americano, ci sono dunque molte comunità religiose... Quello che emerge è che, a eccezione degli unitariani, nessuna religione è a favore”, ha detto Houellebecq in un dibattito sul Figaro Tv attorno al documentario “Ensemble”, che racconta la vita ordinaria in un reparto di cure palliative di un centro medico della provincia francese.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Lo scrittore, in particolare, se la prende con un certo pensiero unico in materia di bioetica, che non tiene in considerazione centinaia di anni di riflessioni sul tema, “i molti filosofi” che “hanno affrontato la questione in modo indiretto”. &lt;strong&gt;“Kant, per esempio, non parlava di eutanasia – che gli sembrava inconcepibile – ma era molto chiaramente contrario al suicidio. Potremmo anche pensare al giuramento di Ippocrate, che precede di molto il cristianesimo”,&lt;/strong&gt; sottolinea Houellebecq: “C’è una specie di arroganza progressista che mi sembra inaudita. Equivale a spazzare via tutta la saggezza e il pensiero del passato”. Sul Figaro, nel 2021, aveva scritto queste parole: &lt;strong&gt;“Quando un paese arriva a legalizzare l’eutanasia, perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto”&lt;/strong&gt;. La Francia, seguendo Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo sul fine vita, provocherebbe, secondo Houellebecq, una frattura antropologica, di civiltà.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 10 Apr 2025 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-04-10T04:00:00Z</dc:date>
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      <title>In Francia la battaglia sul fine vita si fa sempre più accesa. Qual è la posta in gioco</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/04/08/news/in-francia-la-battaglia-sul-fine-vita-si-fa-sempre-piu-accesa-qual-e-la-posta-in-gioco-7599906/</link>
      <description>&lt;p&gt;Un centinaio di personalità tra cui tre ex ministri (uno di questi è &lt;strong&gt;Jean Leonetti, promotore della legge che porta il suo nome accanto a quello di Claeys&lt;/strong&gt;) e rilevanti figure del mondo scientifico, bioetico e giuridico francese si sono riunite nel &lt;strong&gt;“Collettivo Democrazia, etica e solidarietà”&lt;/strong&gt; (collectif-des.fr) e giovedì 3 aprile hanno pubblicato un parere dal titolo “Fin de Vie: les enjeux d’une loix en faveur d’une mort programmée” (Fine vita: la posta in gioco di una &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2024/05/30/news/niente-piu-mediazioni-in-francia-il-diritto-al-fine-vita-sara-allargato-6593144/"&gt;legge&lt;/a&gt; in favore di una morte programmata), ripreso dal Figaro del 7 aprile. “L’apertura di un diritto a provocare la morte non sopporta né incoerenze né approssimazioni né scarse protezioni e garanzie” si legge nel testo reso noto esattamente alla vigilia della ripresa del dibattito all’Assemblea nazionale. Trenta pagine nettissime nell’evidenziare il rischio di votare “una legge di autodeterminazione” che potrebbe riguardare migliaia di persone e non “una legge di eccezione” ristretta alle questioni più spinose della fine della vita.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La posizione di Emmanuel Macron che prometteva di instaurare un aiuto a morire in “specifiche condizioni ristrette” non sarebbe, per dirla chiaramente secondo i firmatari tra i quali la dottoressa Claire Fourcade, presidente della Società francese di cure palliative e diverse figure del Comitato nazionale francese di etica, per nulla rispettata dal testo in discussione. &lt;strong&gt;Il parere usa parole chiare anche per definire la procedura&lt;/strong&gt; che dovrebbe portare alla morte provocata &lt;strong&gt;come “anormalmente sbrigativa”&lt;/strong&gt;. “Avvertiamo il dovere di lanciare l’allarme sull’impatto del &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/03/11/news/la-marcia-del-fine-vita-in-francia-7501416/"&gt;testo che sarà discusso all’Assemblea nazionale&lt;/a&gt; – afferma il bioeticista e cofondatore del Collettivo Emmanuel Hirsch. Questa proposta di legge ci sembra una frattura antropologica che rimette in causa i fondamenti della nostra democrazia, specialmente i nostri valori di solidarietà verso le persone fragili e vulnerabili”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Scendendo nel particolare il rischio che il Collettivo mette in evidenza, tra gli altri, è quello di &lt;strong&gt;aver tolto dal testo in discussione il riferimento a una malattia giunta “agli ultimi giorni” a favore di un vago accenno a un non meglio precisato “breve termine”&lt;/strong&gt; (giorni? mesi? anni?). &lt;strong&gt;I criteri per accedere alla morte assistita sarebbero inoltre diventati “vaghi e soggettivi”&lt;/strong&gt; – afferma Laurent Frémont – “aprendo l’accesso a grande scala alla morte provocata”. Secondo la proposta di legge un medico (da solo) dovrebbe pronunciarsi sulla domanda di morte assistita di un paziente entro “un tempo massimo di 15 giorni” dopo i quali il paziente avrebbe 48 ore per confermare il proprio desiderio di morte. “In caso di dolore refrattario – continua Fremont – &lt;strong&gt;sarebbe più facile ottenere un’eutanasia che una visita specialistica di terapia del dolore, visti i tempi di attesa constatati oggi in Francia”&lt;/strong&gt;. La richiesta di morire del paziente potrebbe addirittura essere “orale”, senza bisogno di metterla per iscritto. “La morte di una persona non è reversibile – aggiunge Emmanuel Hirsch – è indispensabile un controllo a priori delle domande e assicurarsi che tutte le alternative siano state davvero proposte al paziente”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I giuristi del Collettivo sottolineano poi il &lt;strong&gt;rischio che si crei un “diritto a morire rivendicabile giuridicamente”&lt;/strong&gt; di fronte al quale un medico che si rifiutasse di procedere nel far morire un proprio paziente rischierebbe di essere incriminato. “Legalizzando, si legittima”: una rapida via di trasformare un delitto in diritto prenderebbe corpo, il diritto finirebbe poi rapidamente per diventare un dovere. “I pazienti che soddisfano i criteri legali per la morte assistita sarebbero sempre più spinti a domandarsi se davvero vogliono continuare a vivere” conclude Hirsch. Il parere del Collettivo non dimentica i malati in grande sofferenza ma, piuttosto che una legge che legalizza eutanasia o suicidio assistito, suggerisce “risposte mirate su ogni specifico caso”.&amp;nbsp;“Si la mort touche à l’intime, elle ne peut être normée”, si legge infine nel testo del Collettivo. E confrontandosi con questa e con altre proposte di legge “scorticate parola per parola” si comprende bene il senso di quell’“intimità” toccata dalla morte, uno spazio inesplorato e fragilissimo che il Diritto dell’uomo fatica a interpretare.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 08 Apr 2025 04:08:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Ferdinando Cancelli</dc:creator>
      <dc:date>2025-04-08T04:08:00Z</dc:date>
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      <title>Adozioni e single, un passo giusto</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/03/21/news/adozioni-e-single-un-passo-giusto-7545438/</link>
      <description>&lt;p&gt;La Corte costituzionale ha dichiarato&lt;strong&gt; illegittimo il divieto di adozione all’estero per le persone non coniugate&lt;/strong&gt;, con una motivazione molto rilevante. Il divieto, scrive la Consulta, “non è più funzionale all’esigenza di assicurare al minore le più ampie tutele giuridiche associate allo&lt;em&gt; status filiationis&lt;/em&gt;” poiché la legge che ha abolito la distinzione tra figli legittimi e figli naturali fa sì che non vi sia più differenza tra i figli delle coppie sposate e i figli di persone non coniugate. Non valgono neppure le preoccupazioni per le condizioni ambientali del minore adottato, perché “l’aprioristica esclusione delle persone singole dalla genitorialità adottiva non è un mezzo idoneo a garantire al minore un ambiente stabile e armonioso”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Come si vede &lt;strong&gt;le motivazioni non fanno riferimento al carattere internazionale dell’adozione da parte di un singolo&lt;/strong&gt;: la sentenza riguarda questa categoria perché è stata emanata per rispondere al Tribunale dei minorenni di Firenze, che dopo aver negato a una signora il decreto di idoneità all’adozione di un minore straniero, aveva chiesto alla Consulta di verificare la costituzionalità della legge in base alla quale aveva dovuto negare il permesso. Se ne può dedurre che se la stessa richiesta fosse inoltrata in relazione all’idoneità all’adozione di un minore residente in Italia, la sentenza sarebbe la stessa. &lt;strong&gt;Questo dovrebbe indurre i legislatori a cancellare la norma non solo per le adozioni all’estero ma per tutte le adozioni&lt;/strong&gt;: la frase della sentenza in cui si parla di “aprioristica esclusione delle persone singole dalla genitorialità” non lascia dubbi sull’opinione della Consulta su tutta la materia. &lt;strong&gt;Restano in vigore le altre condizioni per consentire l’adozione, ma tra queste non ci sarà più la condizione obbligata di coniugato&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È l’estensione di un diritto, e la cancellazione di una discriminazione che non ha più ragion d’essere, proprio come quella tra figli legittimi e naturali. Per questo dovrebbe essere considerata con favore anche dai più strenui difensori della famiglia tradizionale, che può essere promossa ma non imposta.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 21 Mar 2025 18:11:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-03-21T18:11:00Z</dc:date>
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      <title>La marcia del fine vita in Francia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2025/03/11/news/la-marcia-del-fine-vita-in-francia-7501416/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Giovedi 6 marzo sono stati depositati all’Assemblea nazionale francese i due testi di legge sull’aiuto a morire e sulle cure palliative che saranno discussi e votati separatamente entro due settimane a partire dal 12 maggio.&lt;/strong&gt; Due giorni prima, lo riferisce la Croix dello stesso 6 marzo, la Società francese di cure palliative e accompagnamento (Sfap) ha dedicato un incontro a Parigi per ricordare i vent’anni della “Loi Leonetti”, la legge del 22 aprile 2005 che prende il nome dal senatore &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/03/25/news/contro-la-legge-francese-sull-aiuto-a-morire-l-intervista-a-jean-leonett-6367074/"&gt;Jean Leonetti&lt;/a&gt;, cardiologo, ex ministro della Salute e attuale sindaco di Antibes.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Claude Fourcade, la presidente della Sfap, ha ricordato che ancora oggi la legge Leonetti rappresenta “un vero tesoro nazionale per ogni paziente, per ogni medico e per l’insieme della società”, una vera guida etica in tema di fine della vita.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Non è un caso che&amp;nbsp;vent’anni fa proprio quella legge sia&amp;nbsp;stata votata, evento quasi unico, all’unanimità dalle due camere francesi e che, sebbene lievemente modificata nel 2016, il testo continui a essere un validissimo riferimento&lt;/strong&gt; non solo per i diecimila curanti e i seimila volontari affiliati alla Sfap ma per numerosi paesi esteri. La legge del 2005, riferisce la Croix, ha ispirato diversi paesi africani, il Libano e non da ultimo, anche se questo fatto non viene ricordato, fa brillare i suoi riflessi anche nel testo italiano della legge vigente, la 219 del 2017. Alexis Burnod, anestesista e palliativista dell’Istituto Curie di Parigi, ricorda i cardini del testo di Leonetti: “Il mantenimento del divieto di provocare la morte del paziente ma anche il rifiuto dell’ostinazione irragionevole e l’obbligo di alleviare le sofferenze fino alla fine per preservare la dignità del paziente”. Nessun bisogno, vent’anni fa, di introdurre quell’aiuto attivo a morire che oggi sembra una necessità, almeno per qualcuno. &lt;strong&gt;C’è molto bisogno, oggi, invece, di chiarirsi le idee prima di legiferare in Francia come in Italia su quali siano i veri motivi per promuovere la deriva della morte assistita&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 11 Mar 2025 04:42:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2025-03-11T04:42:00Z</dc:date>
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