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La minoranza ignorata del comitato di Bioetica si batte per fermare la cultura della morte

Poco meno della metà dei membri del comitato sono contrari al "diritto alla morte"

6 Agosto 2019 alle 10:20

La minoranza ignorata del comitato di Bioetica si batte per fermare la cultura della morte

Foto Unsplash

Alcuni membri del Comitato Nazionale di Bioetica (Cnb) sono contrari alla legittimazione, sia etica che giuridica, del suicidio medicalmente assistito, e convergono nel ritenere che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, quale sia la fondazione filosofica e/o religiosa di tale valore, che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che “l’agevolare la morte” segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del curare e prendersi cura”. Già nella presentazione del parere del Cnb “Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito” reso noto alla fine di luglio, si evidenzia come accanto ad alcuni membri sostenitori del “diritto alla morte”, per l’esattezza tredici, ve ne siano altri undici (dodici se contiamo anche il professor D’Agostino che pur non firmando il documento precisa in una postilla la sua posizione) che sono nettamente contrari. Ancora una volta però al cittadino risulta difficile accedere alla verità dei fatti: in modo fazioso e ideologico molti organi di stampa hanno biecamente riassunto il documento con l’affermazione “il Cnb apre al suicidio assistito”, annullando il lavoro di quei membri che in modo chiarissimo hanno invitato la politica e la cittadinanza a riflettere sulle possibili conseguenze di un’apertura legislativa in questo senso. Pur nella difficilissima impresa di creare un documento che espone punti di vista così diversi e contrapposti, l’anima pro vita emerge con chiarezza e nel paragrafo 5 la cosiddetta “prospettiva A” letta da un medico palliativista è un esempio di rara chiarezza espositiva. “Un’eventuale legittimazione del suicidio medicalmente assistito” – si legge – avrebbe alcune conseguenze. In primo luogo aprirebbe “un vulnus irrimediabile al principio secondo il quale compito primario e inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti”. A questo proposito i firmatari richiamano “il principio morale di indisponibilità della vita umana in quanto ogni persona ha una dignità intrinseca anche nelle condizioni di grave disabilità o compromissione della salute”. In secondo luogo si confronterebbe con la supposta volontà del paziente il più delle volte influenzata da una mancanza di reale ed efficace assistenza medica e infermieristica palliativa, da pesanti condizionamenti psicologici, familiari e sociali. Infine favorirebbe un “progressivo superamento dei limiti che si volessero eventualmente indicare” cadendo in una progressiva estensione delle indicazioni anche a minori, a malati psichiatrici, agli anziani non autosufficienti, in un graduale e fatale passaggio dal “lasciar morire” al “far morire”. Una situazione di pendio scivoloso con pericoli, sottolinea il prof Canestrari che pure ha un parere differente in materia, ancora più “accentuati nella realtà sanitaria italiana”. Il punto fondamentale è sapersi avvalere dell’esperienza dei paesi che finora hanno fatto il passo verso la legalizzazione dell’aiuto al morire. E’ possibile leggere alcune testimonianze di medici, infermieri e bioeticisti che lavorano in Belgio in un libro appena pubblicato e interessantissimo: “Euthanasie, l’envers du décor” (Eutanasia, il rovescio della medaglia), curato dal collega belga Timothy Devos. Il quadro che ne emerge è sconfortante e la voce degli autori racconta di sanitari che ormai propongono l’eutanasia ai loro pazienti anche se questi ultimi non ci avevano pensato e la legge vieti espressamente la proposta da parte del medico, di pressioni sociali fuori controllo su coloro che vorrebbero essere curati fino alla fine e sui medici obiettori di coscienza, di numeri in vera esplosione, di assoluta mancanza di reale controllo sulla “liceità” di quello che sta succedendo. Se qualcuno riuscirà a fare entrare nella logica della medicina palliativa quella della morte “on demand” sarà la strada che anche in Italia avremo di fronte. Censurare queste evidenze, come hanno fatto molti, è un atto gravissimo e colpevole, una coartazione della libertà in nome di un relativismo ideologico soffocante, una disonestà interessata che considera i cittadini funzionali ad un consenso dagli esiti disastrosi.

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Commenti all'articolo

  • fiorevalter

    12 Settembre 2019 - 00:12

    "l'assoluto rispetto alla vita dei pazienti" è pura ipocrisia ammantanta di umanesimo religioso: un medico, e in molti casi anche un non medico, sa benissimo quando non si può più fare nulla e che il morire è null'altro che un decadimento progressivo, spesso lento e doloroso, delle funzioni d'organo fino al collasso totale. Io trovo inaccettabile che una persona muoia per cure approssimative, per mancanza di ricerca, per un terapista intensivo non preparato a sufficieza, ma credo che qualunque malato terminale sia ben contento di risparmiarsi una settimana o un mese di soffernza ...poi, per carità, non è un ragionamento all'altezza dei bioeticisti col rosario in tasca

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