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Cosa resterà di Verona? Il microfono aperto del pannelliano Cruciani

“Il peggior modo per combattere un’idea è proibirla”. La gabbia politica del pol. corr. e l’occasione persa (as usual) dal Pd

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

2 Aprile 2019 alle 06:05

Che cosa resterà di buono di Verona? Del Congresso mondiale delle famiglie e dell’anti-congresso altrettanto vociante attorno? Soltanto Giuseppe Cruciani e il suo “microfono aperto”. Si è presentato su palco (“sorpresa, eh?”) e ha parlato meno di cinque minuti: “Io non sono uno di voi, non ho una famiglia tradizionale. Mi sono battuto per anni per cose che voi avversate: il matrimonio omosessuale, il divorzio e l’aborto (ma ormai è acqua passata) persino l’utero in affitto. Ma mi sento uno di voi oggi perché molti vorrebbero spegnere questo microfono da cui sto parlando”. Poi ha aggiunto: “Abbiamo assistito nelle settimane che hanno preceduto questo evento a una vera e propria campagna di criminalizzazione di quello che è un convegno, un incontro tra persone che parlano, tra persone che esprimono idee”. “Qualcuno ha persino compilato una lista degli alberghi in cui siete ospiti per boicottarli. Qualcuno ha detto che bisogna fare la lista dei traduttori, come fosse una lista di criminali che partecipa a un congresso di criminali”.

  

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Perciò eccolo lì. Cruciani, conduttore radiofonico della “Zanzara”, star mediatica di ogni dibattito che sia contraddittorio e contundente, perfino quando sconfina nel trash. Ha avuto una educazione sentimentale (e politica) radicale, nel senso dei Radicali di Marco Pannella, e una cosa delle “poche cose” che gli sono rimaste è questo insegnamento: “Se vuoi combattere un’idea la cosa peggiore che puoi fare è proibirla”. Ha centrato il punto. Con coraggio, perché nessun altro l’ha fatto, né sui giornali troppo preoccupati di non scontentare il “pensiero unico” (lo ha chiamato così) dominante, né in tv. Si è visto al massimo qualche opinionista che per bastiancontrarismo o per riposizionamento opportunistico si è schierato su posizioni che non non gli sono proprie. Cruciani non l’ha fatto, dopo i cinque minuti veronesi avrà ripreso a dire peste e corna delle famiglie tradizionali. Si è limitato a dire che “bisogna battersi sempre per la circolazione delle idee”. Cosa che invece il politicamente corretto impedisce, criminalizzando il pensiero altrui: “Ovunque vieteranno di esprimere il vostro pensiero, io sarò uno di voi”.

 

Il gesto di Cruciani non è importante perché faccia notizia (anzi, l’hanno passata piuttosto sotto silenzio) o per retorica volterriana, o per il brechtiano sedersi dalla parte del torto. Ma perché coglie un punto che riguarda, certo, il dibattito sui temi che un tempo di dicevano eticamente sensibili, ma anche altro: la possibilità di parlare, di esprimere una posizione, come essenziale fondamento della democrazia. Qualcosa che va difeso dalle intimidazioni dei guardiani del linguaggio politico. Qualcosa che viene ancora prima del semplice “dialogare” e anche della possibilità di argomentare per ottenere ragione (“Prova a convincere chiunque – ha scritto ieri Giuliano Ferrara – e vedrai la fine che farai”). Attorno a Verona è andato in scena un tentativo di negare la libertà di parola e di libera circolazione del pensiero. Senza che, dentro a quel congresso, fosse messa in atto alcuna “minaccia” né legislativa, né sociale, né tanto meno fisica ad alcuno. Abbiamo scritto, su questo giornale, critiche nette e senza mezze parole al Wfc e alla sua strumentalizzazione da parte di politici non particolarmente legittimati a essere lì. Ma non può essere taciuto che sia stata soprattutto la parte avversa a ingegnarsi per soffocarlo con parole avverse (di cui “la 194 non si tocca” è il refuso pavloviano più destituito di fondamento, ma non per questo meno illiberale). Dalla richiesta di non far partecipare esponenti del governo allo “sfigati” detto da un vice presidente del Consiglio a liberi cittadini radunati in convegno.

 

In tutto questo, l’errore più grande è venuto dal Pd, che ha perso un’occasione in cui avrebbe dovuto difendere il diritto di parola per tutti e invece s’è accodato, anzi messo a capo, di chi voleva zittire, lasciando libera uscita a una raffica di dichiarazioni degne del peggior antifascismo d’antan. A partire dal segretario Zingaretti: “Siamo con le donne che sono a Verona a combattere contro un tentativo di strumentalizzare la famiglia” (ma un social media editor, no eh?). O, per pescare a caso fra centinaia di bellurie da social, l’eurodeputata friulana Isabella De Monte contro il governatore friulano Fedriga: “Mi chiedo se inserirà anche lui il feto di gomma tra i gadget della Regione Friuli Venezia Giulia”. Battuta gratuita, che quasi riabilita la Cirinnà come un’artista del bon mot. E’ su questi temi che il Pd dimostra di essere un partito mai nato, per mancanza di pensiero: in tutte le sue correnti, e donne e uomini. Perde l’occasione democratica del confronto per non contraddire coloro che vedono minacce e tabù non appena si presenta una posizione differente. A Verona c’erano idee, persino contestabili. Ma idee. “Si può pensare che la famiglia sia solo quella naturale, si può essere contro l’aborto”, ha detto Cruciani, ed essere liberi di dirlo. “E si può combattere contro queste idee”. Non sono un ermeneuta di Marco Pannella, e non mi azzarderò a dire che sarebbe salito sul palco per dire le cose che ha detto Cruciani. Ma il “microfono aperto” di Cruciani era pannelliano

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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  • AlessandroT

    02 Aprile 2019 - 09:09

    Pienamente d'accordo, bell'articolo, grazie. A proposito di giornalisti che lavorano su Radio 24, sarebbe interessante se quanto prima qualcuno al Foglio volesse/potesse aggiornarci sulle vicende di Oscar Giannino. Qualche giorno fa ha annunciato di essere stato praticamente rovinato da una querela, di cui avrebbe spiegato i dettagli in settimana. Ora non lo trovo piu' su Radio 24. Ieri e oggi doveva essere in trasmissione, da solo e con Latella, ma i podcast non ci sono. Nonostante gli errori di qualche anno fa con i millantati e inestistenti masters, mi pare che Giannino rimanga uno dei giornalisti piu' indipendenti e informati. Sarebbe utile se un giornale come il vostro intervenisse a spiegare cosa sta succedendo, quando ci saranno dettagli, ovviamente. Temo si tratti dell'ennesima prova che in Italia chi dice di avere "piena fiducia nella giustizia" puo' solo essere colpevole, stupido, o molto ingenuo (e lo dico con tutto il rispetto per i tanti magistrati che fiducia la meritano)

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  • valentinab

    02 Aprile 2019 - 08:08

    Non sono d'accordo sul diritto di parola per tutti. Se ci fosse un congresso per rendere la donna schiava (cosa non molto lontana da quello che alcuni vorrebbero...) che si fa? Si fanno parlare liberamente? Abbiamo un'idea sbagliata dei diritti, i diritti vanno tutelati, ma all'interno di principi base garantiti dalla nostra Costituzione che vanno tutelati ancora di più.

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